lunedì 13 ottobre 2014

POETIC MADNESS / ATTACK ON TITAN


Corro sulle mura della Città Impossibile, mentre il cielo si riempie di nuvole grigie. Ok, dopo giorni di primavera bloccata sulle ultime note d’ottobre, l’autunno sembra davvero arrivato, nelle pozzanghere che m’inzaccherano le scarpe, e nella pioggia che mi sommerge le orecchie, mi pare di sentire – lontano, sotto gli spalti medievali – qualcuno che mi grida un insulto gratuito. Evidentemente ci sono persone che non hanno capito la nostra follia e non apprezza la festa di colori che invade le strade per quattro giorni di pura fantasia – Siamo teneri e furiosi come Don Chisciotte innamorato che fa le capriole attendendo la risposta della sua dama immaginaria.

Io non ho un personaggio, se non me stessa (Erin è viva in questo mondo in sospensione narrativa): vestito grigio col cappuccio a quadretti, leggins leopardati fluo e una maglia che brilla al buio – Le facce storte degli spiriti silvestri mandano bagliori verdi nella tempesta.  «Non è ancora carnevale!» urla un ragazzino ignorante con il cappello appena appoggiato sopra al gel, ma io preferisco pensare che sia un eroe dalla spada a forma di chiave che mi dice «Sei bellissima anche così, col cuore quasi fermo. Sei bellissima anche così, con gli occhi vuoti di una bambola rotta»

Sul muraglione, in corrispondenza della discesa centrale c’è un uomo di uno scultore da televendite Potrebbe essere un gigante senza pelle intento ad attraversare la breccia del Wall Sina per divorarci tutti e si potrebbe credere che io abbia l’attrezzatura per il movimento tridimensionale mentre volo sul fango.

E scivolo.

Quando mi rialzo, provo un dolore sordo, come di legno spezzato: devo essermi incrinata un paio di costole sul lato sinistro, ma forse tornerebbero a posto se domani indossassi un corsetto di stecche di balena comprato su un banco di moda vittoriana – un orologio con cammeo sul collo della camicetta bianca.

Sono stordita. Prendo tra le mani un ciondolo di phimo che penzola infortunato dalla catenina: ad Alice manca metà del fiocco tra i capelli;

Ad Alissa manca metà dell’anima.

Ma mi riprendo subito e tento di ricordare qual era la meta. Volevo raggiungere un’epoca azzurra, in cui i giorni erano felici. Cristina D’Avena avrà già iniziato a cantare nell’auditorium stracolmo di fan alla ricerca dell’infanzia perduta (perché in questo mondo non c’è più magia per Johnny).

Mi pulisco la faccia con una salvietta e la scena intorno a me smette di ballare. È colpa mia. A pranzo ho mandato giù solo una lattina di coca cola zero – di quelle grandi, però – e le bolle che mi riempivano la pancia devono essere scoppiate da tempo. Ma ora non importa: il teatro è là in fondo, ai margini della piazza e magari riuscirò a trovare ancora un posto-pavimento. Dopo valuterò un modo per tornare a casa, dato che la “solita” corriera oggi fa servizio ridotto.

 

Alle 19:05 c’è un autobus che mi aspetta alla fine della pensilina numero 5: il nome luminoso sul display è quello ma il tragitto è diverso, lungo e tortuoso.

Ci lasciamo alle spalle le case per inerpicarci sul monte, nel fitto di un bosco scuro à la “Blair Witch Project”. Aspetto che i fari illuminino il cartello bianco della mia destinazione e mi avvicino al conducente che guida come un pazzo, aprendo le porte ancora in corsa. «Scusi … » esito fino alla frenata successiva «… In genere scendo subito un passaggio a livello, dove c’è un distributore e il centro commerciale dell’elettronica …» «Ti posso lasciare lì vicino» Burbero ed essenziale, mi avverte qualche curva più in là e io mi precipito giù afferrando disordinatamente la giacca, lo zaino e la borsa ma, sola sul marciapiede, non so da che parte andare.

All’andata, ho condiviso il viaggio col cugino della mia amica ma adesso lui è rimasto indietro. Ha conosciuto dei tizi che possono regalargli delle “abilità speciali” da nerd o forse dei “punti ferita” e mi ha abbandonato, in barba alla cavalleria e al Dolce Stil Novo.

Respiro a fondo – compatibilmente con lo stridore delle ossa piegate – salgo su un dosso di cemento armato e finalmente, quasi rinfrancata, mi dirigo verso le stelline accese dell’insegna al neon – novella maga in cammino verso un rifugio incerto.

La via che cerco è nel cuore di un reticolo intricato e si distingue solo per la vibrazione fonetica di due vocali ripetute ma nessuno ha idea di dove sia esattamente. E comunque, qui la sera ci sono soltanto Uomini-con-Cane annoiati, ciabattanti e rassegnati che passeggiano in tondo sulla sponda del canale. Le barche bianche sonnecchiano pigre.

Probabilmente all’alba, usciranno a pescare. Qualcuna verrà trasportata col rimorchio sull’autostrada intasata, come in una pubblicità metafisica di un secolo fa.

Ora, gli scafi ondeggiano nel vento – la burrasca si è placata (dopo avermi allagato le scarpe) – e io conto le caselle sul mio calendario virtuale. Ho due giorni di vacanza / lavoro, durante i quali scrivere. Leggere, fare shopping … Non mi va di preoccuparmi di ciò che succederà tornando alla routine quotidiana, non mi va di telefonare a Cassy per raccontarle le mie avventure.

Lei è a Roma e di sicuro si sta divertendo, senza di me. Si è presa una pausa.

Ieri, quando l’ho sentita, la sua voce era fresca, rinata in mezzo alle rovine. Lucidamente leggo il suo miglioramento come un segno evidente della mia colpa.

Vinco l’ultima serratura e schiaccio l’interruttore per ritrovare il corridoio, la mia camera e la cucina silenziosa. Sul tavolo c’è un biglietto: “Torniamo tardi (faccina triste). Cenate pure senza di noi”.

Non so spiegarlo, ma ci resto un po’ male: avevo risparmiato lo spazio necessario a mangiare un hamburger di seitan che Liv, da buona fata vegana, aveva preso apposta per me, dopo aver analizzato coscienziosamente le tabelle sul retro di tutte le scatole del supermercato biologico: non poteva sospettare che persino il minimo sindacale mi avrebbe causato problemi e io, per riconoscenza, volevo mostrarle quanto sono brava a giocare d’equilibrismo.

Pazienza.

Ingoio a vuoto un rivolo d’amarezza, strappo un pezzo di carta da forno e cuocio la fettina per cinque minuti, provando a ignorare i resti sporchi di colazione che il Cugino IT deve aver lasciato in giro stamattina.

Metto a bollire uno zucchino e faccio zapping tra il nevischio dei canali.

23.36 Le palpebre sono pesanti, la testa ciondola disarticolata.

Spengo i led luminosi e mi avvio verso la mia stanza, sotto un piumone di Willie Coyote.

Domani la sveglia del cellulare suonerà alle 7.30 e sarò di nuovo pronta a catapultarmi nella confusione assurda dell’amore visuale che trasforma i connotati di un intero borgo, sovvertendo le regole della festa e riempiendo ogni via di rumori e di corpi effimeri.   



http://youtu.be/DwLV52Ut048

sabato 4 ottobre 2014

DIECISIETE AURELIANOS


 
 
Sono seduta sulla biancheria sparsa dentro il cassetto aperto, mentre Padre Fomanger ripete la filastrocca della Quaresima: “Convertiti e credi nel Vangelo”/ “Ricordati che eri cenere e cenere ritornerai”. I fedeli fanno la fila, segnati come i figli moltiplicati del colonnello fallito. Ognuno incolla l’ostia al palato e nasconde un segreto.

Io
Non riesco a concentrarmi.
 
Stasera mi sono fermata da Cassie, trasgredendo le leggi non scritte che vietano di infrangere la bolla tra pubblico e privato. Ho suonato al campanello del suo ufficio perché lei da un po’ ignora volutamente i miei mille messaggi che dicono “Mi sei mancata”. La porta si apre e l’esordio è come sporcare una pagina bianca: «Sono in ansia» E avrei voluto dire: «Raccontami la fiaba di quando mi amavi; raccontami di quando forse avrei potuto essere felice» Sono rimasta lì, parlando di sciocchezze tra un timbro e l’altro. Aspettavo che mi dicesse: «Ho solo perso il ricettario segreto e ho dimenticato come si preparano le torte alla fragola, ma ho scoperto mille modi per usare i tuoi albumi d’uovo». Sarebbe bastato anche: «Andiamo a fare un giro ché i cinesi sono ancora aperti».

Da mesi devo comprare una cornice per la foto 30x40 che mi ha regalato un artista della galleria e, presa dal turbine orizzontale dei chilometri (Qualcuno a Natale mi darà un contapassi?), l’ho semplicemente arrotolata e abbandonata sul bordo del divano. Visti i legami del tizio con la Royal British Sociaty, penso che quel pezzo di carta lucida valga qualcosa (come se un agente americano girasse con una maglia con scritto “I’m with the CIA”).

Penso. Forse sarebbe bastato un caldo abbraccio per sopravvivere nel più freddo dei reami. Cassie mi dice dei suoi colleghi che impazziscono dietro alla compilazione dei nuovi moduli informatici.

Secoli fa ho chiesto un consiglio professionale a uno di loro ed sono ufficialmente morta in attesa di un responso.

Punto e accapo

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Me la sono cavata guardando i video di Marco Bianchi su YouTube. (Rifletto: “Come posso usare la frutta secca?”) →
Tempo fa, un’amica si era stupita vedendomi bere il mio primo “vero” caffè, grazie alle ricerche sul sito della Starbucks Corporation. Non poteva sapere che quell’americano in tazza grande mi costava cento punture di dolore; e avrebbe dovuto lodarmi come se avesse di fronte un’eroina dall’armatura di cristallo fumante «Ti trovo meglio dell’ultima volta» … Avevo controllato con le dita il mio pallore giallognolo per assicurarmi di essere sempre la stessa.

Magari avrei avuto bisogno di qualcuno che mi dicesse: «Sei bella come una mandorla di Almyros» ma ormai è chiaro che dovevo abbandonare l’ideale della mamma che impasta dolci, la domenica.

Le avventure contro i misteriosi virus mandati dal ministero mi passavano sulla testa senza sfiorare la corteccia cerebrale. Ho deciso di aspettare che lei finisca il lavoro, che l’ultimo foglio sia riempito (click), stampato (click) e vidimato (stomp); poi prenderò la mano per tornare verso casa, come se non ricordassi la strada dentro il buio di novembre, perché lei si  è persa l’indicibile tramonto delle cinque – mentre io ho annusato la trasparenza della luce color malva – e non le resta che un cielo d’un blu oltrenotte con tre lune appese a un filo. L’unica soluzione – la soluzione finale – è muoverci verso il presente, fidandoci alla cieca dl pacciame sul bordo della strada - Cumuli di foglie pronti per il compost autunnale.

E così mi ritrovo di nuovo accoccolata in mezzo ai mucchi caotici eruttati dagli armadi.
Tolgo l’audio della pubblicità. La voce roca e acerba di K copre i transiti intestinali di una soubrette-ventre-piatto (I can't explain just why we lost it from the start /Living without you girl, you'll only break my heart...).
 
 

domenica 14 settembre 2014

LEECH'S GARDEN



Willam John Leech A Covent Garden, Brittany
 
10.04 a.m. Incontro Eloisa e Annie all’Isola di Pasqua, il nuovo bio-locale che hanno aperto in centro. «Oh, come stai bene!» In realtà i miei vestiti denunciano una cronica mancanza d’autostima: in ufficio sono arrivate le ennesime stagiste intercambiabili. Troppo carine, troppo simpatiche, con un curriculum troppo perfetto.

Basta un attimo e il tuo astro si offusca.

Solo qualche giorno fa ho fatto un po’ di prove nel camerino non-videosorvegliato dei grandi magazzini più chic della città: gonna e camicetta di Okäidi, abitino Disegual. Io lo chiamo “photoshopping”, ovvero i miei sognanti outfit da principessina quasi milionaria si possono vedere gratuitamente sui social network più seguiti.

Ecco a voi il mio personale quarto d’ora di celebrità. 

Dunque riassumendo, ho cercato nel mio armadio speleologico qualcosa che mi distinguesse – Ehi, guarda qui! Sono speciale – e sono contenta (se si esclude il muffin integrale al mirtillo che mi tenta dal piattino delle colazioni eleganti). Allontano i sassolini che rotolano nella risacca della mia gastrite infiammabile e riesco persino a macchiare un caffè filtrato in tazza extralarge.

Mary Ellis calcola: «Cosa succederebbe se mi concedessi un assaggio di dolce? … Solo una briciola … Se non mangiassi più per tutto il giorno, forse potrei» …

 

L’idea è di fare un giro al mercato per cercare agrumi da asporto, anche se poi dovrò riportare in dietro le bucce per pesarle vuote, sentendomi come Pollicino.

Le mie amiche condividono l’allegria generale in scatti adolescenziali che immortalano il tavolino basso, l’albero fatto di parole scritte sul muro e la tisaniera in cui galleggiano bacche di rosa canina. Ognuna lancia un amo, una piccola scoperta che vortica nell’aria e ricade – puf –

Progettiamo le nostre vacanze di bassa stagione: ho preso una guida dell’Irlanda, mentre Eloisa traccia percorsi in mezzo alle rovine ittite di Cappadocia. A D non l’ho ancora detto. Ultimamente non le si può parlare di niente. Per colpa mia, è diventata acida e cattiva come la Strega Gramigna.

In solitario, la mia insonnia progetta itinerari “Dublino e dintorni”. Certo, non posso permettermi l’avventura nella brughiera selvaggia ma cerco di non pensarci e m’innamoro dei palazzi storici, dei pittori, degli scrittori e persino delle birrerie.

 

«Vorrei dei miyagawa: sono mapo due punto zero, ibridi alla seconda tra mandarancio e pompelmo. Però ho deciso che li prenderò solo dal fruttivendolo che lo sappia scrivere correttamente! » Ho visto di tutto, fantasiose composizioni di “i” e “y”, “w” e “u”. «Fai prima a scriverglielo tu su un pezzo di carta!»

Le risate mi riempiono il cuore.

Devo succhiare un tacchetto di liquirizia per alzarmi la pressione.

Sono stanca,

Schiacciata da un infinito universo di cose da fare, da vedere, da leggere. Avrei bisogno di dormire, o meglio di spegnere il cervello e dimenticare tutto.

Sono stanca.

La tristezza mi lascia macchie rosse sui polsi. Devo comprare una polsiera di spugna rosa e delle bende pulite, ma questa cornice dolce mi tranquillizza, per un momento.

Eloisa ha puntato delle nuove scarpe. Come tutte le donne soffre di una specie di ossessione feticista per i tacchi alti e gli stivali di pelle. Gioca con la sensualità delle sue forme. «Ma quanto sono stupidi gli uomini?» Qualche giorno fa – racconta – stava vendendo i campioni di una bibita in un chiosco e, per attirare clientela, si è messa delle cannucce in mezzo alle tette. «Ho fatto quasi ottocento euro in una sera!»

Io non so cosa significhi piacere a qualcuno,

Suscitare desiderio,

Ingoiare ed essere ingoiata,

Bere ed essere bevuta.

Ci sono state – forse – alcune rose nel mio giardino, ma non le ho mai colte e il destino sarebbe stato diverso se fossi stata un'altra persona … Ma non ho intenzione di parlare di questo. Non sono ancora pronta. O forse non voglio rovinare l’armonia, la luce dorata dei riccioli di Annie – la mia Betty Berry – o la fiamma rossa del sorriso di Eloisa.

Non merito l’aura positiva di questa mattinata di tardo ottobre, però posso godermi il tepore, scherzare finché è possibile. Le foglie cominciano a rosseggiare sulla vite americana, lungo il recinto del mio palazzo e in fondo alla mia mente Erin ha nostalgia degli aceri nei parchi di Nara, ma sono qui; non sono lei. Sono una ragazzina imperfetta.

Annie guarda l’orologio «Dai, per stavolta offro io» si è fatto tardi «Ho la bici qui vicino. Vi accompagno al mercato e poi vado, devo vedermi con la tizia della distribuzione alimentare» Filiera corta, commercio sostenibile: molte famiglie adesso lo fanno, per fronteggiare la crisi o solo per ridare un senso alle traiettorie impazzite della merce.

Alla terza bancarella, scegliamo due finocchi e un cetriolo. Eloisa conta gli spiccioli nel portafoglio sotto lo sguardo di un commesso distratto dalle sue curve.

 

Un giorno – quando sarò più forte – racconterò tutta la verità sui fiori che ho perso per strada, ora no. 


lunedì 8 settembre 2014

THE STEAMPUNK EMPIRE An unsteady world

 
«Pronto, Buongiorno. Associazione Culturale Contrasti, mi dica … » Una voce arriva dall’oltretomba di un ricovero per pazzi «È uscito il catalogo. …. Cos’ho vinto?» le sillabe smozzicate collidono col mio tono professionale. Non so quasi nulla dei dettagli organizzativi, ma Ondine è impegnata in mezzo alla polvere del piano di sotto. Gli operai sfondano i tramezzi e dipingono le pareti di fucsia, come il vino rosso versato su di una tovaglia. «Là nell’angolo vorrei mettere una fontana o un’acquasantiera» Si è vantato il Boss, brandendo le chiavi del labirinto … e intanto i nostri stipendi scorrono via insieme all’acqua sporca del secchio di Tony, il tuttofare.

Strizzando il mocho nell’apposita fessura, tenta di ripulire i detriti dell’ennesima esplosione «Che begli occhiali che hai!» È stato l’unico a guardarmi in tutta la giornata. E dire che ero così fiera degli occhialoni da moto costruiti da mio nonno: autenticamente vintage, fantasticamente old-old fashon. «Sì, grazie» con un senso di sollievo gli racconto tutto della mia famiglia, di quell’uomo dagli occhi azzurri come laghi d’inverno – occhi un po’ tristi, che non rendono nelle foto in bianco e nero –, dei campi di lavanda sul confine francese, delle colline verdi che nascono dal mare … Beh, no, forse non dico tutto questo perché non c’è lo spazio né il tempo, ma lo penso; e il pensiero fa sbollire la rabbia quotidiana.

 

Ho telefonato al Boss. Il suo smagliante smartPhone vibra nella trasferta nevrotica di Milano: nell’incertezza di una fiera-per-soli-compratori nell’era della Crisi, per ora c’è soltanto un numero infinito i etichette sbagliate e una scatola piena di chiodi e di viti. «Senti … per la scadenza di oggi …» gli ricordo, tentando di sovrastare il rumore dei trapani in sottofondo «NON HO TEMPO!» taglia corto lui, troncandomi la frase. Ci riprovo, caparbia. Sono sei mesi che manchiamo ricorrenze d’ogni tipo. «Lo so, per questo sono entrata nella schermata del computer. Devo solo inserire i dati» «TU NON INSERISCI NIENTE, CAPITO!?» Tuona, come Susanoo prima di scoperchiare la sala del Palazzo Celeste. Ma no, il paragone non calza perché non c’è irriverenza o anarchia nel ruggito, quanto piuttosto l’imposizione collerica del Leviatano. «Ok, ok …» Conto fino a dieci … congiungo indice e pollice: “Ohm”. Salgo di nuovo le scale bestemmiando e ficcando le mie cose nello zaino. Ho bisogno, assoluto bisogno di passare da Sócrates a fare un po’ di shopping. Sull’agenda ho una lista infinita di cose da chiedergli: di sicuro troverò la mia consolazione momentanea.

La rabbia mi spinge come il vento.

Sincronizzo il passo, ancheggiando sulle strisce pedonali.

«Hai qualcosa di Capitan Harlock? Vorrei essere preparata per la prima del film!» esco dal negozio con un tascapane nuovo. Sul lembo di chiusura campeggia un’immagine del Pirata dello Spazio meravigliosamente anarchico in versione anni Settanta. Il nuovo capitolo dell’eterna saga sarà tridimensionale, con un immaginario generato a computer. Bello e cupo per le generazioni future.

Tutto cambia precipitando troppo velocemente.

Un mio “amico” scrive in rete: “Noi siamo stati gli ultimi ad ascoltare le musicassette” – Ricordate il fruscio delle TDK copiate? “Siamo stati gli ultimi a pagare la colazione in lire” –  Chiedevamo al panettiere un millino di focaccia e un Estathé. “Siamo stati gli ultimi a guardare Bim Bum Bam” – Siamo quelli cresciuti con la Strega Gramigna, Uan e For, mentre oggi Cristina D’Avena è un mito imbalsamato sul palco delle convention di fumetti.

 

Tornando in dietro, già più calma e rasserenata, anestetizzata dalla droga del possesso, entro nel bar che hanno appena aperto davanti al mercato.

“Pace della mente in un mondo instabile” c’è scritto in inglese sulla mia tazza di caffè filtrato (e io scatto una foto da condividere).    

Spio i colori vivaci delle piante nei vasi, sulle bancarelle di fronte. Il liquido scuro ristabilisce il ph del mio cervello e dello stomaco ulcerato.

 

Da due giorni quasi non dormo.

Brucio e mi contorco in silenzio. Nei rari intervalli in cui il rumore della televisione mi culla, sogno di cantare perdendomi in cielo pieno di stelle e mi sento un po’ come K: mi pare di capire di più il suo dolore, il pigiama usato come abito da cerimonia, le dita lunghe da poeta, lo sguardo smarrito dietro il sole.

http://youtu.be/9uWwvQKGjLI

giovedì 24 luglio 2014

CYBER TINKERBELL


Se il buongiorno si vede dallo stalking, io assaporo il piacere superiore di farmi inseguire. Due messaggi e una notifica. Certa gente non ha abbastanza immaginazione da alimentare autonomamente il proprio cervello e t’invade la casella di posta di presenze indesiderate.
Spengo il cellulare e respiro.

In realtà, cerco d’ignorare il mio corpo gonfio. Stringo alla mia pancia la pancia calda di un gatto pieno di semi di ciliegio, mi alzo la maglia, controllo la pelle azzurra. Ho ufficialmente perso l’ultima aeronave, la cultura ormai è un’opinione da dilaniare.
Sono un’aliena scappata dall’Area 51.
Il Presidente della Terra sogna droni fatati che svolazzano come Apsaratt-roditori tra i capelli di Lady Lovely – tutte le guerre della storia in origine erano “lampo”.
Il papa digiuna in un assordante digiuno mediatico ed io – che per decreto non posso astenermi dalla regolarità asfissiante dei pasti – domani chiamerò l’esorcista che prescriva yogurt alla pera plus cereali, con il tocco magico dei bacilli vivi.
E intanto posto faccine verdi su facebook e misuro l’estensione della solitudine.
Una ragazza di Shinjuku libera un cuore-farfalla dal centro del fiocco sull’uniforme: Tokyo sarà di nuovo olimpica dopo le passate glorie di Mila Hazuki.

Ieri il mio amico Tyler ha suonato il campanello «Ciao, ero ad allenarmi qui vicino e ho pensato di fare un salto a trovarti. Posso salire?» Sembrava la domanda del Principe a Raperonzolo, ma io ho un lungo dreadlock al posto della treccia e ho sorriso ricordando altri tempi, sulle stesse scale. «Scusa se non ti bacio, ma sono tutto sudato» «Vuoi fare una doccia?» Due eoni fa, lui veniva da me invece di andare in piscina poi, nel bagno, inzuppava gli asciugamani di spugna, li ficcava nella sacca sportiva e fingeva di aver nuotato per ore.
Poi le sigarette al peperoncino hanno aggravato la sua asma.

Adesso siamo cambiati. Il ragazzo che mi sta davanti vuole mettere su una palestra e imparare a suonare la tromba.
Parliamo di fumetti e telefilm, progettiamo di andare insieme al prossimo grosso evento per cos player: io con un mazzo di fiori di carta in mano, lui con una coda fiammeggiante che gli spunta dalla divisa. Probabilmente mi sentirò in colpa subito dopo aver comprato il mio costume in rete (cinquanta euro per l’ebbrezza momentanea di diventare un’eroina a due dimensioni), ma mi giustifico dicendomi che la vita è una sola, e la mia è già troppo mutilata e offesa.

Quand’è che lui aveva lanciato la proposta di un viaggio in Giappone?
Se provo a pensarci, Erin grida forte nel mio sangue. Si rivolta. Si agita. Urla: «Cassie ora ti darebbe il permesso e i soldi» Bisbiglia: «Se volessi partire, lei verrebbe addirittura con te» Mi pare persino che brandisca uno spadone o un ventaglio affilato. Dev’essere Erin che mi ha inciso gli ultimi segni – precisi e netti – sul polso, sotto il bracciale di gomma viola. «Con Tyler mi sentirei in imbarazzo e Cassy non condivide il mio amore» rispondo. L’Altra-Me tace. “Non voglio che la bellezza venga inquinata dalla frustrazione”: questo è l’argomento definitivo, quello che nasconde il vero dolore. Non posso cambiare. “Erin, non posso permettere che i tuoi ricordi siano sporcati”.
Meglio tornare coi piedi per terra; meglio valutare una piccola spesa di spedizione per una gioia monodose. «Dai, ti mando il link, così mi dici cosa ne pensi, ordiniamo i vestiti e ci organizziamo» (Ma se anche questo fosse troppo? Se fosse troppo stupido?)

«Tyler, ti va una merenda? Un po’ di spumante?»
A questo punto Cassie si era alzata per andare a prendere un bicchiere di prosecco frizzante e una coppetta di budino al choco-mango che io avevo preparato fin dal mattino.
Mi piace credere che la domenica sia un giorno speciale, anche se alla fine continuo a lavorare battendo sui tasti.
Anche se non posso assaggiare i cristalli di zucchero colorato.
Fin da bambina e anche dopo, da donna mancata, mi sono sempre sentita come se stessi partecipando a una gara di conversazione brillante. Avevo paura che mia madre mi rubasse le battute, rendendomi ridicola e decorativa.
Per questo l’ho allontanata con disinvoltura.
Per questo lei si è lasciata allontanare.



mercoledì 16 luglio 2014

LOTUS GUN


Non sono mai stata così male in vita mia.

Mentre sullo schermo Kim Ki-Duk costruisce una pistola per vendicarsi d»i chi l'ha tradito abbandonandolo e poi progetta il proprio suicidio con un filo di nylon, io penso alla vecchia carabina napoleonica del mio bisnonno e al rumore che farebbe il proiettile attraversandomi il cervello – Ready! Action!

Facile.

Un colpo nel pogo ha deviato l'assetto del mio scheletro, che ora si sta sbriciolando come da previsioni. I pensieri sono neri. Catrame.

La linea verticale di un tronco divide in due un cielo di un azzurro esasperante. Lampi di sole e un mare di lapislazzuli michelangioleschi che comunque non mi appartengono.

Una persona che secoli fa ha smesso di essere Cassy evita qualsiasi contatto emotivo, strappa via qualsiasi distrazione «Sei in pausa?» Da giorni sono chiusa in questa stanza aspettando una proposta “divertente”, ma lei non parla. O non riceve risposta.

Solo ieri sera, dopo aver acceso la radio sul programma rock della notte, ho sentito un rumore sommesso in cucina e, dopo una breve apprensione, ho capito che lei era sintonizzata sulla stessa stazione e stava canticchiando la canzone che anch'io stavo ascoltando, con l'inglese inventato tipico della sua generazione.

Ma poi la commozione e la giovinezza sono svaporate nel nuovo mattino pieno di grilli. Ultimamente mi rivolge solo domande apprensive: “Come stai?” si alterna a “Sei stanca?” , ma oggi c'è una novità, un ordine quasi perentorio: «Va'  a chiedere un limone alla vicina». Come se comunque non la vedessimo tutti i giorni, un'anima inquieta piena di ansie che entrano in conflitto con le mie producendo scintille d'insofferenza.

 Quella donna è la new entry della mia segregazione. «Che palle!»  «Hai detto “Che palle!”?» ... Se provassi a ignorare che ho solo trent’anni e sostituissi la parola “tristezza” con “quiete”, magari le cose andrebbero meglio, il buco nel petto si rimarginerebbe e io potrei respirare. In fondo i due termini sono quasi sinonimi, nel mio dizionario.

Mi sfilo gli auricolari. Poso il rasoio.

Ho del sangue che mi cola su una mano.

Potrebbe essere un elemento interessante per la curiosità pettegola della gente?  “Io mi faccio gli affari miei ma ...”; “Hai visto quella? Di sicuro è malata o una tossica, te lo dicevo io!” A volte esco di casa con un foulard avvolto intorno alla testa, per alimentare le leggende

Camminando lungo la curva che mi separa dalla casetta affianco alla nostra, rivolgo i palmi in basso, chiamando a testimonianza la terra e l'asfalto, come un Buddha post-moderno (che rotola giù da una scarpata).

Quando torno indietro (rabbuiata e senza limone – rubato da qualche mano invidiosa, perché si sa che l'albero sul confine è sempre più giallo), il reticolo di rughe di D è concentrato nella preparazione di un piatto di gamberoni. Le teste sono ammucchiate da un lato. Musi lunghi che mi fissano malinconici come chansonnier francesi, con lo sguardo lucido e senza sclera. ... L'attrice del film coreano che stavo guardando aveva occhi simili: due stelle d'antracite brillante. «A quanto pare niente salsina per stasera» annuncio sbattendo la porta della mia cella in sala.

Quello era stato il “salotto buono”, o così doveva essere prima che mia nonna si ammalasse e gli ospiti si diradassero come i suoi capelli grigi. Da quel momento era diventato il logoro teatro di una separazione famigliare, con mia zia curva sui suoi tomi di filosofia a covare risentimento e una ragazzina vivace – destinata a essere mia madre – che nascondeva i fumetti sotto i libri di testo. Durante la guerra, la libreria a muro era stata una dispensa segreta dove stivare le provviste all'insaputa dei soldati ma ora c'erano solo file di volumi inutilizzati, romanzi estivi e raccolte di filastrocche infantili. Le ciotole piene di conchiglie sono coperte da uno strato di polvere e, se ne avvicinassi una all'orecchio, non sentirei più il rumore delle onde che ormai sono troppo remote. Nemmeno io ricordo il suono della risacca, eppure c'è stato un tempo in cui mi piaceva andare alla spiaggia nelle mattine torride d'agosto, entrare in acqua e spiare il fondo, “fare la stella marina” trattenendo il respiro, con le braccia e le gambe allargate e poi tornare sulla sabbia, stendermi sull'asciugamano e leggere qualche pagina senza l'ossessione del lavoro da sbrigare. Già, “ossessione”... da un po' D non fa che spiarmi amareggiata «Devi farti aiutare! Stai davvero peggiorando, conosco qualcuno che potrebbe ...» La fermo sempre a questo punto perché so che nominerà Violante e la mia presunta debolezza, so che dirà che mi invento cose assurde per accusarla. Non voglio sentirmi di nuovo oltraggiata e umiliata. Vorrei solo che lei mi capisse ... ma adesso non conta più, almeno non nell'immediato. Stiamo per partire. Questo significa che non vedrò più l'orizzonte punteggiato di vele e non soffrirò più come un bambino povero in una pasticceria di lusso. È finita e forse, dopo le liti e i pianti, sarò io a riprendere il controllo della carta dei menù. Il mio corpo deformato potrebbe addirittura tornare a posto ... In fondo nulla è perduto: vivo in una città sulla costa e basta una mezz'oretta di treno per avere una piccola baia fatta di scogli, tranquilla e pulita. Quest'anno la bella stagione è cominciata in ritardo e sembra che durerà ancora per un paio di settimane.

Seduta di fronte allo schermo immobile, con le cuffie inserite nell'apposito foro, immagino un settembre mite e i ciottoli levigati che rotolano a riva sotto i miei piedi.

mercoledì 25 giugno 2014

SOPRAVVIVERE ALLE SERATE DANZANTI


Torno a casa.
Sull’autostrada
La macchina sbanda contro il vento;
immersa nel vento.
Un camion si accosta sulla sinistra … – Forse Cassy non dovrebbe più guidare.
… Il camion trasporta colombe bianche per un matrimonio … – Lei ha un cerotto che le annulla la visione periferica.
… Aumento il volume del mp3 player per non sentirle tubare isteriche ogni volta che una curva mette in dubbio la stabilità dei loro trespoli nella pancia della balena. Nella bocca del lupo.
Una mia amica si sta per sposare ed io non ho ancora scelto il vestito. D’altronde lo sposo si presenterà in infradito all’altare sulla prua di una nave ecologista. Se fosse la mia cerimonia vorrei quanto meno un abito da victorian lolita, ma è passato il tempo di sognare la cerimonia perfetta. Non mai avuto niente di simile all’amore. Se dipendesse da me, gli sposi indosserebbero dei costumi cosplay e la cerimonia probabilmente sarebbe officiata da Tyler vestito da suora (Cosa posso farci? Adoro gli anime a sfondo religioso e le divise dei preti-combattenti hanno un loro fascino oscuro).
E i regali? I miei amici erano eco-attivisti – di quelli che speronavano baleniere con un gommone verde – e avevano voluto solo donazioni da versare al loro movimento contro il sushi di delfino. Nella mia lista nozze ci sarebbero stati piatti di ceramica Imari e squisite biscottiere Wedgewood (“Io al massimo ti posso fare una decorazione biancazzurra lavorata all’uncinetto” mi aveva detto una volta Ondine, la mia collega, piena di creatività e di tenerezza). Avrei avuto un set di biancheria da cucina di Totoro, una radio portatile con presa USB da tenere sopra il frigorifero , un mixer multiuso sul ripiano accanto ai fornelli e uno stampo di silicone per preparare dei macarons rosa – perché non è da tutti cucinare dei dolcetti domenicali canticchiando una canzone dei Mudhoney (mi pare che il testo ripeta “La ragazzina di papà non è più una ragazzina”, o qualcosa di simile, adattandosi al momento).

A questo penso seguendo la linea continua sull'asfalto. Il cellulare vibra.
Sylvia notifica: “Sarò in Italia a novembre, non so ancora le date precise. C’incontriamo?”
Telepatia.
È stata lei la prima crisalide, quella che poi non è diventata farfalla.
Non la vedo da anni.
Ricordo che quando eravamo insieme, provavo un vago senso di disagio.
Ho sempre avuto un corpo troppo pesante per sperare di poter passare attraverso le sbarre della mia prigione.
Ora sospiro annusando l’aria che sa di nuvole, il cielo diviso a metà.
«Dài, ammetti che quando siamo in paese tu sei più serena» Non rispondo.

 Per forza di cose, là il mio cervello si spegne in assenza di gravità, lontano dal mondo degli esseri umani, in catalessi emotiva. Per non sentire l’orchestra che accompagnava la sagra della salsiccia, accendevo la radio e cercavo qualcosa da fare che mi portasse lontano, ma i miei piedi erano perennemente incollati al pavimento.
Se solo avessi potuto raggiungere il mare, tutto avrebbe avuto un senso. Ma lo specchio rideva mentre il mio corpo si gonfiava come un pallone e lei ripeteva che era fisiologico “Una reazione psicosomatica”.


Avrei voluto trasformarmi in un anacoreta che si nutre solo di lucertole. Ti ricordi Sylvia? Da bambine avevamo dato un nome al geco che viveva tra le tegole del tetto … Ora se n’è andato anche lui, ucciso dall’ennesimo inverno.

http://youtu.be/FOUDDcIsokU