Visualizzazione post con etichetta MUSICA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta MUSICA. Mostra tutti i post

giovedì 21 marzo 2013

DAVID BOWIE The Next Day



David Bowie torna sulle scene dopo dieci anni di silenzio e lo fa con The Next Day, un lavoro multiforme quanto la carriera dell’eterno dandy inglese che, come una fenice, rinasce dalle sue ceneri affrontando senza paura i discorsi del passato. Già la copertina del disco è una dichiarazione d’intenti che si rifà all’estetica di Heroes, annullando però gli stilemi preconfezionati dello star system. I richiami alla “Trilogia berlinese” sono palesi anche nel testo del primo singolo Where are you now?, mentre altri brani tracciano una linea di continuità con le sonorità anni degli anni Settanta di Aladdin Sane, sconfinando nei territori della space opera sperimentale e della dance anni Ottanta. Il pubblico dei fan troverà quindi il “classico Bowie” (qualsiasi sia il valore di questa categoria applicata ad un artista tanto eclettico) , mentre chi cerca un approccio più innovativo non sarà deluso:  dalle alle morbidezze che si riallacciano agli ultimi lavori del Duca Bianco si passa alle melodie meno scontate, più dichiaratamente rock, fino a Dirty Boys  che, strizzando l’occhio agli standard sghembi di blues à la Tom Waits , non s figurerebbe nella scaletta dei Morphine più ispirati (grazie al sax di Steve Elson).  Anche i temi trattati sono talmente vari da far pensare a un approccio corale alla realtà, ma paradossalmente questa varietà di toni e di stili non lascia tracce nell’insieme perché ciascun brano mette in risalto le capacità tecniche di supporter dall’altissimo livello. Tra i musicisti che partecipano alle registrazioni, spiccano nomi di primissimo piano: dai collaboratori storici del cantante (come il produttore e strumentista Tony Visconti) al basso del grandissimo Tony Levin ma, a prescindere dalla forte eco suscitata dal video-film promozionale di The Stars are Out Tonight (firmato daTilda Swinton) , l’ascolto dell’intero disco scorre liscio, senza picchi memorabili.

Questo ventisettesimo lavoro in studio è un prodotto maturo e riflessivo, divertito e malinconico, poliedrico e introspettivo, ma resta la sensazione che David sfiori ormai una condizione super partes, che lo trasforma in una vera e propria icona culturale, con un posto consolidato nel pantheon delle leggende.  

mercoledì 20 marzo 2013

SOUND CITY From Real to Reel



Capita che il mondo della musica ci offra delle piccole perle che arrivano senza tanta pubblicità, conquistandoci per la loro bellezza inaspettata. È ciò che è successo con Sound City: From Read to Reel, ultimo progetto della mente instancabile di Dave Grohl. C’è lui dietro le 11 tracce che compongono l’album  così come dietro al documentario sui leggendari studi di Los Angeles, dove hanno registrato tutti i più grandi – dai Fleetwood Mac agli Slipknot, da Butch Vig a Rick Rubin. Suono e immagini descrivono di un luogo in cui si ricrea ogni volta l’alchimia perfetta della serenità famigliare; e l’incredibile varietà di stili che si susseguono lungo la scaletta testimonia la magia di questa ricetta, dando vita una miscela che accelera e rallenta, picchia e carezza senza mai annoiare. Un gruppo di artisti straordinari, un pugno di amici che si ritrovano per divertirsi e raccontare una storia, ognuno utilizzando il proprio linguaggio: la neo-psichedelia un po’ pigra tipica dei Black Rebel Motorcycle Club di Robert Levon Been (Heaven and All) lascia spazio ai ritmi tirati del punk di Wife is calling, la sensualità di Stivie Nicks cede il posto a un Corey Taylor che, abbandonata la maschera, svela una voce calda e matura (Fom can to can’t). Ma qui ci sono anche tutte le anime del poliedrico Grohl – dall’harcore al metal fino alla melodia – ed è come se un cerchio si chiudesse su una parte della sua carriera artistica, per ricominciare a ruotare. If I were me potrebbe essere accostata alle migliori ballate dei Foo Fighters mentre Cut me some slack commuove e stupisce, con la formazione dei Nirvana di nuovo riunita insieme a Paul McCartney, e ovviamente partecipa anche Josh Homme che imprime il classico andamento à la Queens a Centipede. Si finisce con Mantra, uno dei pezzi più ispirati del disco, una cavalcata ipnotica in cui Trent Reznor regala a Dave la potenza dei Nine Inch Nails e la raffinatezza delle colonne sonore firmate da solista. Il dvd è una ricerca giornalistica per appassionati, che collega un’azzeccata sequenza di cammei, interviste e pezzi d’archivio delle grandi icone del rock: un eccellente debutto da film maker e un “dietro le quinte” che commenta e completa la forza dell’album.



domenica 6 maggio 2012

JACK WHITE BLUNDERBUSS ( XL Recording /Third Man Records)

Jack White è rinato molte volte. Originario di Detroit, cresciuto ascoltando gli Stooges e il buon blues, oggi vive a Nashville, la culla del country. È un vero artigiano del rock, che si veste come un divo anni Quaranta, adora i vinili e si dichiara lontano dal mainsteam. Ispirandosi agli artisti afroamericani del primo Novecento, ha saputo rielaborare le radici della musica con un sorprendente eclettismo, passando dal rockabilly swing alla Elvis (I’m shaking)a un soul che sembra citare la magia di Son of a preacer man grazie alla collaborazione con Ruby Amanfu, splendida voce di origine ghanese (Love interrumption).  Blunderbuss – primo album solista firmato solo da Jack, che suona chitarra e basso, organo, piano, batteria e persino xilofono!  – è tutto ciò che i fan vorrebbero sentire. Come l’antico cannone del titolo, le canzoni di questo disco hanno un’eleganza che promette un’esplosione. Ci sono le atmosfere rarefatte di On and On accanto alla perla quasi classica di Hypocritical Kiss, ma non potevano mancare i pezzi più diretti e immediatamente catchy che riportano alla produzione targata White Stripes, promettendo di farvi saltare sul letto (Sixteen Saltines, primo singolo estratto) o di riportarvi dritti al mondo spagnoleggiante di Icky Thump (I Guess I should go to sleep), per poi entrare prepotentemente nei territori del garage /alternative blues alla Black Keys (Freedom at 21), che lo stesso Mr. White ha collaborato a sdoganare in tempi non sospetti.

martedì 14 febbraio 2012

Band of Skulls Sweet Sour (Vagrant)


Dopo il sorprendente esordio nel 2009 con Baby Darling Doll Face Honey e l’EP Friends del 2010, i Band of Skulls tornano con un album completo e maturo, più intimo e raccolto ma che non dimentica la carica incendiaria del buon garage. La voce di Emma Richardson è morbida e avvolgente. Il potente tappeto ritmico di Matthew Hayward incede con un timbro cupo, quasi stoner e sabbathiano nella title track, trascinata dal riff vibrato di Russell Marsden. Il trio inglese ci regala piccole gemme zeppeliniane (sempre Sweet Sour), s’inoltra in radure di tranquillità che confinano con Woods delle Sleater- Kinney e marcia con la potenza sferragliante del rock (Devil Takes Care of His Own); costruisce minuscole perle melodiche che potrebbero essere interpretate da PJ Harvey (Lay my Head down; Navigate) o diventa scanzonato come un Josh Homme di buon umore (You’re not Pretty but You Got it Going on), per poi scivolare in suite noise alla Sonic Youth (Close to Nowhere).

I Band of Skulls si confermano come un ottimo gruppo da club, capace di mescolare atmosfere intime e fumose a passaggi sonori densi e grezzi. Ricordo ancora il loro concerto di due anni fa a Milano e il modo in cui avevano catturato il pubblico infreddolito del Rocket.
Il video di Devil Takes Care of His Own è la riprova di quest’impressione: in uno studio televisivo giapponese, pochi fan si riuniscono compostamente per sentire la canzone ma improvvisamente i compassati tecnici nipponici vengono trascinati dal pezzo e cominciano a picchiarsi con un grande sfoggio di arti marziali.

Ancora una volta Emma cura un artwork intrigante e inquietante. La copertina dell’album, una strana amalgama rossa e bianca che potrebbe ricordare un fiore o il modello anatomico di un bacino, non sfigurerebbe in un dipinto di Ray Caesar. Lo stesso vale per i primi due singoli estratti dal disco: in questo caso si tratta dell’ingrandimento di articolari di un insieme più ampio che richiama una composizione di petali avvizziti e contorti (Bruises) e una forma astratta (Devil takes care of his own).



Trowate la versione breve d questa recensione su www.discoclub65.it !