venerdì 14 marzo 2014

YOSHITSUNE E I CENTO FIORI DI CILIEGIO


Tra tutte le cose che avrebbe potuto dire, lei ha scelto la peggiore.
Avrebbe potuto dire: «Beviamo un succo insieme al nuovo bio-bar del porto, ho sentito che è buono!»; Avrebbe potuto dire: «Andiamo da Muddy, fanno delle centrifughe grandiose che sanno di Giappone: ti commuoverai di sicuro!»; Avrebbe potuto dire persino: «Proviamo a vedere se Al Locale c’è qualcosa che anche tu possa mangiare …»
Sarebbe stato bello, per una volta ridere e condividere.
Ma tra tutte le cose che avrebbe potuto dire, lei ha scelto la peggiore: «Io preparo e poi tu mi raggiungi in ufficio»
Reggevo il piatto con una mano, stiracchiando la speranza miracolosa di non incontrare nessuno per strada … ma questo prima, prima di incrociare una delegazione di attori bollywoodiani che scendevano le scale saltando gli scalini a due per volta, dentro ai loro sgargianti vestiti di scena (come se fossero in missione segreta). Ok, imparerò anch’io i passi di danza per unirmi alle coreografie e seguire le parole a mani giunte: “Una volta che hai capito chi sei, quel che conta è il cielo stellato” ripete la canzone che ho inventato.
Quando arrivo sul pianerottolo la sua voce, nella stanza è un trillo acuto. Il suo sorriso ha la spontanea, allegra crudeltà dei bambini mentre usa un ventaglio come arma. Un movimento cognitivo involontario le aveva fatto trovare il modo più letale per umiliarmi. Resto seria, impugnando le posate con la ferocia meccanica di uno spaccapietre per non sentire il sapore di ciò che mi rotola in gola. Un altro spostamento d’aria corrisponde al suono tagliente del campanello. La imploro in silenzio, con le occhiaie sempre più viola, ma si alza richiudendo le stecche con un colpo secco. «Scusa un secondo, dev’essere il corriere dell’altro ufficio» …
E resto sola.
Schiacciata da decimetri cubi d’aria – «Il “tessen” è ferro avvolto nella seta» sussurra Erin al mio orecchio «e a volte può essere letale» E continua a raccontare: «Il padre di mio nonno era un guerriero e ne aveva uno sempre infilato alla cintola, perché all’epoca era vietato portare spade nelle abitazioni e nei castelli e quindi occorreva avere uno strumento che si confondesse col normale abbigliamento. Il mondo è sempre stato un luogo pericoloso». Scompare con un sospiro mentre la porta si apre e si richiude.
Cassy brandisce un foglietto e non sembra essersi dimenticata di me.
Succede spesso.
E io voglio un contatto. Allungo la mano sul piano della scrivania, sopra l’imbottitura bordeaux resa rigida dagli anni e dalle bruciature di sigaretta.
Adesso dovrebbe essere il momento in cui lei nota le mie cicatrici e non dice nulla accarezzando i segni di un traslucido rosarancio (il colore delle spose), e invece è distratta dal bagliore paleo-catodico di uno schermo obsoleto e pesta sui tasti cercando i codici da inserire sul modulo da stampare. Non si accorge di niente. «Scusa sai ma è lavoro …»

Solo un’amica, qualche giorno fa, ha lanciato un’occhiata al cerotto confuso sotto mille braccialetti di plastica: «E quello cos’è? Piantala una buona volta!» Penso: “Perché mi giudichi se lo hai fatto anche tu milioni di volte?” ma invece di attaccarla le allungo il cellulare, mostrando la successione di passaggi per la creazione di fuochi d’artificio. Sono tracce pericolose che dovrei cancellare, se non fosse per l’orgoglio stupido del martirio con retrogusto esibizionista. «Oddio! Ma hai  cercato di tagliarti le vene??» Non è preoccupazione ma semplice disapprovazione con doppio marchio interrogativo. «No, è solo una goccia artistica …» Cerco la battuta giusta per finire la frase « … E poi le vene normalmente sono dall’altra parte, mi dicono!»

Rifletto un secondo. Non sarebbe difficile spingersi un po’ più in là nel giro della morte – Quanti strati di pelle irrorata ci saranno prima di arrivare all’azzurro pallido delle nervature? 

mercoledì 26 febbraio 2014

THE HAT TRICK


Una donna con un largo cappello di paglia rosso entra in ufficio, ostentando pretese di nobiltà dietro gli occhiali scuri. «Uscite un attimo» Jane diventa spietata come Miss Minchin, la sua voce è come il ferro d’inverno. Accampate sulle scale di marmo, io e Ondine sappiamo che è solo l’ennesima artista venuta a piangere miseria su un assegno scoperto. Siamo due cuccioli senza famiglia.
Ho lasciato del lavoro a metà a lampeggiare orfano sullo schermo del computer: “Voglio una scheda in cui poter citare Russell Drysdale … Cioè, qualcuno ha mai sospettato che ci fossero dei pittori addirittura in AUSTRALIA?”  Qualche volta mi capita di pensare in maiuscole ma non mi piace essere costretta a proseguire un compito senza fine, impossibile quanto la tela di Penelope. Quando rientriamo provo a ribellarmi al mio triste destino di astratte macchie d’umido trasformate in quadri.
«Sei fortunata! Tu riesci a scrivere un testo in un’ora; e poi pensa che a settembre ci sarà un vero catalogo d’arte con il tuo nome stampato sopra!» «…» Mi hanno insegnato la politica della non-reazione. «Io vorrei essere te, anzi mi farei la plastica per essere Scarlet, la Tessitrice di Storie» La mia smorfia è amara «Non ti conviene».
Lei non sa che per essere me bisogna convivere con una folla di eteronimi che sgomitano, gridano,
piangono, ridono. Per essere me bisogna accettare tutto il pacchetto. Se vivessi in un Paese Incantato, avrei un cilindro matto con dentro un portale dimensionale per andare in tutti i reami esistenti e invisibili e trovare oggetti rari. Ma sono qui, bloccata per sempre e Alissa – la principessa perfetta sulla quale ricadevano tutte le aspirazioni – sembra morta, congelata dal Sortilegio di Cent’Anni di Solitudine.

Forse dovrei spiegare, fare un esempio, perché Jane desista dal suo folle progetto chirurgico.
Ieri ho proposto a Cassy di fare un viaggio insieme. Come una bambina felice che non pensa alle conseguenze sillabavo mete desiderabili contando sulle dita e a ogni nuovo punto sulla carta geografica mi scindevo un po’ di più. Erin parlava con il suo sorriso di fiori: «Sarebbe bello andare a Kyôto e poi puntare verso sud. A Okinawa la sabbia è bianca e fine. E poi lì c’era una popolazione diversa da quella delle isole principali: i monumenti sono molto interessanti e c’è persino un festival folkloristico in agosto».  L’eccitazione cresceva e modificava i miei gesti e facendo intervenire Malva Marina, la bambina abbandonata dal poeta-marinaio: «Il Messico sì che sarebbe bello! L’altra volta, due eoni fa, con il tour organizzato abbiamo visto solo un assaggio della capitale ma sono sicura che ci sarebbero migliaia di posti da visitare: la cattedrale, il Museo dell’Antropologia, la casa di Diego & Frida (e quella di Trotskij lì vicino) … e poi le opere dei muralisti … » 
L’espressione di mia madre si è incrinata fino a far comparire le rughe di D: «Ti sei dimenticata che sei Mary Ellis? Non possiamo andare da nessuna parte portandoci dietro una cosa del genere. Sarebbe difficile in Italia, figurarsi all’estero!» Il mio sguardo si è spento subito (mi pare di essere una bambola rotta), ho chinato la testa e sono tornata Liz, la Silente. In questa forma, il nome è simile a quello di una sirena muta, che si esprime modulando in gola i suoi suoni armonici … Ma dovreste sentirla suonare l’organo con le sue dita celestiali coperte di squame. Persino gli artigli da arpia dei suoi piedi posticci non fanno paura. Bando alla tristezza: in fondo è un povero mostro costretto a nuotare in cerchio nella fontana della chiesa!

Potrei raccontare questo a Jane, ma forse lei non capirebbe. Potrei dirle che non importa quanto sia tardi: arrivando in una casa buia, i giri della serratura bruciano come coltellate, e che aprendo la porta sembra quasi che la sera ti entri dentro. Ma non basterebbe a chiarire il motivo dell’odio di D. Sono stata io a crearla dal vuoto, plasmando un fantasma con le mie e le sue paranoie, le mie e le sue sofferenze. Non potevo aspettarmi nulla di diverso. Raccolgo i resti dell’amore perduto e tiro avanti.

Sospiro. Alzo le spalle (inutile lamentarsi).

Fisso la finestra nera del pc. Muovo il mouse e il documento ricompare splendente. Le mani ricominciano a correre sulla tastiera. Lentamente mi riempio gli occhi delle lettere che si allineano sulle righe. Se conoscessi la formula giusta, le parole si materializzerebbero in spirali azzurre capaci di attaccare i nemici, costruire barriere e curare ferite. 

http://youtu.be/5ZaZaWcdtbY

martedì 18 febbraio 2014

TEMPO PARA CARACOIS


“Siamo in città (inaspettatamente). Ti va di vederci domani?” Gli emoticon rendevano l’accento allegro del messaggio di Chris, comparso per caso sulla chat alle 23.33.
A casa, faccio le prove, circondata dall’esplosione corale dei miei armadi. Mi cambio tre volte per fare una buona impressione. Sono due anni che non c’incontriamo di persona. E stavolta ci sarà anche sua moglie (È così strana la consistenza di quella parola applicata a noi: è come se marcasse il Tempo che passa lasciandomi indietro. Mi chiedo ancora – un po’ inquieta – cosa voglio davvero, come sarebbe stata una vita “normale”).
Alla fine scelgo la t-shirt di Les Claypool con la rana al timone, una gonna a righine gessate; gli anfibi verdinsetto e un paio di calze a strisce orizzontali grigie.
Apro l’ombrello e mi lascio camminare.

Sotto un diluvio da metropoli tropicale, arrivo in libreria con più di mezz’ora d’anticipo e ordino un filter coffee e un bicchiere d’acqua. È bello sedersi con un libro appoggiato sull’orlo del tavolo e una grossa tazza di liquido nero e attendere scorrendo le righe, come Meg Ryan in una commedia hollywoodiana.
Il cucchiaino tintinna nella mug non-zuccherata.
Mi tormento una pellicina che si stacca senza dolore, lasciando esposta la carne rossa segnata da una miriade di linee (Mi chiedo quanti strati di pelle abbiano le dita e se ognuno sia marcato dalla stessa impronta, fino in profondità).
Mio malgrado, le orecchie captano una conversazione da bar: «Quel tipo è odioso. E in più vuole cambiare sesso!» due metro-sex in canotta e gel ultra-forte spettegolano come comari al mercato  «Eh? Ma non ha la ragazza?» «Sì, e il bello è che lei è d’accordo!»

«Scusa il ritardo: c’era il bagno costantemente occupato!» Chis sorride, mi presenta Andresa e sbadiglia. «Abbiamo dormito tre ore stanotte. Eravamo a una festa, su nell’Entroterra » Li immagino in una specie di comune hippie, presi in un vortice di fuochi psichedelici tipo Burning Man, ma lui continua a spiegare. «Stiamo girando un video sulla gastronomia italiana per una stilista che cambia idea ogni tre minuti» Il leggero peso di quel plurale coniugale mi distoglie dall’incongruenza dell’intera frase. La fede sottile manda i bagliori magici dell’oro nuovo. «Nostra chefa está louca» aggiunge lei mescolando con disinvoltura l’italiano al ritmo sincopato del portoghese. Parla con tutto il corpo, muovendo le mani come gabbiani davanti al viso; gli occhi accesi da mille scintille. Il polpo verde sulla spalla sinistra agita i tentacoli sinuosi; sull’altro braccio, da un veliero erutta un’epifania di stelle, farfalle e televisori anni Cinquanta che sintonizzano le loro lunghe antenne baffute. «Mi falta un piccolo Yoda qui, sul gomito» mi dice indicando uno spazio vuoto accanto a un Darth Veder con un’aureola rosa. Con il vestitino di trine nero, sembra una gotica principessa dei pirati. Io l’avevo già trasformata nel personaggio di un racconto, guardando le foto postate sui social network. L’avevo chiamata Inara, perché i capelli scuri e lucenti la facevano somigliare a uno spirito dei boschi trapiantato tra i grattacieli di São Paulo. Le sue sorelle, mi racconta, hanno tutte dei nomi corti – adatti a creaturine piccole e indifese. Solo a lei è toccato quel nome da regina.
 «Siete stati al Bairro Libertade, il quartiere dei giapponesi?» chiedo sapendo del loro viaggio di nozze in Brasile. «Sim, diverse volte! È molto grande e anche le vie sono molto giapponesi … ci sono persino i portali di legno!» L’entusiasmo di questa ragazza è radioso. «Mangiavo sempre gli involtini di alga ripieni di riso, cheese cream e salmon.» dice nostalgica, e le narici le tremano leggermente sulla piccola ondulazione delle vocali che si arroccano intorno all’ultima sillaba. «Li fanno anche là?» «Sì … ma senza cheese» rispondo, lasciando aleggiareun sottinteso scatologico.
 “Sampa, o la odi o la ami” cantava Caetano descrivendo la poesia dura del cemento.
Fuori ha smesso di piovere e una cappa di umido imprigiona i palazzi togliendoci il respiro. «Accidenti che umidità!» Il gemito di Chris cade sull’asfalto appiccicoso. Ricordo che esiste una parola particolare per definire questo clima opprimente … «Come si dice da voi … » smuovo l’aria densa con la mano « “Abafado”» ride lei, ritrovando tutta la rotondità morbida della sua lingua.
Scattiamo alcune foto boccheggiando nella canicola, trascinando i Doc Martens e l’attrezzatura. Le strade sono piene di gente in pausa pranzo, come lumache uscite da sotto le mattonelle per succhiare l’umido della terra strisciando sullo stomaco.
Considero lentamente l’idea di catturare un gasteropode da compagnia, per avere un amico quando sono sola: forse però prima dovrei avere la forza sciamanica di un osso di pene di procione, come il protagonista di un romanzo perverso scritto da un ragazzo invisibile chiamato Jeremiah Terminator (Siamo in un mondo in cui, se non dichiari il tuo nome, ti condannano per frode).

Per strada scattano foto culinarie con i loro obiettivi professionalmente pesantissimi. Io rubo un’immagine di noi tre abbracciati di fronte all’insegna di un negozio danese.

Abbiamo qualche souvenir di plastica, adesivi e una nuova amicizia. 

Ci rivedremo tra un anno, magari.


http://www.youtube.com/watch?v=XokJjEzcWo4&feature=share&list=PLv6K-3h9nk9oUsOxbxtmsSJ_kkpCSEKhS&index=2

http://youtu.be/xPGLNYAgL-8

domenica 19 gennaio 2014

MUSIC FOR MY SOUL


 


«DHA-DHA| TIN-TA: Anche il linguaggio del tamburo ha la sua grammatica» Spiega il musicista indiano seduto per terra su un cuscino bianco. Indossa una tunica color zafferano sui pantaloni larghi e i suoi piedi sono grigi, come se avessero assorbito la polvere della strada. Stende un ammasso di pasta su un lato dello strumento: a sinistra una voce metallica; a destra il suono ovattato dell’acqua in fondo a un pozzo. «La farina italiana non va bene, non si attacca. Good for pasta, no good for samosa!». Ha un sorriso splendente e regolare e la morbidezza cortese di un impiegato del ministero delle poste.

«KITE-DHA|DIN-TA: La musica tradizionale dhrupad è nata come meditazione, in totale accordo con la Natura» dice il fratello nel suo inglese cantilenante e riflessivo.

Penso ai George Harrison e ai Kula Shaker; ai Taj Mahal Travellers e al fresco concerto di un bosco di bambù in agosto (rin-rin). Il tanpura canta alcune note tra le mani di una ragazza occidentale bella come una fata. Le tessere di un mosaico colorato brillano nella luce bassa della sala. Chiudo gli occhi e sincronizzo il cuore.

Vedo un uomo in barca sul Gange, il tramonto caldo di Varanasi … la sovrapposizione sbagliata di una foto di McCurry …

 

… Due giorni dopo, fluttuando sulla ritmica, i miei battiti cercano un’altra sintonia. Rallentati e silenziosi aspettano l’inizio di un’altra performance. Il maestro si sta preparando nel cortile del palazzo dei dogi; le sue allieve si stringono le fasce rosse intorno alla fronte. Hanno braccia sottili come ramoscelli. Mi chiedo come faranno a suonare con energia, chiamando a raccolta tutti gli antenati, ma ecco i primi colpi, le grida gioiose. Sono sicura che gli dei sentano forte e chiaro.

“V’invoco, Signori di questo mare. Vi prego, divinità addormentate nella tranquillità dei templi a diecimila duecentosessantasette chilometri da qui. Cavalco sulla virgola di quella distanza spropositata (un arco sui paesaggi d’Europa) e vi vengo a cercare, muovendo il ventaglio nel cerchio della danza”. Non sono più tra le ragazzine piene di eco-dead equi e sostenibili; spariscono le signore con le loro sete radical-chic.

Torno indietro a un posto remoto. Nel parco illuminato dalle luci mutevoli della fontana, un uomo stava saltando gli spaghetti sulla piastra nera del suo banchetto: nell’aria il profumo denso dei calamari alla griglia, lo stesso odore caldo e appiccicoso dei giorni d’infanzia passati con Altair in un porto ligure. E quel ristoratore concentrato nell’arte di rivoltare soba e verdure gli somigliava persino, a mio padre, come in un incantesimo orientale. Una statua di Ampanman – l’eroe-focaccina – proteggeva la festa dagli alieni malvagi. Allora avevo sorriso guardando le stelle.

 

«Cosa sta scrivendo?» È la domanda di Annie a riportarmi bruscamente nel presente. Scruto i ghirigori d’inchiostro che il maestro sta tracciando su un foglio seguendo il sospiro raffinato dello shamisen. Socchiudo gli occhi, sforzando la memoria. Non devo sbagliare, se non voglio sembrare una stupida analfabeta … «Beh … prima ha detto che avrebbe scritto una poesia di Bashô, giusto?», lo sto chiedendo a Erin, una delle tante “Me Stessa”, quella che ha vissuto in Giappone e ha cenato alla Corte segreta dell’Imperatore.

Poi mi butto, velocemente: “Un vecchio stagno / Una rana si tuffa / rumore d’acqua”. Provo a decifrare gli ideogrammi che scorrono sulla carta – da destra a sinistra, dall’alto verso il basso. Assaporo la fatica della vittoria, il contatto con la bioelettricità intrappolata nei riccioli biondi di Annie.

«Incredibile! Tu davvero capisci quelle macchie di colore?» Annuisco, ristabilendo il silenzio mentre lei mi guarda con un lampo di ammirazione. Anche il suo amico, appoggiato a una colonna poco più in là, pare rapito dalla magia dei segni e mastica l’idea di infilare il flauto dolce nel prossimo pezzo della sua band, ridacchiando sugli ovvi doppi sensi.

«Dopo andiamo al suq? C’è un ragazzo che fa gioielli con le posate! – Una figata! – … E poi ci saranno altri spettacoli di musica etnica» Mi dice lui lisciandosi la barba castana (sembra il protettore celtico delle messi, con gli occhi chiari e una birra in mano).

Guardo il ritaglio di cielo sopra di noi «D’accordo, andiamo!» dico rivolta alle le stelle che “tremolano” come da copione.

 

Al mercatino del porto tra i pannelli di legno di una scenografia scrostata,  un uomo volteggia abbracciato dalle ali nere del suo poncho andino mentre una ragazza grandi cerchi d’oro le attraversano i lobi – offre un mazzo di campanule amancaes agli astri addormentati e balla percuotendo la polvere. Confusa in mezzo ai curiosi, seguo lo schema basilare dei passi. Anch’io sono figlia della Terra, anche il mio sangue è rosso.
http://youtu.be/p4G2RlBKbrM
http://youtu.be/9QZOHzWLF9w
( http://youtu.be/xsCQTraCHmA )
http://youtu.be/a9eNQZbjpJk

sabato 28 dicembre 2013

ALL THE BEAUTY MUST DIE


 

Per un minuto di vita breve / unica, a occhi aperti / Per un minuto in cui vedere / nel cervello piccoli fiori / che danzano come parole sulla bocca di un / muto Alejandra Pizarnik (scrittrice argentina).

 

In farmacia spio il cartellone pubblicitario dell’ennesima pozione miracolosa “completamente naturale”. Leggo il bugiardino che promette di annullare interi banchetti pantagruelici e intanto provo a chiedere al commesso se ci sono basi scientifiche che mi consentano di credere alle magie della Fatina dei Denti. Lui tentenna – gli occhi azzurri, i capelli cinerini, il camice bianco con la croce cucita sul taschino: somiglia a un airone avvolto dalla nebbia. Rigiro la scatola tra le mani. La poso ed esco con una sensazione amara in gola. Devo tornare a casa prima che Cassy vada a lavorare. Nonostante tutto mi piacerebbe che mi vedesse indossare la mia nuvoletta di raso cinese da cerimonia.

Lei sta dormendo mentre mi lavo e calo d’all’alto l’armatura di sette sottogonne, ma i veli emettono un debole fruscio quando entro in soggiorno e sfioro una pila di libri ancora da leggere. «Vuoi che ti guardi?» le pupille faticano a trovare un punto concreto, mediando nell’incertezza sfocata della scena sdoppiata; le sue dita sono un ragno che tasta il tavolino in cerca degli occhiali.  S’illumina appena decifra le coordinate del mondo. «Sembra proprio una prima comunione» Non so se esserne felice. Non so se era questo che avevo immaginato. Per un secondo, la gioia esita agli angoli della mia bocca. «Avresti preferito che dicessi che sembri una sposa?» «Sì, forse» Sarebbe bello essere una principessa accompagnata dal Re sulla passeggiata in riva al mare, con le persone che suonano i clacson delle macchine e lanciano petali profumati (onde in sottofondo e sale nei capelli).

«Ci vediamo stasera, mamma». Mi stupisco io stessa: di solito non la metto in questi termini, ma ho bisogno di una carezza, ho bisogno di trattenerla ancora un po’ in questa bolla d’affetto sottinteso. L’ape-madre mi concede un momento strappato alla  monotonia della routine quotidiana – “su trajín” direbbe una poetessa di Buenos Aires, con il tintinnio mutevole di una nobile lingua prestata. «Dai, che la mia sveglia è già suonata da un pezzo!»

L’ufficio l’aspetta: con i clienti ipocondriaci e pigri, la scrivania che sa di tabacco e le stampe di Ligozzi arpionate ai muri.

 

Io sarò l’attrazione del sit-in che l’Associazione ha organizzato di fronte alla cattedrale.

 

Ammiro la forza di Noélia, la presidentessa. Ha la pelle ambrata che ricorda una mansueta nepenthes carnivora e una vitalità che sgorga dall’energia di gesti smisurati. Ha un cuore rosso appuntato sul petto e un occhio nero di trucco per attirare l’attenzione dei passanti. «Troppe donne vengono uccise, nel silenzio generale!» Protesta con una passione sessantottina e la morbidezza dell’accento esotico piegata alla veemenza delle sollevazioni.

Presentandosi al microfono, parla con naturalezza di sua figlia assorbita dalla voracità di una cellula imitativa (Penso: “La danza dei linfoblasti immaturi avrebbe un che di armonioso, se non fosse mortale”). Ascoltando gli accordi delle parole, tocco d’istinto le cicatrici lasciate sui miei polsi dall’indecisione: “Io non sarei stata in grado di vincere la disperazione dell’assenza”. 

Alla fine dell’intervento di Noélia, mi muovo tra i curiosi per andare a salutarla. È piccola di statura ma sprizza scintille elettrostatiche, in mezzo a Ife e Gabriela. Una è altera, scura, bella come una Regina africana nel suo completo nigeriano a motivi viola; l’altra è appena tornata dal Brasile e ha una grossa rosa di stoffa blu attaccata al bavero della giacca. Ho l’impressione di sfogliare le illustrazioni di una leggenda del candomblé. Mi avvicino, spezzando la perfezione dell’insieme.

«Come stai bene vestita così, ottima idea!» «È un omaggio a Pippa Bacca …» dal loro silenzio educato capisco che non hanno colto la citazione. «Era un’artista italiana che è stata violentata e ammazzata da un uomo, mentre faceva l’autostop in Turchua. La sua ultima performance itinerante voleva promuovere la pace e la fiducia nel prossimo» Spiego sorvolando sui dettagli che non riesco ad afferrare nella memoria (Penso: “A volte la vita dimostra una macabra ironia”). Era partita da Milano seguendo un’utopia dissestata sull’atlante stradale. Non era mai riuscita a raggiungere le cupole dorate di Gerusalemme.
 

domenica 8 dicembre 2013

KARMA DESEASES


«Cos’hai?» la preoccupazione di Ondine commenta le mie occhiaie scure e mi fa tremare il cuore. Lo sguardo scorre sull’ombra delle sue ciglia si perde in una scollatura appena accennata, dentro le righe marinaresche di una maglia Petit Bateau – Bellezza anni Trenta, un piccolo neo sullo zigomo; profumo di pompelmo e di gelsomino.

 «Nulla che non si possa curare con una lametta affilata» La verità è che l’indecisione mi uccide: le nuove offerte dal rutilante mondo della telefonia intelligente mi stanno per trasformare in una consumista assetata di applicazioni scaricabili.

Gioco con l’apertura a scatto di un cutter.

Avrei voglia di tessere le linee del Destino con una rete di ghirigori rossi. Disegno stigmate appuntite sul palmo della mano (Penso: “Forse Gesù aveva la stessa abnegazione sacrificale di Sid Vicious”). Ma ho sempre avuto orrore dei chiodi da nove pollici della crocifissione. Ho sempre avuto paura delle unghie lunghe della strega-sadhu.  

Avrei voglia di disegnarmi solchi profondi sulle guance (Penso: “Forse la Madonnina di Civitavecchia è una martire autolesionista”). 

Avrei voglia di provare mille punture scarlatte sulla pianta dei piedi (La corsa distratta di un fachiro principiante).

 

 Oggi, mentre scrivo l’ennesimo articolo da sottoporre alle ire del Boss, la testa gira e le lettere si confondono sullo schermo ultra-minuscolo del mio portatile troppo lento.

 «Non posso darti uno spazio su internet. Dobbiamo pensarci bene, perché poi è l’associazione a metterci la faccia, capisci? Se tu un giorno impazzissi e parlassi benissimo dei “Pinguini Coccolosi”, poi ci andremmo di mezzo noi. … O se ti venisse la sindrome di Tourette e di punto in bianco mandassi un post insultando tutti ...» Fuochi d’artificio rossi-rossi lavano l’offesa, pirotecniche secrezioni gialle-gialle purificano il mio Ego. Qui urge un rito per punire gli insinceri.

Devo andare in bagno, sciacquarmi il viso, guardarmi allo specchio per capire chi sono. Mary Ellis sogghigna e non lascia correre nulla. Da un po’ è così: qualsiasi cosa faccia non è mai sufficiente e il cumolo di arretrati diviene sempre più minaccioso e caotico sulla mia scrivania. Non ho scampo.  – Spezzo le croste protettive, riapro ferite.

È sorprendente quanto sia rosa e tenera la carne sotto la pelle. Qualcuno ricorda i globuli paffuti con un marsupio sulla schiena, quelli del cartone animato sul corpo umano? Avevano sempre un bel sorriso gentile, loro.

 «Forse è meglio se vai a casa». È di nuovo Ondine che mi sveglia dalla letargia ovattata, quasi spingendomi verso la porta. Sì, comprerò in farmacia dei cerotti pediatrici che si abbinino con i colori dei miei braccialetti: detesto le normali strisce di plastica che sembrano uscite dal bancone del macellaio, mentre quelle bianche fanno sembrare tutto più drammatico del necessario, come in una specie di documentario sul triage.  … Ma mi soffermo sull’idea di usare una medicazione da naso: le due ali incerte di una farfalla distese sui crateri irregolari.

 

Sul ponte il vento è forte e teso. Un capannello di persone si sporgono oltre il parapetto, indicando qualcosa tra l’erba del greto asciutto; un bambino urla: «Un cinghiale! Un cinghiale!» e tira fuori il cellulare per condividere la foto su facebook e garantirsi il suo quarto d’ora di popolarità. … Più avanti un uomo sminuzza due fette di pane da buttare al cucciolo selvatico, dimenticando che non si tratta di un’oca da giardino.

Lo Spirito della Foresta è sceso a valle per ammonire gli umani ma ora si nasconde, stordito dalla paura. Attraverso la scena come un’attrice fuori dal suo ruolo. – D’altronde mi ho avuto spesso la sensazione di non riuscire a entrare nei panni che mi erano stati assegnati.

 Le cicatrici esposte pulsano contro l’aria. Magari il mio braccio è stato maledetto com’è successo al Principe Ashitaka condannato dalla forza sovrannaturale dell’odio. Un giorno o l’altro ucciderò qualcuno, in preda a un raptus do lucida follia surrealista ma intanto, per riprendermi, ho bisogno di stendermi e chiudere gli occhi … anche solo per un secondo.

Alle otto la serratura è ancora chiusa a doppia mandata. L’ingresso è avvolto in una luce arancione che bagna la guzmania fiammeggiante sul carrello.

Mi butto sul letto disfatto e provo a dormire ma da qualche parte un solerte vicino aziona un decespugliatore trasformandosi in un moderno bandeirante da discount intento a pareggiare una siepe di rose spinose. Il mio cervello è costretto a rimanere su “on” e accendo meccanicamente il televisore. “Dev’esserci per forza almeno un programma interessante nel mosaico dei pixel digitali!” La maggior parte dei canali è oscurata da un potere demoniaco che recita “Assenza di segnale”, precipitandomi nel blu dello schermo vuoto.

Sposto il lenzuolo.Ho lasciato due macchioline scure / trasparenti sul sorriso buonista di Winnie the Pooh.

Mi alzo barcollando e calpesto un pulcino di piume gialle che è caduto dal mobiletto. ne avevo comprato dieci da regalare per Pasqua, e lui è avanzato dal mucchio. Ora mi fissa spiaccicato sul pavimento. Triste, pigola come i suoi fratellini veri asciugati a morte dentro un essiccatoio.

Potrei passare a salutare Hortensia.

 

Sua figlia Agatha ha avuto un bambino ma la sua pancia non si è ancora sgonfiata: nel romanzo che ho appena finito di leggere, succede lo stesso. Magari potrei consigliarle un rito sciamanico, la circumambulazione intorno al suono argentino delle campane sacre o la meditazione, anche se poi nel libro la malattia viene sconfitta da un’imprecisata diagnosi occidentale e la protagonista torna normale, senza trovare la bellezza: non si può invertire la ruota del karma.

Intanto, per sentirmi umana, ho comprato un pensiero per il piccolo che compirà sei mesi tra poco (Penso: “mezzo anno è un traguardo importante”).

Premo il pulsante elettrico: «Ho portato un regalo per Alexis» Il nome era stato un mio suggerimento, in omaggio all’utopia entusiasmante di Zorba il Greco.

«Grazie. Che pensiero carino!» Hortensia sorride e mi fa accomodare in cucina dopo aver chiuso le porte, per non far scappare i gatti. Mi offre un bicchiere d’acqua, per non farmi sentire a disagio di fronte alla cena imbandita sul tavolo.

Gesticolo stancamente commentando la mia giornata di lavoro buttato e le solite notizie del telegiornale – Il Papa Nero benedice colombe; in California si consuma un’altra strage di ordinaria follia.

I ciondoli scivolano sul mio polso lasciando scoperti i morsi del rasoio «Cosa ti sei fatta?» La domanda cade candidamente nella conversazione, aleggiando su di un piatto di formaggi speziati. Mi fisso le mani per un secondo. Sono tese, azzurre, magre. Le mie mani sono foglie. «Niente che tu debba sapere». È la prima a essersene accorta, questa volta. In passato mi era capitato di dover giustificare i buchi inventando un incidente col motorino che non ho, ma anche in quel caso gli occhi di chi sapeva si erano tinti di una sfumatura di preoccupazione partecipe.

Decido di non dirle nulla di Agatha e del ciclo delle reincarnazioni. Lei non si spinge oltre e l’imbarazzo svia il discorso.

Di certo anche Cassy non avrebbe la stessa reazione, se avesse il tempo di osservami da vicino, se avesse il tempo di vedermi

Non mi posso lamentare per questo. Se davvero percepisse la mia debolezza, una smorfia amara d’impotenza le segnerebbe il viso, il suo affetto si colorerebbe di tonalità aggressive «In fondo ti piace, no? Farti del male! Prego, perché non continui» mi porgerebbe qualche arma da cucina in segno di sfida rassegnata e intanto penserebbe: “Mia figlia è una spostata” e solo dopo arriverebbe a“Mia figlia ha un vuoto dentro”. E, se anche mi chiedesse chiarimenti, la mia risposta sarebbe sempre la stessa: «Non è niente che tu debba sapere»

Ho scommesso la mia vita per diventare un fantasma - «Fino a che punto vuoi spingerti?» mi ha chiesto una volta un’amica giapponese. «Fino a sparire …, così: “pufff”»

Sono morta.

Ero già morta quando sono atterrata su questo Pianeta – come un pesciolino alieno fuor d’acqua.

L’altra me – quella che dice di chiamarsi Alissa – è scomparsa nella nebbia.
http://youtu.be/IBH97ma9YiI
http://youtu.be/NOG3eus4ZSo
http://www.youtube.com/watch?v=AvJKVKglIRs&feature=share&list=AL94UKMTqg-9AIiIsJrXBVaxCZpiEurHLK&index=1
http://youtu.be/MiNz28XML30

venerdì 8 novembre 2013

PRESS-ATA NELLA SALA DELLE SPIE / LA LUPA


 
Scena uno: Loudness war

Il convegno va avanti: come parlare di poesia alla Fiera dell’Est, con versi urlati sul sottofondo di un brusio costante condito di Julio Iglesias da balera romagnola, musichette isteriche da giostra e imbonitori della mercato letterario.

Ognuno cerca di vendere a grida la sua bambolina e il “simpatico omaggio per i signori giornalisti” è finito in un lampo lasciando la sala stampa piena solo d’inutili pezzi di carta incomunicanti. Mi consolo con una visione del corpo del bodyguard all’ingresso, statuario e annoiato. «C’è ancora uno shopper?», domando pretestuosa, «No, forse ne consegnano altri domani mattina» risponde un Tyler Durden più vero, meno schizzato. «Sono arrivate le borse?», potrei chiedere il giorno dopo, «No, mi spiace» direbbe lui con l’auricolare piantato nell’orecchio e le gambe leggermente divaricate come nei film. E io mi trovo in un luogo in cui, per una volta, non sono “la canticchiante e danzante merda del mondo!”

«Hai fatto un’osservazione molto acuta» la console cilena mi stringe la mano alla fine di una tavola rotonda su Óscar Hahn e l’Anti-poesia. Il profumo dei libri nuovi che mi hanno regalato è un elisir d’intelligenza.

Scrivo.

 In questa confusione,

Sviluppando un naturale tappo nelle orecchie.

Comincio ad avere i crampi alla mano e la matita si accorcia.

«Scusa, potrei chiederti di temperarla su di un fazzoletto o in un sacchettino? Ieri ho trovato un sacco di pezzetti e non capivo chi fosse, poi ti ho visto … Scusa sai, è che devo tenere un po’ pulito …» Seguire i trucioli come una colonna di formiche lituane, come le formiche tatuate sul braccio di un ragazzo segnato dalle punture dei paradisi artificiali.

Nel corridoio passa una suora-infermiera marziale: se fosse un po’ meno teutonica e quadrata, se fosse solo un po’ più sexy, sembrerebbe un cosplay.

 

Scena due: Out in the parallel city

Il clima è impazzito: a casa, tre giorni fa, stavo in t-shirt a prendere il sole e adesso, qui in questa città estranea pare che sia novembre. La gente resta con l’ombrello aperto sulle scale mobili che sprofondano nel sottosuolo.

Ormai ho imparato un percorso e mi attengo alle linee della mia mappa immaginaria. Fieramente barcollo, inseguendo la purezza del vuoto interiore. Le zebre degli attraversamenti pedonali marcano lo spostamento di un orizzonte progressivo e sfuggente, come l’oceano azzurro dei grandi conquistatori (E il blu è il colore originario dell’universo degli indios mapuche).

La mente è lucida ma procede a scatti vigili: “Svoltare nel grande viale alberato – Superare il distributore e il bar universitario di fronte alla facciata minimale di un palazzo – Attraversare dove c’è l’insegna “Compro orologi” (come se si potesse commerciare il Tempo) – Contare tre traverse partendo da quella che ho ribattezzato “Via Glucosio” – Cercare l’insegna rossa di una banca dal nome vagamente ellenico e il negozio di telefoni (antidiluviano e incongruo nell’era dell’I-Phone).

A casa di Ethel, la presenza-assenza di Sylvia è un non-detto palpabile. Mi sarebbe piaciuto vederla dalla web-cam materna orientata su stanze canadesi, ma lei non risponde alla chiamata e mi accontento delle foto disseminate persino in bagno. Mi lavo in piedi di fronte al lavandino, passando la spugna su una saponetta al tè verde e cetriolo. Odore fresco prima di andare a suonare a Ludovico, che vive alla porta accanto. «La cena è pronta!» La loro cena: risotto al formaggio, frittata e gelato alle noci, mentre io dissimulo uno yogurt, tanto per mantenere il ruolo della brava anoressica e non scivolare giù dal piedistallo invisibile.

Per non far scappare il gatto Otello, lui apre uno spiraglio sulla serena testa di un Buddha indiano circondato da ninnoli di legno ed io rubo quello scorcio di vita tranquilla, calda e accogliente che trova un’analogia perfetta nel mini-giardino succulento sistemato sul frigo di Ethel.

 Sky urla dallo schermo in un clangore di spade fantasy che non riesco ad apprezzare e mi ritiro nella “mia” camera momentanea, dove occhieggiano i led rossi di uno stereo in disuso e un computer giace morto sulla scrivania, come un vecchio dinosauro che sarà ancora lì al mio risveglio.

Domani si chiude il Salone, ma ci sarà ancora un incontro che si preannuncia interessante.

 E poi il viaggio: lento, sferragliante e carico come un’antica carovana del west.

 

La mattina, faccio colazione guardando La Principessa Zaffiro e dosando sapientemente le mie porzioni di mele e caffeina assunte sotto varie forme per rilasciare energia nell’arco di ben ventiquattro ore.

Anche oggi le ragazze all’ingresso del palazzo regaleranno lattine di coca-cola zero accompagnandole con il solito slogan robotico. La miscela chimica e l’anidride carbonica alimenteranno il mio cervello per un po’.

 

Scena tre: La viajera de las cuatro estaciones

Il treno riposa sul binario 9 mentre io riprendo fiato e do un calcio al mio borsone troppo pesante per farlo passare dalla porta semi-rotta del vagone di seconda classe.

Mi siedo.

Accanto a me un algerino sistema le stampelle e si toglie il tutore che gli strige un piede. In un impulso vergognosamente opinabile, penso che la ferita sicuramente puzzi, invece emana un buon odore di talco. Mi rilasso. Accendo l’mp3 player del telefono. Scelgo un romanzo pescando nei sacchetti accatastati sul sedile.

Per un attimo alzo gli occhi sul paesaggio che inizia a scorrere piatto fuori dal finestrino.

Ho voglia di rivedere il mare abbracciato dalle colline;

Ho voglia di parlare con Cassy a tu per tu, dopo una settimana di telefonate-fiume cariche di entusiasmo infantile.

Ma so che sarà difficile rientrare nelle leggi della biologia.

Sospiro.

Sono rassegnata. Arrivata a casa, nel giro di pochi minuti ripiomberò nel buio della routine dell’ingrasso da allevamento.

Una ragazzina fa svolazzare le unghie laccate di un giallo acceso: sembrano farfalle, contro il paesaggio.
Mary Ellis sogghigna riflessa nel vetro. A quanto pare non esistono vie di mezzo tra l’apsaras fluttuante che sogno di diventare – signora delle acque delle nubi bianche  – e la trombettista boteriana che sono costretta a essere.
http://youtu.be/1Rm-Fu8rBms