Visualizzazione post con etichetta THE FRAGILE ECHOES. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta THE FRAGILE ECHOES. Mostra tutti i post

martedì 18 febbraio 2014

TEMPO PARA CARACOIS


“Siamo in città (inaspettatamente). Ti va di vederci domani?” Gli emoticon rendevano l’accento allegro del messaggio di Chris, comparso per caso sulla chat alle 23.33.
A casa, faccio le prove, circondata dall’esplosione corale dei miei armadi. Mi cambio tre volte per fare una buona impressione. Sono due anni che non c’incontriamo di persona. E stavolta ci sarà anche sua moglie (È così strana la consistenza di quella parola applicata a noi: è come se marcasse il Tempo che passa lasciandomi indietro. Mi chiedo ancora – un po’ inquieta – cosa voglio davvero, come sarebbe stata una vita “normale”).
Alla fine scelgo la t-shirt di Les Claypool con la rana al timone, una gonna a righine gessate; gli anfibi verdinsetto e un paio di calze a strisce orizzontali grigie.
Apro l’ombrello e mi lascio camminare.

Sotto un diluvio da metropoli tropicale, arrivo in libreria con più di mezz’ora d’anticipo e ordino un filter coffee e un bicchiere d’acqua. È bello sedersi con un libro appoggiato sull’orlo del tavolo e una grossa tazza di liquido nero e attendere scorrendo le righe, come Meg Ryan in una commedia hollywoodiana.
Il cucchiaino tintinna nella mug non-zuccherata.
Mi tormento una pellicina che si stacca senza dolore, lasciando esposta la carne rossa segnata da una miriade di linee (Mi chiedo quanti strati di pelle abbiano le dita e se ognuno sia marcato dalla stessa impronta, fino in profondità).
Mio malgrado, le orecchie captano una conversazione da bar: «Quel tipo è odioso. E in più vuole cambiare sesso!» due metro-sex in canotta e gel ultra-forte spettegolano come comari al mercato  «Eh? Ma non ha la ragazza?» «Sì, e il bello è che lei è d’accordo!»

«Scusa il ritardo: c’era il bagno costantemente occupato!» Chis sorride, mi presenta Andresa e sbadiglia. «Abbiamo dormito tre ore stanotte. Eravamo a una festa, su nell’Entroterra » Li immagino in una specie di comune hippie, presi in un vortice di fuochi psichedelici tipo Burning Man, ma lui continua a spiegare. «Stiamo girando un video sulla gastronomia italiana per una stilista che cambia idea ogni tre minuti» Il leggero peso di quel plurale coniugale mi distoglie dall’incongruenza dell’intera frase. La fede sottile manda i bagliori magici dell’oro nuovo. «Nostra chefa está louca» aggiunge lei mescolando con disinvoltura l’italiano al ritmo sincopato del portoghese. Parla con tutto il corpo, muovendo le mani come gabbiani davanti al viso; gli occhi accesi da mille scintille. Il polpo verde sulla spalla sinistra agita i tentacoli sinuosi; sull’altro braccio, da un veliero erutta un’epifania di stelle, farfalle e televisori anni Cinquanta che sintonizzano le loro lunghe antenne baffute. «Mi falta un piccolo Yoda qui, sul gomito» mi dice indicando uno spazio vuoto accanto a un Darth Veder con un’aureola rosa. Con il vestitino di trine nero, sembra una gotica principessa dei pirati. Io l’avevo già trasformata nel personaggio di un racconto, guardando le foto postate sui social network. L’avevo chiamata Inara, perché i capelli scuri e lucenti la facevano somigliare a uno spirito dei boschi trapiantato tra i grattacieli di São Paulo. Le sue sorelle, mi racconta, hanno tutte dei nomi corti – adatti a creaturine piccole e indifese. Solo a lei è toccato quel nome da regina.
 «Siete stati al Bairro Libertade, il quartiere dei giapponesi?» chiedo sapendo del loro viaggio di nozze in Brasile. «Sim, diverse volte! È molto grande e anche le vie sono molto giapponesi … ci sono persino i portali di legno!» L’entusiasmo di questa ragazza è radioso. «Mangiavo sempre gli involtini di alga ripieni di riso, cheese cream e salmon.» dice nostalgica, e le narici le tremano leggermente sulla piccola ondulazione delle vocali che si arroccano intorno all’ultima sillaba. «Li fanno anche là?» «Sì … ma senza cheese» rispondo, lasciando aleggiareun sottinteso scatologico.
 “Sampa, o la odi o la ami” cantava Caetano descrivendo la poesia dura del cemento.
Fuori ha smesso di piovere e una cappa di umido imprigiona i palazzi togliendoci il respiro. «Accidenti che umidità!» Il gemito di Chris cade sull’asfalto appiccicoso. Ricordo che esiste una parola particolare per definire questo clima opprimente … «Come si dice da voi … » smuovo l’aria densa con la mano « “Abafado”» ride lei, ritrovando tutta la rotondità morbida della sua lingua.
Scattiamo alcune foto boccheggiando nella canicola, trascinando i Doc Martens e l’attrezzatura. Le strade sono piene di gente in pausa pranzo, come lumache uscite da sotto le mattonelle per succhiare l’umido della terra strisciando sullo stomaco.
Considero lentamente l’idea di catturare un gasteropode da compagnia, per avere un amico quando sono sola: forse però prima dovrei avere la forza sciamanica di un osso di pene di procione, come il protagonista di un romanzo perverso scritto da un ragazzo invisibile chiamato Jeremiah Terminator (Siamo in un mondo in cui, se non dichiari il tuo nome, ti condannano per frode).

Per strada scattano foto culinarie con i loro obiettivi professionalmente pesantissimi. Io rubo un’immagine di noi tre abbracciati di fronte all’insegna di un negozio danese.

Abbiamo qualche souvenir di plastica, adesivi e una nuova amicizia. 

Ci rivedremo tra un anno, magari.


http://www.youtube.com/watch?v=XokJjEzcWo4&feature=share&list=PLv6K-3h9nk9oUsOxbxtmsSJ_kkpCSEKhS&index=2

http://youtu.be/xPGLNYAgL-8

domenica 19 gennaio 2014

MUSIC FOR MY SOUL


 


«DHA-DHA| TIN-TA: Anche il linguaggio del tamburo ha la sua grammatica» Spiega il musicista indiano seduto per terra su un cuscino bianco. Indossa una tunica color zafferano sui pantaloni larghi e i suoi piedi sono grigi, come se avessero assorbito la polvere della strada. Stende un ammasso di pasta su un lato dello strumento: a sinistra una voce metallica; a destra il suono ovattato dell’acqua in fondo a un pozzo. «La farina italiana non va bene, non si attacca. Good for pasta, no good for samosa!». Ha un sorriso splendente e regolare e la morbidezza cortese di un impiegato del ministero delle poste.

«KITE-DHA|DIN-TA: La musica tradizionale dhrupad è nata come meditazione, in totale accordo con la Natura» dice il fratello nel suo inglese cantilenante e riflessivo.

Penso ai George Harrison e ai Kula Shaker; ai Taj Mahal Travellers e al fresco concerto di un bosco di bambù in agosto (rin-rin). Il tanpura canta alcune note tra le mani di una ragazza occidentale bella come una fata. Le tessere di un mosaico colorato brillano nella luce bassa della sala. Chiudo gli occhi e sincronizzo il cuore.

Vedo un uomo in barca sul Gange, il tramonto caldo di Varanasi … la sovrapposizione sbagliata di una foto di McCurry …

 

… Due giorni dopo, fluttuando sulla ritmica, i miei battiti cercano un’altra sintonia. Rallentati e silenziosi aspettano l’inizio di un’altra performance. Il maestro si sta preparando nel cortile del palazzo dei dogi; le sue allieve si stringono le fasce rosse intorno alla fronte. Hanno braccia sottili come ramoscelli. Mi chiedo come faranno a suonare con energia, chiamando a raccolta tutti gli antenati, ma ecco i primi colpi, le grida gioiose. Sono sicura che gli dei sentano forte e chiaro.

“V’invoco, Signori di questo mare. Vi prego, divinità addormentate nella tranquillità dei templi a diecimila duecentosessantasette chilometri da qui. Cavalco sulla virgola di quella distanza spropositata (un arco sui paesaggi d’Europa) e vi vengo a cercare, muovendo il ventaglio nel cerchio della danza”. Non sono più tra le ragazzine piene di eco-dead equi e sostenibili; spariscono le signore con le loro sete radical-chic.

Torno indietro a un posto remoto. Nel parco illuminato dalle luci mutevoli della fontana, un uomo stava saltando gli spaghetti sulla piastra nera del suo banchetto: nell’aria il profumo denso dei calamari alla griglia, lo stesso odore caldo e appiccicoso dei giorni d’infanzia passati con Altair in un porto ligure. E quel ristoratore concentrato nell’arte di rivoltare soba e verdure gli somigliava persino, a mio padre, come in un incantesimo orientale. Una statua di Ampanman – l’eroe-focaccina – proteggeva la festa dagli alieni malvagi. Allora avevo sorriso guardando le stelle.

 

«Cosa sta scrivendo?» È la domanda di Annie a riportarmi bruscamente nel presente. Scruto i ghirigori d’inchiostro che il maestro sta tracciando su un foglio seguendo il sospiro raffinato dello shamisen. Socchiudo gli occhi, sforzando la memoria. Non devo sbagliare, se non voglio sembrare una stupida analfabeta … «Beh … prima ha detto che avrebbe scritto una poesia di Bashô, giusto?», lo sto chiedendo a Erin, una delle tante “Me Stessa”, quella che ha vissuto in Giappone e ha cenato alla Corte segreta dell’Imperatore.

Poi mi butto, velocemente: “Un vecchio stagno / Una rana si tuffa / rumore d’acqua”. Provo a decifrare gli ideogrammi che scorrono sulla carta – da destra a sinistra, dall’alto verso il basso. Assaporo la fatica della vittoria, il contatto con la bioelettricità intrappolata nei riccioli biondi di Annie.

«Incredibile! Tu davvero capisci quelle macchie di colore?» Annuisco, ristabilendo il silenzio mentre lei mi guarda con un lampo di ammirazione. Anche il suo amico, appoggiato a una colonna poco più in là, pare rapito dalla magia dei segni e mastica l’idea di infilare il flauto dolce nel prossimo pezzo della sua band, ridacchiando sugli ovvi doppi sensi.

«Dopo andiamo al suq? C’è un ragazzo che fa gioielli con le posate! – Una figata! – … E poi ci saranno altri spettacoli di musica etnica» Mi dice lui lisciandosi la barba castana (sembra il protettore celtico delle messi, con gli occhi chiari e una birra in mano).

Guardo il ritaglio di cielo sopra di noi «D’accordo, andiamo!» dico rivolta alle le stelle che “tremolano” come da copione.

 

Al mercatino del porto tra i pannelli di legno di una scenografia scrostata,  un uomo volteggia abbracciato dalle ali nere del suo poncho andino mentre una ragazza grandi cerchi d’oro le attraversano i lobi – offre un mazzo di campanule amancaes agli astri addormentati e balla percuotendo la polvere. Confusa in mezzo ai curiosi, seguo lo schema basilare dei passi. Anch’io sono figlia della Terra, anche il mio sangue è rosso.
http://youtu.be/p4G2RlBKbrM
http://youtu.be/9QZOHzWLF9w
( http://youtu.be/xsCQTraCHmA )
http://youtu.be/a9eNQZbjpJk

sabato 28 dicembre 2013

ALL THE BEAUTY MUST DIE


 

Per un minuto di vita breve / unica, a occhi aperti / Per un minuto in cui vedere / nel cervello piccoli fiori / che danzano come parole sulla bocca di un / muto Alejandra Pizarnik (scrittrice argentina).

 

In farmacia spio il cartellone pubblicitario dell’ennesima pozione miracolosa “completamente naturale”. Leggo il bugiardino che promette di annullare interi banchetti pantagruelici e intanto provo a chiedere al commesso se ci sono basi scientifiche che mi consentano di credere alle magie della Fatina dei Denti. Lui tentenna – gli occhi azzurri, i capelli cinerini, il camice bianco con la croce cucita sul taschino: somiglia a un airone avvolto dalla nebbia. Rigiro la scatola tra le mani. La poso ed esco con una sensazione amara in gola. Devo tornare a casa prima che Cassy vada a lavorare. Nonostante tutto mi piacerebbe che mi vedesse indossare la mia nuvoletta di raso cinese da cerimonia.

Lei sta dormendo mentre mi lavo e calo d’all’alto l’armatura di sette sottogonne, ma i veli emettono un debole fruscio quando entro in soggiorno e sfioro una pila di libri ancora da leggere. «Vuoi che ti guardi?» le pupille faticano a trovare un punto concreto, mediando nell’incertezza sfocata della scena sdoppiata; le sue dita sono un ragno che tasta il tavolino in cerca degli occhiali.  S’illumina appena decifra le coordinate del mondo. «Sembra proprio una prima comunione» Non so se esserne felice. Non so se era questo che avevo immaginato. Per un secondo, la gioia esita agli angoli della mia bocca. «Avresti preferito che dicessi che sembri una sposa?» «Sì, forse» Sarebbe bello essere una principessa accompagnata dal Re sulla passeggiata in riva al mare, con le persone che suonano i clacson delle macchine e lanciano petali profumati (onde in sottofondo e sale nei capelli).

«Ci vediamo stasera, mamma». Mi stupisco io stessa: di solito non la metto in questi termini, ma ho bisogno di una carezza, ho bisogno di trattenerla ancora un po’ in questa bolla d’affetto sottinteso. L’ape-madre mi concede un momento strappato alla  monotonia della routine quotidiana – “su trajín” direbbe una poetessa di Buenos Aires, con il tintinnio mutevole di una nobile lingua prestata. «Dai, che la mia sveglia è già suonata da un pezzo!»

L’ufficio l’aspetta: con i clienti ipocondriaci e pigri, la scrivania che sa di tabacco e le stampe di Ligozzi arpionate ai muri.

 

Io sarò l’attrazione del sit-in che l’Associazione ha organizzato di fronte alla cattedrale.

 

Ammiro la forza di Noélia, la presidentessa. Ha la pelle ambrata che ricorda una mansueta nepenthes carnivora e una vitalità che sgorga dall’energia di gesti smisurati. Ha un cuore rosso appuntato sul petto e un occhio nero di trucco per attirare l’attenzione dei passanti. «Troppe donne vengono uccise, nel silenzio generale!» Protesta con una passione sessantottina e la morbidezza dell’accento esotico piegata alla veemenza delle sollevazioni.

Presentandosi al microfono, parla con naturalezza di sua figlia assorbita dalla voracità di una cellula imitativa (Penso: “La danza dei linfoblasti immaturi avrebbe un che di armonioso, se non fosse mortale”). Ascoltando gli accordi delle parole, tocco d’istinto le cicatrici lasciate sui miei polsi dall’indecisione: “Io non sarei stata in grado di vincere la disperazione dell’assenza”. 

Alla fine dell’intervento di Noélia, mi muovo tra i curiosi per andare a salutarla. È piccola di statura ma sprizza scintille elettrostatiche, in mezzo a Ife e Gabriela. Una è altera, scura, bella come una Regina africana nel suo completo nigeriano a motivi viola; l’altra è appena tornata dal Brasile e ha una grossa rosa di stoffa blu attaccata al bavero della giacca. Ho l’impressione di sfogliare le illustrazioni di una leggenda del candomblé. Mi avvicino, spezzando la perfezione dell’insieme.

«Come stai bene vestita così, ottima idea!» «È un omaggio a Pippa Bacca …» dal loro silenzio educato capisco che non hanno colto la citazione. «Era un’artista italiana che è stata violentata e ammazzata da un uomo, mentre faceva l’autostop in Turchua. La sua ultima performance itinerante voleva promuovere la pace e la fiducia nel prossimo» Spiego sorvolando sui dettagli che non riesco ad afferrare nella memoria (Penso: “A volte la vita dimostra una macabra ironia”). Era partita da Milano seguendo un’utopia dissestata sull’atlante stradale. Non era mai riuscita a raggiungere le cupole dorate di Gerusalemme.
 

domenica 8 dicembre 2013

KARMA DESEASES


«Cos’hai?» la preoccupazione di Ondine commenta le mie occhiaie scure e mi fa tremare il cuore. Lo sguardo scorre sull’ombra delle sue ciglia si perde in una scollatura appena accennata, dentro le righe marinaresche di una maglia Petit Bateau – Bellezza anni Trenta, un piccolo neo sullo zigomo; profumo di pompelmo e di gelsomino.

 «Nulla che non si possa curare con una lametta affilata» La verità è che l’indecisione mi uccide: le nuove offerte dal rutilante mondo della telefonia intelligente mi stanno per trasformare in una consumista assetata di applicazioni scaricabili.

Gioco con l’apertura a scatto di un cutter.

Avrei voglia di tessere le linee del Destino con una rete di ghirigori rossi. Disegno stigmate appuntite sul palmo della mano (Penso: “Forse Gesù aveva la stessa abnegazione sacrificale di Sid Vicious”). Ma ho sempre avuto orrore dei chiodi da nove pollici della crocifissione. Ho sempre avuto paura delle unghie lunghe della strega-sadhu.  

Avrei voglia di disegnarmi solchi profondi sulle guance (Penso: “Forse la Madonnina di Civitavecchia è una martire autolesionista”). 

Avrei voglia di provare mille punture scarlatte sulla pianta dei piedi (La corsa distratta di un fachiro principiante).

 

 Oggi, mentre scrivo l’ennesimo articolo da sottoporre alle ire del Boss, la testa gira e le lettere si confondono sullo schermo ultra-minuscolo del mio portatile troppo lento.

 «Non posso darti uno spazio su internet. Dobbiamo pensarci bene, perché poi è l’associazione a metterci la faccia, capisci? Se tu un giorno impazzissi e parlassi benissimo dei “Pinguini Coccolosi”, poi ci andremmo di mezzo noi. … O se ti venisse la sindrome di Tourette e di punto in bianco mandassi un post insultando tutti ...» Fuochi d’artificio rossi-rossi lavano l’offesa, pirotecniche secrezioni gialle-gialle purificano il mio Ego. Qui urge un rito per punire gli insinceri.

Devo andare in bagno, sciacquarmi il viso, guardarmi allo specchio per capire chi sono. Mary Ellis sogghigna e non lascia correre nulla. Da un po’ è così: qualsiasi cosa faccia non è mai sufficiente e il cumolo di arretrati diviene sempre più minaccioso e caotico sulla mia scrivania. Non ho scampo.  – Spezzo le croste protettive, riapro ferite.

È sorprendente quanto sia rosa e tenera la carne sotto la pelle. Qualcuno ricorda i globuli paffuti con un marsupio sulla schiena, quelli del cartone animato sul corpo umano? Avevano sempre un bel sorriso gentile, loro.

 «Forse è meglio se vai a casa». È di nuovo Ondine che mi sveglia dalla letargia ovattata, quasi spingendomi verso la porta. Sì, comprerò in farmacia dei cerotti pediatrici che si abbinino con i colori dei miei braccialetti: detesto le normali strisce di plastica che sembrano uscite dal bancone del macellaio, mentre quelle bianche fanno sembrare tutto più drammatico del necessario, come in una specie di documentario sul triage.  … Ma mi soffermo sull’idea di usare una medicazione da naso: le due ali incerte di una farfalla distese sui crateri irregolari.

 

Sul ponte il vento è forte e teso. Un capannello di persone si sporgono oltre il parapetto, indicando qualcosa tra l’erba del greto asciutto; un bambino urla: «Un cinghiale! Un cinghiale!» e tira fuori il cellulare per condividere la foto su facebook e garantirsi il suo quarto d’ora di popolarità. … Più avanti un uomo sminuzza due fette di pane da buttare al cucciolo selvatico, dimenticando che non si tratta di un’oca da giardino.

Lo Spirito della Foresta è sceso a valle per ammonire gli umani ma ora si nasconde, stordito dalla paura. Attraverso la scena come un’attrice fuori dal suo ruolo. – D’altronde mi ho avuto spesso la sensazione di non riuscire a entrare nei panni che mi erano stati assegnati.

 Le cicatrici esposte pulsano contro l’aria. Magari il mio braccio è stato maledetto com’è successo al Principe Ashitaka condannato dalla forza sovrannaturale dell’odio. Un giorno o l’altro ucciderò qualcuno, in preda a un raptus do lucida follia surrealista ma intanto, per riprendermi, ho bisogno di stendermi e chiudere gli occhi … anche solo per un secondo.

Alle otto la serratura è ancora chiusa a doppia mandata. L’ingresso è avvolto in una luce arancione che bagna la guzmania fiammeggiante sul carrello.

Mi butto sul letto disfatto e provo a dormire ma da qualche parte un solerte vicino aziona un decespugliatore trasformandosi in un moderno bandeirante da discount intento a pareggiare una siepe di rose spinose. Il mio cervello è costretto a rimanere su “on” e accendo meccanicamente il televisore. “Dev’esserci per forza almeno un programma interessante nel mosaico dei pixel digitali!” La maggior parte dei canali è oscurata da un potere demoniaco che recita “Assenza di segnale”, precipitandomi nel blu dello schermo vuoto.

Sposto il lenzuolo.Ho lasciato due macchioline scure / trasparenti sul sorriso buonista di Winnie the Pooh.

Mi alzo barcollando e calpesto un pulcino di piume gialle che è caduto dal mobiletto. ne avevo comprato dieci da regalare per Pasqua, e lui è avanzato dal mucchio. Ora mi fissa spiaccicato sul pavimento. Triste, pigola come i suoi fratellini veri asciugati a morte dentro un essiccatoio.

Potrei passare a salutare Hortensia.

 

Sua figlia Agatha ha avuto un bambino ma la sua pancia non si è ancora sgonfiata: nel romanzo che ho appena finito di leggere, succede lo stesso. Magari potrei consigliarle un rito sciamanico, la circumambulazione intorno al suono argentino delle campane sacre o la meditazione, anche se poi nel libro la malattia viene sconfitta da un’imprecisata diagnosi occidentale e la protagonista torna normale, senza trovare la bellezza: non si può invertire la ruota del karma.

Intanto, per sentirmi umana, ho comprato un pensiero per il piccolo che compirà sei mesi tra poco (Penso: “mezzo anno è un traguardo importante”).

Premo il pulsante elettrico: «Ho portato un regalo per Alexis» Il nome era stato un mio suggerimento, in omaggio all’utopia entusiasmante di Zorba il Greco.

«Grazie. Che pensiero carino!» Hortensia sorride e mi fa accomodare in cucina dopo aver chiuso le porte, per non far scappare i gatti. Mi offre un bicchiere d’acqua, per non farmi sentire a disagio di fronte alla cena imbandita sul tavolo.

Gesticolo stancamente commentando la mia giornata di lavoro buttato e le solite notizie del telegiornale – Il Papa Nero benedice colombe; in California si consuma un’altra strage di ordinaria follia.

I ciondoli scivolano sul mio polso lasciando scoperti i morsi del rasoio «Cosa ti sei fatta?» La domanda cade candidamente nella conversazione, aleggiando su di un piatto di formaggi speziati. Mi fisso le mani per un secondo. Sono tese, azzurre, magre. Le mie mani sono foglie. «Niente che tu debba sapere». È la prima a essersene accorta, questa volta. In passato mi era capitato di dover giustificare i buchi inventando un incidente col motorino che non ho, ma anche in quel caso gli occhi di chi sapeva si erano tinti di una sfumatura di preoccupazione partecipe.

Decido di non dirle nulla di Agatha e del ciclo delle reincarnazioni. Lei non si spinge oltre e l’imbarazzo svia il discorso.

Di certo anche Cassy non avrebbe la stessa reazione, se avesse il tempo di osservami da vicino, se avesse il tempo di vedermi

Non mi posso lamentare per questo. Se davvero percepisse la mia debolezza, una smorfia amara d’impotenza le segnerebbe il viso, il suo affetto si colorerebbe di tonalità aggressive «In fondo ti piace, no? Farti del male! Prego, perché non continui» mi porgerebbe qualche arma da cucina in segno di sfida rassegnata e intanto penserebbe: “Mia figlia è una spostata” e solo dopo arriverebbe a“Mia figlia ha un vuoto dentro”. E, se anche mi chiedesse chiarimenti, la mia risposta sarebbe sempre la stessa: «Non è niente che tu debba sapere»

Ho scommesso la mia vita per diventare un fantasma - «Fino a che punto vuoi spingerti?» mi ha chiesto una volta un’amica giapponese. «Fino a sparire …, così: “pufff”»

Sono morta.

Ero già morta quando sono atterrata su questo Pianeta – come un pesciolino alieno fuor d’acqua.

L’altra me – quella che dice di chiamarsi Alissa – è scomparsa nella nebbia.
http://youtu.be/IBH97ma9YiI
http://youtu.be/NOG3eus4ZSo
http://www.youtube.com/watch?v=AvJKVKglIRs&feature=share&list=AL94UKMTqg-9AIiIsJrXBVaxCZpiEurHLK&index=1
http://youtu.be/MiNz28XML30

venerdì 8 novembre 2013

PRESS-ATA NELLA SALA DELLE SPIE / LA LUPA


 
Scena uno: Loudness war

Il convegno va avanti: come parlare di poesia alla Fiera dell’Est, con versi urlati sul sottofondo di un brusio costante condito di Julio Iglesias da balera romagnola, musichette isteriche da giostra e imbonitori della mercato letterario.

Ognuno cerca di vendere a grida la sua bambolina e il “simpatico omaggio per i signori giornalisti” è finito in un lampo lasciando la sala stampa piena solo d’inutili pezzi di carta incomunicanti. Mi consolo con una visione del corpo del bodyguard all’ingresso, statuario e annoiato. «C’è ancora uno shopper?», domando pretestuosa, «No, forse ne consegnano altri domani mattina» risponde un Tyler Durden più vero, meno schizzato. «Sono arrivate le borse?», potrei chiedere il giorno dopo, «No, mi spiace» direbbe lui con l’auricolare piantato nell’orecchio e le gambe leggermente divaricate come nei film. E io mi trovo in un luogo in cui, per una volta, non sono “la canticchiante e danzante merda del mondo!”

«Hai fatto un’osservazione molto acuta» la console cilena mi stringe la mano alla fine di una tavola rotonda su Óscar Hahn e l’Anti-poesia. Il profumo dei libri nuovi che mi hanno regalato è un elisir d’intelligenza.

Scrivo.

 In questa confusione,

Sviluppando un naturale tappo nelle orecchie.

Comincio ad avere i crampi alla mano e la matita si accorcia.

«Scusa, potrei chiederti di temperarla su di un fazzoletto o in un sacchettino? Ieri ho trovato un sacco di pezzetti e non capivo chi fosse, poi ti ho visto … Scusa sai, è che devo tenere un po’ pulito …» Seguire i trucioli come una colonna di formiche lituane, come le formiche tatuate sul braccio di un ragazzo segnato dalle punture dei paradisi artificiali.

Nel corridoio passa una suora-infermiera marziale: se fosse un po’ meno teutonica e quadrata, se fosse solo un po’ più sexy, sembrerebbe un cosplay.

 

Scena due: Out in the parallel city

Il clima è impazzito: a casa, tre giorni fa, stavo in t-shirt a prendere il sole e adesso, qui in questa città estranea pare che sia novembre. La gente resta con l’ombrello aperto sulle scale mobili che sprofondano nel sottosuolo.

Ormai ho imparato un percorso e mi attengo alle linee della mia mappa immaginaria. Fieramente barcollo, inseguendo la purezza del vuoto interiore. Le zebre degli attraversamenti pedonali marcano lo spostamento di un orizzonte progressivo e sfuggente, come l’oceano azzurro dei grandi conquistatori (E il blu è il colore originario dell’universo degli indios mapuche).

La mente è lucida ma procede a scatti vigili: “Svoltare nel grande viale alberato – Superare il distributore e il bar universitario di fronte alla facciata minimale di un palazzo – Attraversare dove c’è l’insegna “Compro orologi” (come se si potesse commerciare il Tempo) – Contare tre traverse partendo da quella che ho ribattezzato “Via Glucosio” – Cercare l’insegna rossa di una banca dal nome vagamente ellenico e il negozio di telefoni (antidiluviano e incongruo nell’era dell’I-Phone).

A casa di Ethel, la presenza-assenza di Sylvia è un non-detto palpabile. Mi sarebbe piaciuto vederla dalla web-cam materna orientata su stanze canadesi, ma lei non risponde alla chiamata e mi accontento delle foto disseminate persino in bagno. Mi lavo in piedi di fronte al lavandino, passando la spugna su una saponetta al tè verde e cetriolo. Odore fresco prima di andare a suonare a Ludovico, che vive alla porta accanto. «La cena è pronta!» La loro cena: risotto al formaggio, frittata e gelato alle noci, mentre io dissimulo uno yogurt, tanto per mantenere il ruolo della brava anoressica e non scivolare giù dal piedistallo invisibile.

Per non far scappare il gatto Otello, lui apre uno spiraglio sulla serena testa di un Buddha indiano circondato da ninnoli di legno ed io rubo quello scorcio di vita tranquilla, calda e accogliente che trova un’analogia perfetta nel mini-giardino succulento sistemato sul frigo di Ethel.

 Sky urla dallo schermo in un clangore di spade fantasy che non riesco ad apprezzare e mi ritiro nella “mia” camera momentanea, dove occhieggiano i led rossi di uno stereo in disuso e un computer giace morto sulla scrivania, come un vecchio dinosauro che sarà ancora lì al mio risveglio.

Domani si chiude il Salone, ma ci sarà ancora un incontro che si preannuncia interessante.

 E poi il viaggio: lento, sferragliante e carico come un’antica carovana del west.

 

La mattina, faccio colazione guardando La Principessa Zaffiro e dosando sapientemente le mie porzioni di mele e caffeina assunte sotto varie forme per rilasciare energia nell’arco di ben ventiquattro ore.

Anche oggi le ragazze all’ingresso del palazzo regaleranno lattine di coca-cola zero accompagnandole con il solito slogan robotico. La miscela chimica e l’anidride carbonica alimenteranno il mio cervello per un po’.

 

Scena tre: La viajera de las cuatro estaciones

Il treno riposa sul binario 9 mentre io riprendo fiato e do un calcio al mio borsone troppo pesante per farlo passare dalla porta semi-rotta del vagone di seconda classe.

Mi siedo.

Accanto a me un algerino sistema le stampelle e si toglie il tutore che gli strige un piede. In un impulso vergognosamente opinabile, penso che la ferita sicuramente puzzi, invece emana un buon odore di talco. Mi rilasso. Accendo l’mp3 player del telefono. Scelgo un romanzo pescando nei sacchetti accatastati sul sedile.

Per un attimo alzo gli occhi sul paesaggio che inizia a scorrere piatto fuori dal finestrino.

Ho voglia di rivedere il mare abbracciato dalle colline;

Ho voglia di parlare con Cassy a tu per tu, dopo una settimana di telefonate-fiume cariche di entusiasmo infantile.

Ma so che sarà difficile rientrare nelle leggi della biologia.

Sospiro.

Sono rassegnata. Arrivata a casa, nel giro di pochi minuti ripiomberò nel buio della routine dell’ingrasso da allevamento.

Una ragazzina fa svolazzare le unghie laccate di un giallo acceso: sembrano farfalle, contro il paesaggio.
Mary Ellis sogghigna riflessa nel vetro. A quanto pare non esistono vie di mezzo tra l’apsaras fluttuante che sogno di diventare – signora delle acque delle nubi bianche  – e la trombettista boteriana che sono costretta a essere.
http://youtu.be/1Rm-Fu8rBms

martedì 15 ottobre 2013

HEART-SHAPED TAMAGOYAKI


 
Non sono una fan delle feste commerciali che t’impongono di comprare cioccolatini e mazzi di rose a peso d’oro, ma mi capita di lasciami trasportare in un vuoto pericoloso che smuove i vecchi imprinting.

Come una stupida ragazzina sentimentale stampo due copie di una foto scattata quattro anni fa in un mini-market di Tokyo. Erin insieme alle due commesse, il giorno prima della partenza. Sul retro traccio ideogrammi incerti che si compongono in qualcosa che dovrebbe suonare tipo. “Grazie per esservi prese cura di me”: ragni d’inchiostro nero, grumi di fuliggine che trasportano le caramelle di zucchero del mio cuore da una sponda all’altra di due contenenti.  E poi il tocco più doloroso: l’onniscienza di Google Panopticon visualizza la mappa stradale del quartiere, ingrandisce le foto delle case e mi riporta sui marciapiedi che ho conosciuto. Con la crudeltà indifferente di un gioco virtuale mi trasforma in un omino giallo a spasso in una realtà d’incroci e paralleli – forse se zoomassi ancora di più sull’angolo della strada, rivedrei i due maggiordomi sospettosamente altolocati in attesa di un pezzo grosso da scortare in qualche villa dei dintorni.

Copiare l’indirizzo del Lawson vicino alla stazione è una sfida alla logica urbanistica, anche scegliendo la traslitterazione fedelmente piena di trattini e vocali allungate. Piuttosto, chissà se le mie “mamme” lavorano ancora là. Il dubbio blocca per un attimo il mio progetto ma mi rianimo subito. Non avevano l’aria di stagionali da part-time e la più anziana era sempre al suo posto dietro al bancone, a qualsiasi ora, con la gentilezza automatica dell’eterna litania: “Benvenuto, Sommo Signor Cliente!” inscritta nel suo DNA.

Eccomi allora all’ufficio PT con una busta da affrancare in maniera arcaica e un po’ di tristezza residua sul fondo della voce «Una normale lettera per il Giappone, per favore» «Chi siete? Dove andate? Cosa Portate? Un fiorino!» risponde un’impiegata apatica strappata dalla pausa cappuccino delle dieci. Sospiro e, guardando il retro bianco del biglietto coprirsi di strisce adesive, immagino la lunga carovana postale di Marco Polo srotolare la Via della Seta.

Ok, una parte della missione è compiuta, un pezzo di carne viva è partito, ancora palpitante, trascinando ricordi tinti dall’ambra del tempo.

Passo davanti a una pasticceria. Mi faccio dare un sacchettino di dolci per la maestra Chieko, anche se non la vedo da un mese. Vorrei andare alla scuola, adesso che il mio corso è finito, solo per poterla salutare, ma so che si è presa il mercoledì libero e decido di lasciare il regalo al direttore – sfiorata dai suoi modi calmi e pacati: forse è meglio così per evitare l’imbarazzo della consegna. Ci sentiremo tranquillamente con un messaggio o una mail quando il mio pensiero l’avrà raggiunta e si sarà decantato.

 

Cassy è un caso a parte, molto più difficile da risolvere. Mi piacerebbe ragalarle qualcosa di più.

Seleziono e scarto oggetti che allungheranno la futura lista di possibilità natalizie: un lettore cd con una moderna presa usb per sostituire i sobbalzi asmatici di quello che adesso troneggia sul frigorifero; l’ennesimo libro; un massaggio facciale in un beauty center della mala cinese (mille volte le avevo detto o chiesto di curarsi di più per allontanare lo spettro di D dal viso stanco) … La paranoia economica mi lascia spossata e mi limito a esaminare le borse e i gioielli del solito mercatino di cianfrusaglie fricchettone mentre torno a casa nella sera tinta di lavanda e di buio improvviso.

Mi fermo sulla piazza del mercato. Tanto lei non sarà ancora tornata. E mi chiedo se è possibile trovare da qualche parte un buono della Banca del Tempo, che allunghi le giornate e ci permetta di passeggiare insieme prima di cena come facevamo un secolo fa.

 

Alla fine registro qualche cd, stampo uno schizzo di Picasso – un ritratto della mamma da giovane con Alissa – e sistemo tutto sul tavolo accanto a un piatto con tre frittatine a forma di cuore ed esco.

Suono da Hortensia che mi accoglie con il suo neo-nipotino in braccio e la guancia gonfia per un ascesso: anche per lei ci sono delle tamagoyaki, che a quanto pare dovranno aspettare.

 

 

giovedì 3 ottobre 2013

MAGIK WITHOUT TEARS


Giovedì.

Apro gli occhi sullo schermo liquido del cellulare, che vibra segnando le 5.30. Quella mezzora, rubata rispetto alle solite 6, mi lascia stordita, con la testa piena di piombo fuso e lapilli. I trenta minuti per prendere la pastiglia sono attimi strappati a un sogno intermittente come il posteriore di una lucciola l’ultimo giorno d’estate. Il mondo fuori è ancora color lavanda.

 

«Quanto ne hai ancora?» ha chiesto Cassy ieri, estraendo dal cassetto due blister cominciati di alendronato. «Probabilmente pensavo di averlo finito e mi sono fatta dare una scatola nuova … Con ‘sta storia delle marche che cambiano ogni volta, non ci capisco più niente!» Io condividevo il destino di milioni di vecchiette confuse, in fila al banco, ognuna con un tessera sanitaria in mano e un’ indicazione controfirmata dal luminare di turno: smarrite, rassegnate e rabbiose quanto le donne ai mercati annonari della guerra di Russia. In coda paziente tra le matrone sgomitanti, ho pensato di smettere del tutto la cura e la stessa idea torna insistente anche ora, mentre lavo i piatti della cena che non ho consumato, aspettando che le lancette girino a sufficienza e un avviso mi consenta di preparare la colazione.

Chiudo l’acqua e butto via il detersivo che schiuma sull’inox spandendo un profumo sintetico di lime e menta. “Che senso ha tanta abnegazione per un inesistente miglioramento sulle percentuali di sbriciolamento delle ossa?” anzi, se guarissi sul serio – forte e invincibile come Popey –lo Stato mi toglierebbe anche la misera indennità vidimata da una commissione di Esperti. A causa della follia certificata dalla MOC, sono stata bandita e maledetta con beneficio d’inventario: dicono che il mio sacrificio garantirà l’equilibrio sociale dell’ipocrisia. Sempre sia lodata la Legge dell’Apparenza, se mi garantisce uno stipendio!

 

Tempo rimanente: un quarto d’ora. È buffo, basterebbe sedermi perché adesso l’acido sfoderasse il suo effetto collaterale perforandomi l’esofago. Sarebbe più semplice che bussare dal medico per farmi prescrivere del pentobarbital, ammesso che nel mio caso qualcuno conceda l’eutanasia del sonno (ma se un terrorista americano può ottenere una clemenza anestetizzante, per quale motivo non dovrei averla io che sono lontana anni luce dal farmi esplodere?).  Se solo mi sdraiassi, un cupido ecuadoriano – con una coroncina di candide piume – scoccherebbe la sua freccia al curaro aprendo una sacrosanta falla nel mio flusso ematico per offrirmi una morte veloce come il desiderio.  

L’autonomia della scelta corrosiva mi seduce e mi spaventa, limpidissima nei riflessi verdi dell’alba che sorge, ma poi – driiiin – mi riprendo dalla trance e la finestra delle ipotesi si richiude su un altro scatto della routine settimanale.

Sono così diligente che peso due grammi di polvere d’orzo solubile per facilitare l’assorbimento cellulare delle sostanze chimiche. In cucina ho una bilancia elettronica che spesso lampeggia erroneamente lanciandomi senza pietà in balìa della sorte. Mi piacerebbe vedere gli strumenti che usa Aleister nel retrobottega. “Bisogna che ordini delle altre bustine”. Se decido di continuare la terapia, devo farlo bene, e la connivenza del farmacista è un elemento essenziale dell’alchimia. Dentro a un bricco turco per il caffè, i pacchettini di calcio avvolti nella carta sembrano micro-dosi di droga purissima, senza l’aggiunta peccaminosa di eccipienti, edulcoranti o borotalco per farne aumentare il gusto e il peso.  L’imbroglio sarebbe inutile dato che, per reverenza gerarchica, il povero dottore non mi fa pagare niente per sua fatica di precisione arcaica. “Mi ricorderò di compragli un regalo per il prossimo Natale. O magari anche prima.” Che cosa può piacere a una persona del genere, gentile al limite della trasparenza, col camice abbagliante e lo stemma del caduceo sul taschino, giusto sotto il fermaglio di un Parker sponsorizzata? Domani pomeriggio potrei fermarmi in erboristeria e cercare una saponetta con un buon profumo maschile (qualcosa tipo rum e cioccolato) e registrare una compilation di jazz raffinato che induca una piacevole esperienza extra-corporea nel calore svedese di un bagno caldo. Ce lo vedo, sfumato nel vapore dopo una giornata di lavoro senza pause.

Recuperare il gap finanziario scavato dall’alluvione sta diventando una missione impossibile per tutti i negozi del quartiere, compresa la farmacia che occupa un intero isolato, con i corridoi aeroportuali contrassegnati dalle insegne “BEAUTY” e “BABY”. Aleister non conosce più il concetto di “fine turno” ma in un anno di massacro non ha mai perso quel sorriso vago e vagamente britannico né la vocazione occultista celata nel nome stampato sul cartellino.

Con una capriola mentale che ha il prodigio delle intuizioni mattutine, rispolvero l’immagine di copertina di un album dei Beatles e focalizzo l’attenzione sul mago che sbuca tra le star dalla fila superiore. Cerco nell’archivio digitale e una piccola gemma pop, inconfondibilmente targata “Lennon McCartney”, rimbalza sui vetri colorando il clima morbido di maggio.

“Per ora ho intenzione di godermi la primavera: credo che rimanderò il finale a data da destinarsi.”

 

 

 

 

 

 

 
http://youtu.be/waImFgAm7Cc
 

 

 

 

domenica 15 settembre 2013

UOVA DI PIETRA


 
 
«I video di cucina su internet sono come quelli di Art Attack: ti fanno vedere i passaggi ma non ciò che c’è in mezzo: nessuno ti dice che quando immergi il frullatore nella crema, la stanza rischia di diventare come un atollo corallino dopo un test atomico» Annie e Tyler ridono «La prossima volta, per il tuo compleanno, ti regaleremo anche i gambali di gomma (oltre ai manicotti da chef)!». È divertente stare allo scherzo mentre la conversazione fluisce senza intoppi e Cassy taglia la torta in modo che alla fine sembri una stella «Più che altro mi pare il cerchione di una BMW» io e Tyler rievochiamo l’antico bisogno di sentirci diversi e ribelli.

Annie racconta la sua nuova passione per la vela, sport della nobiltà decaduta, e nella mia testa si disegnano vaghe coreografie di spinnaker gonfiati dal vento. «Tra poco Philip mi porterà a fare una regata. Il mio compito sarà di stare appesa al “trapezio” fuori bordo …» Ed io la immagino fasciata in un custumino superaderente a fare evoluzioni circensi nell’aria libera che sa di sale. «L’importante che non ti faccia fare la polena: legata nuda al castello di prua!» un altro scoppio di risate innaffiato di vino rosso e dolcezza alla fragola.

Da quanto tempo non passavo una giornata serena? Oggi persino le nuvole nere dell’invidia si sono allontanate. Forse arriverà l’estate col sole caldo, le maniche corte e le gite al mare, e non mi vergognerò del bikini che lascia scoperte le forme del mio burro cadente.

No, questa è pura mitologia. Come sempre, resterò isolata sul terrazzo della nostra casa di campagna per evitare il classico girarrosto vacanziero delle spiagge e i relativi commenti dei volleysti palestrati sulla sabbia rovente.

… Ma ora sono circondata dagli amici e finalmente non mi sento esclusa. Bianco formaggio zuccherato, frutti di bosco rossi-rossi e qualche foglia di menta sul cuore morbido del mio nuovo micro mondo. Annie è arrivata persino in anticipo, richiamandomi da un sonno pesante come un macigno – un’oretta strappata al pomeriggio dopo una notte quasi insonne e una mattina iperpiena d’incombenze da casalinga disperata. Lei è luminosa come la magnifica piazza del Cuzco coperta di granelli d’oro, argento e coralli, il cielo nei suoi occhi cangianti mentre il cellulare squilla a ripetizione pagandole l’affitto mensile – Se questo fosse un romanzo sulla dissoluzione, ci sarebbe il degrado inquinato, la Bellezza che bisogna perdere per vivere ma qui stiamo parlando di turisti veri: solo gruppi di spagnoli innocui come mucche al pascolo.

La osservo gesticolare e giocherellare con un ciondolo a forma di scarabeo disarticolato e intanto cerco di rubare un po’ della sua eleganza naturale, infilata in una scamiciata nera, un po’ troppo corta che le risale sulle gambe.

Tyler è seduto all’altro capo del divano con un bicchiere in mano, le nocche rovinate dai pugni tirati al sacco. «Ero appena uscito da lavoro e non avevo le fasciature ma volevo scaricare un po’ di tensione» Ricordo che durante la settimana lui è costretto a mettere giacca e cravatta sopra alle t-shirt con il simbolo del biohazard; per questo penso che il suo nome sia quanto mai azzeccato: dividersi, scindersi, lottare nel buio di uno scantinato, senza regole, costruendo un sistema personale. «Come va la palestra che stai mettendo su?» «Bene, i primi corsi dovrebbero partire a giugno. Vienimi a trovare» «No, non sono molto portata per ma vengo volentieri a vedere il tuo nuovo appartamento!» Una vista mozzafiato aperta sui tetti d’ardesia della città. Sorride e mi promette un cocktail 100% vegetale, spuntando la lista infinita di cose che non mi posso permettere per semplice auto-imposizione. 

Probabilmente domani dimenticherò tutto e mi perderò ancora in un vortice di paranoie, ma per ora voglio stare così, tranquilla, parte di un discorso spumoso come panna.  

http://youtu.be/qgFkAMmJE70

lunedì 2 settembre 2013

THE MIND OF THE TRAVELER


 
 
Un antropologo da qualche parte ha detto che di un viaggio si racconta il soggiorno senza mai soffermarsi sul percorso. Per questo mi piacerebbe annotare qualcosa sul ritorno verso casa, spossata e cambiata come Gilgemesh ma senza la corona dell’eroe. «Cassy, vorrei che mi offrissi una bottiglietta d’acqua in un autogrill: tanto per giocare a fare la persona normale» «Allora potremmo fermarci all’Area di Sosta V, come facevamo quando eri piccola» Rifletto un attimo, esitando sulla corda dei sentimenti addormentati «Ah ok, volevo proporlo ma mi sembrava una cosa stupida ma se ti va, io ci sto» «Perché stupida?» Un momento di pausa «… E comunque tu sei normale»

 

L’auto rallenta, subito dopo le due torri della fabbrica, bianche e rosse come spirali di zucchero americano e l’insegna già quasi luminosa nel cielo calmo di una serata pre-estiva, indica oasi di cemento con caffè, toilette e souvenir.

Dentro, tutto è cambiato in venticinque anni d’indifferenza e lo spazio mi sembra più angusto ora che sono adulta e i mostri di plastica che amavo da bambina sono spariti. Il passato non torna.

«Vado a cercare un po’ di pane» Cassy si eclissa tra gli scaffali carichi di dolci take-away come nella bottega di Babbo Natale mentre io bevo un sorso gelato e mi scindo ancora: sperando di trovare Alissa addormentata da qualche parte con uno scheletro finto stretto nel pugno, lascio che lo spirito vaghi, allontanandosi da me. Mi chiedo quando sia avvenuta la sostituzione. Quando la bimba dai boccoli biondi è diventata Mary Ellis, con la sua morale da prigioniera suicida? Adesso sogno di essere qualcun altro, qualcuno in grado di rompere le sbarre della logica. 

«Eccomi! Andiamo?» Lei riemerge trionfale con una baguette sotto il braccio, in puro stile francese; e io mi avvio verso l’uscita, passando in un dedalo di occhiali da sole e cd di merengue.

 

La strada scorre come un nastro d’asfalto e compaiono le prime case affacciate su di un mare appena intuito. Alte e longilinee, sono cavalieri inesistenti che si preparano alla crociata, nelle loro armature rosa, ocra e giallo pastello; e su tutte veglia il santuario in collina con le cupole tonde che sembrano il cappello domenicale di un vescovo; e poi i giardini ottocenteschi chiusi dietro le mura del parco. Gli occhi seguono il motivo ad archi aspettandosi un seguito o una stazione, come se si trattasse di un infinito percorso in treno scandito dai segni bianchi dentro le gallerie. È bello partire, ma il ritorno regala un piacere diverso, tiepido e avvolgente.

Cinque giorni sono il periodo ideale da trascorrere in campagna, prima che la noia guasti i pomeriggi pigri trascorsi all’aria aperta. Vorrei dire: “A giugno forse potrò andare alla spiaggia senza vergognarmi”, ma poi mi fermo per evitare una predica sul presunto libero arbitrio delle bagnati che a volte esibiscono corpi non proprio da cartolina con la serenità inconsapevole degli atti banali.

«Certo che la città è proprio bella!»

Persino lo statuario rematore fascista all’inizio del viale mi sembra affascinante, forte e fiero, nudo con la sua pagaia e lo sguardo perso all’orizzonte. Non c’è traffico e le locandine di un teatro annunciano gli ultimi spettacoli della stagione: quest’anno non ne ho visto nemmeno uno: colpa della crisi o della mia mancanza fisiologica di energie bruciabili? Anche ora sono stanca della vibrazione costante del sedile provo a chiudere gli occhi per un secondo, tanto ho finito il capitolo del romanzo che mi scivola in grembo … Ma una nuova scossa mi riporta subito alla realtà, un sussulto che spegne il motore in un minuscolo parcheggio di fortuna. «Scendi ché cominciamo a scaricare». L’accumularsi misterioso dei bagagli in ogni angolo utile ha qualcosa di prodigioso che non mi so spiegare e l’operazione di trasporto segue le regole di una spedizione carovaniera che attraversa il deserto, diretta a verso un miraggio: prima le provviste alimentari – stipate in sacchetti e borse refrigeranti mal sigillate – poi i vestiti e infine lo zaino e il basso, inguainato in una custodia nera che ricorda i sicari di certi film noir. Ci mettiamo subito a tracolla i due portatili, per avere anche stasera uno schermo che si accenda sull’ennesima puntata de I Soprano, e camminiamo curve sotto il peso dell’esperienza punteggiata di oggetti.

 Siamo sherpa che sfidano la Montagna Sacra.

 

martedì 27 agosto 2013

LE VOYAGE PERDU


Metto i vestiti alla rinfusa dentro un borsone a scacchi da detective londinese, senza pensare: dieci mutande, cinque paia di calzini – tanto sono tutti neri – due pantaloni.

E poi t-shirt per ogni possibile variazione climatica. Per me le partenze sono una piccola morte. Sì, con lo stesso valore doloroso e piacevole che ha l’orgasmo per i francesi. Si arriva al culmine, si sfiora il parossismo isterico dell’ultimo abbinamento ma poi, se non si dimentica nulla di fondamentale, ci si può rilassare pienamente.

Non sono un tipo da campeggio avventuroso, io. O almeno, non lo sono più da tempo. Non mi riesco ad abituare alla vita nel fortino del romitaggio rurale: m’infastidiscono le maniche corte delle maglie infeltrite e urticanti, le provviste sporche di ragnatele, l’acqua da far scorrere nei tubi per togliere la patina marroncina del ristagno… Non potrei stare troppo a lungo lontana dalle news, dalla tecnologia e soprattutto dagli scaffali carichi di libri ancora da leggere ( purtroppo viviamo in un Paese che sarebbe comico se non fosse tragicamente reale e l’unica soluzione, dopo aver guardato il telegiornale, è spegnere la tv e riprendere il filo di un romanzo).  

Ho preso tutto? La valigia per tre giorni assume proporzioni elefantiache mentre le cartelle di file intasano un esercito di penne USB. E poi devo scegliere con cura i pezzi da inserire nella colonna sonora per il viaggio, quelli che dopo condividerò con Samuel, se sarò fortunata e riuscirò a pranzare serenamente con lui.

 

Il programma è già stabilito a priori: sei gamberoni, insalata dell’orto e carciofi freschi «Sono del padre di Tod» …

Mando giù cercando di ignorare il sottinteso.

Mando giù perché sono buoni.

Mando giù vigliaccamente.

Ma c’è spazio anche per i miei piccoli atti di coraggio: pepe e salsa di soia centellinati alla cieca nel dressing al pompelmo rosa insieme a 170 grammi di mela croccante.

Il pomeriggio scorre lento, scandito dalla pioggia. Brevi battute come contrappunto alla musica tenuta alta. Il divario tra me e il mio semi-fratello minore è troppo grande. E a questo si aggiunge anche un gap di chilometri di vita quotidiana disgiunta. Per fortuna c’è il rock, e poco altro. Forse avrei dovuto essere più presente, prendere il treno, telefonare… Prima della frattura.

Avrei dovuto ingoiare l’orgoglio e colmare gli oceani di silenzio col mio cucchiaino d’argento. In fondo cosa sarebbe costato? Non mi accorgevo che gli occhi di Altair erano sempre più grigi e spenti? No, una figlia non sa vedere queste cose … e ora è finita, nel bene e nel male.

 

«Sono quasi vent’anni che è morto, no?» dice Cassy riferendosi a K – il cortocircuito logico è inevitabile «Sì, era il ‘94» rispondo meccanicamente. Adesso la compilation risuona solo nella mia testa frastornata, come sottofondo per un poderoso mal di stomaco psicosomatico: Così imparo a fare la furba e a non controllare i numeri”. Ultimamente mi sto facendo un po’ troppe concessioni – Avanzo di una posizione, un millimetro alla volta. Mi spavento. Cado. Precipito. Voglio un’altra prova del fuoco, domani.

 

Eccolo, “domani”. La cittadina turistica si chiude sulla vista del porto con le sue barche in secca, il mercato ittico e una mal assortita legione di calafatai balcanici. Con una piroetta, concludiamo un parcheggio sotto la nuvola stratificata d’aghi di un pino marittimo, nello spiazzo di un ristorante.  Non amo i posti di riviera fatti con lo stampino, ma l’aria è pulita e limpida e finalmente sembra arrivata l’estate.

 «C’è di bello che qui c’è più cielo!» mia madre torna bambina, ride, scherza, s’intride di sole.

Nemmeno le mie lacrime la sconfortano e mi tira su di morale per i cibi meravigliosamente giapponesi che non ho potuto comprare alla boutique del biologico che hanno inaugurato in centro: «Dai, hai trovato dell’altro! E poi sono sicura che là a Tokyo avrebbero comunque un sapore diverso. Ci andrai di nuovo, non preoccuparti!» Non mi preoccupo, ma mi chiedo se sia una consolazione o un’inconsapevole aggravante salata sulle mie ferite da immobilità, infette come piaghe da decubito.

 

E intanto i barbari hanno già invaso l’ultimo avamposto. «Sono proprio un grebano» dice l’uomo con la falciatrice rotante, e nel suo tono divertito c’è quasi vanità, o forse è rassegnazione di fronte all’abisso che ci separa? Si tira su la maschera di plastica protettiva spazzolandosi con la mano la tuta macchiata d’erba. Tento d’ignorare i suoi tentativi di conversazione. L’odore del prato tagliato mi solletica le narici impedendo qualsiasi forma di concentrazione. Il terrazzo intorno a me si è riempito di trucioli sparati come proiettili e, fotografandomi da fuori, mi sento la superstite di un terremoto sudorientale che scava tra le macerie. Mentre gli argomenti languono a monosillabi unilaterali, al piano di sotto Lou sgombra le cantine trasportando un enorme zangolatrice di legno tarlato risalente al pleistocene della memoria contadina. Torno alle parole stampate sulla pagina. Non riesco a concepire il puro lavoro fisico senza traccia di uno scatto mentale. Alzo il volume della radio per contrastare il rumore delle lame che hanno ripreso a ruotare assassinando margherite e soffioni.

Centinaia di desideri spezzati.
 

venerdì 2 agosto 2013

RAW SNAKE & CHERRY POISON



 
Primavera.

La città finalmente indossa i suoi petali rosa e pare dimenticare lo smog.

Forse non questo non è il Giappone ma potrebbe benissimo sembrare Arles – meglio accontentarsi e gioire di quei quattro pruni coraggiosi in mezzo al cemento e al consumismo del centro.

Le ragazze scoprono le loro curve burrose al primo sole, i ragazzi ridono come tacchini geneticamente modificati, osservando sguaiatamente il passaggio indaffarato degli impiegati in pausa pranzo. Io aspetto di fronte all’ingresso minimale del sushi bar, calcolando mille volte il valore numerico di una mini porzione di gamberi crudi da asporto. È curioso che in giapponese “gambero” e “serpente” siano così simili, con una semplice aspirazione di differenza. Chissà che gusto ha la carne di una vipera viva, battuta con un bastone per scacciare il veleno dal corpo.

 

Ansia.

Ondine e Jane sono in ritardo di due, tre, cinque, sette minuti. Qualche brivido attraversa il cotone della t-shirt con la danza floreale di Snoopy. L’aveva presa l’Io-Erin in un negozio di Omotesandô, grande, immenso, e immensamente caramelloso. Quel posto era come una bolla color zuccherino in mezzo al traffico – due colonne di suv neri che s’incrociavano senza conoscersi. E se dietro ai parabrezza scuri ci fosse stato un affascinante principe dai lunghi capelli neri, cinico e innamorato? Sarebbe stato poco probabile e di sicuro non sarebbe stato per me. Là ero completamente sola: un giocattolo senza padrone, e la maglietta era il mio omaggio alla bellezza delle stagioni.




 

Qui il cielo è lattiginoso e la qualità della luce mi fa venire mal di testa. Cerco gli occhiali scuri nello zaino e sistemo la bandana di Totoro che mi copre i capelli rasati di fresco. Li ha tagliati Ondine con la macchinetta: due tacche, nel bagno dell’ufficio, io con le spalle avvolte nella pellicola trasparente come la vittima di un serial killer; ora, la nuova lunghezza regolata è morbida e setosa contro la stoffa azzurra.  

Otto, nove, tredici minuti … Magari hanno deciso di non venire, visto che fino all’ultimo io sono stata indecisa «Il fatto è che ho paura» «Se hai paura, nessuno ti obbliga» «No, nessuno mi obbliga, anche se, una volta che sono fuori, dovrò pur mangiare qualcosa … Non mi va di passare per una grassona boteriana e poi c’è sempre il rischio che il mio occhio sbagli qualcosa nei pesi e nelle misure … non so cosa prescriva in questi casi il Manuale della Brava Anoressica (di prossima pubblicazione).»

Sul muro bianco del locale spicca un ramo di ciliegio rosso.

Prima che io possa mettermi a piangere – lacrime rotonde, salate – Ondine entra quasi correndo, costringendomi a stiracchiare un sorriso «Siete in ritardo» provo a nascondere il sollievo dietro a un tono scherzoso. È quasi come se la parte più difficile fosse già passata. Jane studia il tabellone del menù. Io infilo il mio kimono leggero e lo stringo con una pashmina viola: il risultato non è ortodosso ma preferisco non essere ligia alla tradizione e continuare a respirare senza costrizioni.  … Quando Erin aveva comprato quello yukata, nella brezza umida di una sera d’agosto, la donna addetta alla bancarella nel tempio aveva avvolta due o tre volte in un nodo stretto-stretto e ritorto, con la forza di un marinaio esperto che fissa una gomena alla bitta. L’aria si era fermata in una gabbia dorata, le costole scricchiolavano. In una danza al contrario, il sangue era tornato a fluire verso le guance, il suono dei tamburi mi penetrava nelle orecchie, ridando energia al cuore … E poi c’era il profumo degli spiedini di polpo … e un uomo che faceva saltare gli spaghetti sulla piastra: somigliava ad Altair, forte e compatto come un gigante buono, un guerriero con un fazzoletto bianchissimo annodato sulla fronte. Erin si era  unita al cerchio magico intorno alla pedana dei percussionisti, muovendo il ventaglio di plastica in figure un po’ rigide – Rito antico per celebrare i morti.

 

Adesso guardo un cuoco samoano alto due metri preparare fagottini di riso e uova di salmone. Sono scarlatte, trasparenti, traslucide … come l’emoglobina in quel vecchio cartone animato didattico. Vorrei poterle assaggiare ancora una volta, vorrei poter essere normale … ma no, mi basta il tè verde bollente che Ondine mi porta dentro a una tazza di carta per commuovermi.

Sedute sul bordo del marciapiede, apriamo le nostre confezioni take-away ed io controllo sul cellulare se la ditta produttrice del mio miracoloso infuso della felicità ha un sito per l’esportazione. Product of Japan by Takaokaya Inc. Los Angeles, California Certo, all’inizio mi stupisco. Immagino le piantine pallide di Camellia Sinensis che ricoprono i verdi campi di Califa, in un clima perennemente estivo, accanto alle coltivazioni di marijuana terapeutica.

«Potremmo comprare insieme il pacco convenienza» 160 bustine da dividere come un legame d’amicizia basato sull’aroma delle foglioline pressate. Ovviamente dovrei controllare le tabelle nutrizionali – ammesso che esistano – ma penso di poterlo fare, penso di potermi concedere i lunghi sorsi cadenzati della pace divina.

 


http://youtu.be/RfEkH2abwRQ
http://youtu.be/cuNUURiF49o
http://youtu.be/Tdvh7CKRozk

venerdì 26 luglio 2013

SWEET PRESSURE ORCHIDS


 
 
« … Cioè, questo è davvero l’uomo perfetto!» dice Annie mentre, in piedi su una sedia, controlla la cottura di una torta di mele eccessivamente liquida. Con una mano stringe una presina, con l’altra tiene in bilico un IPad nuovo di zecca. Conosce questo tizio, Philip, da poco più di due settimane ed è ancora impegnata a giocare al Principe Azzurro e la Bella Addormentata … «Ha una barca a vela e mette solo polo Fred Perry!» – Anch’io avevo una barca, prima che si riducesse a uno scheletro da divorare, abbandonato in qualche porto su un’isola greca.

 «Mi ha portato a mangiate in un posto da guida Michelin: due stelle, capisci? … Con le candele sui tavoli: che romantico!» – Le si accendono lucine da cartone animato negli occhi, anche se mi dà le spalle lo intuisco dalla profusione di cuoricini nel sua voce.

 «E poi è TROPPO carino!» Percepisco l’intonazione maiuscola dell’aggettivo.

Non capisco la chimica dell’attrazione, l’ossitocina dell’amore per curare le dipendenze … La felicità altrui ha un sapore sgradevole, difficile da tollerare se non possiamo condividerla.

Forse sono contraria ai rapporti di coppia come non approvo l’uso degli psicofarmaci per stabilizzare l’umore, sanare le ansie, dormire meglio, essere più socievole: per costruirsi un avatar da sfoggiare in pubblico, come se vivessimo in un perenne cocktail party. O in un perenne stato d’assedio.

Sullo schermo del computer scorrono le immagini della CNN. Esplode una bomba durante la maratona di Boston. Scrivere un libro è un po' come correre, la motivazione in sostanza è della stessa natura: uno stimolo interiore silenzioso e preciso, che non cerca conferma in un giudizio esterno” dice l’atleta tagliando il traguardo. Sotto sforzo, sudato, lui è autore di se stesso.

 Io sto plasmando il mio corpo in base alla parola, come gli antichi eroi dei miti. La barriera tra una sana fiducia e un malsano orgoglio è molto sottile” dice il poliziotto della scientifica raccogliendo rilevamenti sulla scena: vite a brandelli, ordigni a pezzi, prove minime.

«Ti va un tè di riso? Me ne ha regalato un sacchetto ieri! È buono, sai?» Faccio una smorfia. «Non hai qualcosa con i valori nutrizionali notificati?» Ricordo controvoglia il sapore tostato del genmaicha che Erin beveva in Giappone, sempre con un occhio ai numeri stampati sull’etichetta. Quando uno dei miei amici partirà senza di me, potrei chiedergli di portarmene qualche bottiglia, no?

 

Penso: “Alcune persone hanno bisogno di essere coltivate come fiori in un vivaio”, assetate di un concime necessario e del calore artificiale della serra. “Ossia: alcune persone sono alla costante ricerca osmotica di Qualcuno, come le orchidee non sarebbero sbocciate senza le cure di Nero Wolfe”, ma nessuno è veramente indispensabile.

 

Non vedevo Annie da due mesi, anzi da Natale se escludiamo saluto fugace in centro tra un impegno e l’altro, e in tutto questo tempo il mondo ha spostato il suo baricentro «La settimana la prossima andremo qualche giorno in montagna!» – Lei ha passato il sabato al mare e ha la pelle rossa come un’aragosta, rossa come i suoi jeans. Una scottatura riflette l’oro dei suoi ricci ambrati.

Il mio sguardo vaga fuori dalla finestra, sopra i tetti d’ardesia della città: sono quasi le otto ma il sole è ancora dolce e posso illudermi di essere ancora umana.

Una minima variazione di semitoni attira la mia attenzione ondivaga. «Mi accompagni al negozio del paki a comprare i taralli per stasera? Abbiamo in programma un aperitivo» Ballando come una trottola, senza perdere allegria dinamica: «Uh, mi scoppia la testa! Sarà colpa di questo caldo improvviso!» Sembra che lei non abbia considerato che l’alcol non va molto d’accordo con il ketoprofene per il mal di testa. 
Annuisco cercando di mettere in sequenza i comandi motori necessari ad alzarmi dal divano e la raggiungo già sulla porta, sul terrazzo innaffiato di luce arancione.

http://youtu.be/jW8UlrtcEac