martedì 1 aprile 2014

LAST EXILE


Dalla finestra, sale il fumo alla diossina di un barbecue estivo (l’odore delle streghe di Salem, l’odore di una pira funebre)

Siamo reduci dall’ennesimo scontro sulle mie necessità numeriche.
Lei non vuole capire l’abisso e il rigetto;
le occhiaie pesanti e la volontà di andare almeno una volta al mare,
a vedere le onde increspate di sale bianco e la spiaggia punteggiata di conchiglie bianche – così aguzze da somigliare a una punizione per tutti questi peccati.
Da sola, lascio sbocciare nuovi fiori sotto la selva dei miei braccialetti di plastica; provo a immaginare un occhio cremisi che si apre  quando camminano a piedi nudi su quei gusci morti – frammenti di stelle rosse, già esplose negli eoni passati.
A luce spenta, fisso la fluorescenza dello schermo.
Devo preparare i bagagli per l’esilio sull’eremo, trasformandomi in un anacoreta tra i fiori. Cosa si sceglie di portare per isolarsi completamente dal mondo, dopo che ti sei illuso di poter cambiare le cose e hai visto il tuo fallimento fiammeggiare come Venere al di sopra delle foglie di una palma alta due tre metri? Cos’ha preso con sé Napoleone per il suo ultimo viaggio a Sant’Elena – da vincitore sconfitto? (sospetto che abbia dimenticato la crema solare). Somiglia al gioco “Cosa porteresti sull’isola deserta?” … forse un apparecchio che limiti l’azione dei campi magnetici, per evitare gli sbalzi temporali. Dovrebbe essere un diapason che imita il canto demoniaco delle sirene, ma mi crederebbero pazza se parlassi apertamente di Neverland e dicessi a tutti di aver perso la mia ombra, di essere diventata la mia ombra.
Meglio cercare gli ultimi video e i film da guardare; impilare i libri ancora da recensire; piegare alla rinfusa i vestiti neri, le magliette viola (Per partire metterò i pantaloni rosa).
Voglio finire di scrivere il diario degli ultimi giorni, prima che il tempo si arrugginisca sui suoi assi. Affiderò la mia biografia alle pagine virtuali del blog, in modo che Scarlet faccia sentire la sua voce anche fuori da queste quattro mura. Ogni volta che qualcuno visualizzerà un brano, (anche senza capirlo, o interpretandolo con le sue chiavi personali), io sarò un po’ meno scissa, almeno per qualche minuto.
Confusa
Ascolto gli sferraglianti assolo di chitarra di un ragazzino dagli occhi azzurri – due laghi in fiamme.
Penso: “Quel che c’è, c’è. Se mi manca posso sempre comprarlo.
Posso sempre rubarlo”
In fondo le ultime sentenze della politica confermano che, se paghi un tot, poi hai diritto a una specie di buono. Puoi dire: “Dato che ho comprato già dieci t-shirt, posso averne una omaggio”. È così che funziona, almeno pare.
Per cui devo solo stare attenta a quanti film caricare per due / (barra) tre settimane, quante puntate dell’ultima serie medica, quante righe riuscirò ad assimilare.
Ciò che mi spaventa di più è quello che non potrò fare per un periodo che mi sembra immenso come un deserto di sale. Ho chiamato un po’ di amici per vederli “un’ultima volta prima di andar via”; da giorni preparo i menù calcolando che in paese non troverò più tutti gli ingredienti per le mie feste di magro (ma ci sarà sempre qualcuno che avrà un appiglio per commentare: «In fin dei conti mangia», svelando in un colpo solo tutte le bugie che ho raccontato per funzionare e sopravvivere).
«Vado giù a portare la roba» Cassy lancia a mezz’aria una frase generica, tanto per farmi capire che la sua amarezza è rientrata nei ranghi. E sembra il giornalista rassegnato dell’ultimo romanzo che ho letto, tanto assuefatto alla censura da aver narcotizzato le sue stesse opinioni.
Per calmarmi – per asciugare le lacrime che minacciavano di farmi affogare – mi ha mostrato i manuali sui quali ha studiato le tabelle, modulando le regole da infliggermi non sapendo che lo specchio – il pozzo nero in cui mi specchio – non accetta la razionalità delle sue norme.
Ha abbandonato lì una scusa qualsiasi e se n’è andata senza sospettare che avrei voluto che mi accompagnasse per strada, in un bar, a bere un bicchiere d’acqua ghiacciata perché nella Capitale dello Stato – dov’era in vigore la moratoria – eravamo state bene, finalmente quasi serene, in una libreria in cui servivamo tè freddo ibernato al momento. E non c’era bisogno di nascondersi – non troppo – nemmeno davanti al Mago e alle sue donne. Forse perché a lui piacevo come una bambina con strani interessi da adulta …

Ora mi sento stanca.
Sgranchisco i crampi alle braccia, le ossa tese e piegate sui tasti del computer;
mi alzo ammassando oggetti d riordinare per rivedere il ripiano della scrivania prima di decidere cosa escludere dal conto delle attività possibili.

Passerò qualche giorno con mio fratello Sam, farò gite fuoriporta contro il cielo verde della campagna, potrei addirittura varcare il confine, se davvero Jane salirà sul treno per la Francia. Là sulla costa dei nostri cugini dal giglio dorato, hanno più prodotti asiatici di quanti noi ne potremmo mai immaginare:  scaffali interi nel settore narrativa, plotoni di fumetti come legioni di samurai corazzati, file di abiti pieni di volant … e io devo ancora trovare l’abito per la cerimonia di nozze di un’amica. Da mesi giro intorno ai diversi modelli disponibili ma non clicco mai sull’icona del carrello: per scrupoli finanziari o per il gusto aspro dell’attimo sfuggente. Desidero pizzi rosa da principessa, sbuffi e fiocchi, magari addirittura un piccolo cappellino a cilindro fissato su un cerchietto color confetto e calze bianche con un nastro di passamaneria. Mentre la coppia si presenterà all’altare in infradito e jeans, io sogno per me – quasi fossi io la sposa – farfalle che si alzano in volo al mio passaggio e un campo di grano percorso dal vento, come in quadro di Andrew Wyeth   
http://youtu.be/ikGco5URbNc

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mercoledì 19 marzo 2014

HVARF-HEIM



«Io dovevo avere due figlie, due femmine» diceva il mago Salamander al di sopra di una coppa di gelato al melone. E aggiungeva, come se fosse una certezza: «Me l’ha detto il pendolino» «Allora sarà meglio che ti sbrighi!» Scherzava Cassy con un minimo di civetteria femminile. «Nessuna delle tue donne ormai è idonea, o sbaglio?» Lui rideva, con lo smalto consumato del seduttore «Avrei bisogno di una giovane, tra i venti e i trent’anni!»
La mia bustina di tè verde al riso tostato “genmai-cha” girava in tondo su bordo della tazza, prima di cadere e sciogliersi nell’acqua bollente, come un pendolino incerto che cede al futuro ammiccando al passato. «Non guardare me. Non ho i requisiti minimi: non sono né interessata né funzionante»
Avevo aspettato per quattro anni le tonalità di quel sapore e ora, nella grande città, avevo ritrovato tutte le sue declinazioni: il calore rassicurante delle colazioni d’inizio settembre, il fresco rifugio dei pomeriggi roventi d’agosto, la semplicità del cavolo al peperoncino che faceva pizzicare il naso e persino la croccantezza delle alghe per gli involtini, che si chiamavano “kimbap”sugli scaffali fornitissimi di un supermercato coreano (a tratti giapponese).
Le provviste – da stipare in valigia – erano arrivate per caso. E io mi godevo la sospensione della pena comminata dall’incontro celestiale tra un folletto islandese che percuoteva la sua chitarra con un archetto di legno bianco e un ragazzotto londinese che, nato nel quartiere dell’Inferno, aveva accantonato la sua ombra virtuale per saltare su un palco in carne ed ossa. Il cantante non era più attraente (forse non lo era mai stato) e faceva pensare a Peter Pan che riceve il ditale da Wendy.

Due concerti d’argento vivo avevano riportato me e Cassy nella capitale, a casa dell’alchimista, nello studio pieno di conchiglie votive, corvi d’ardesia e teneri gattini della Thun. Le mensole della libreria si piegavano e gemevano sotto il peso dei volumi accatastati secondo un senso personale (un dizionario di tedesco accanto alla prima edizione di Madame Bovary e a dischi di musica klezmer).
Sul pianerottolo, leggendo una poesia appesa allo stipite della porta, finiamo a parlare di disastri aerei.
«Ogni volta che salgo su un aereo, niente m’impedisce di pensare che potrei finire su un’isola del Pacifico ed essere attaccata da un orso polare» La mia battuta era ben congegnata ma lo sguardo interrogativo di Sal mi aveva fatto perdere slancio.
Indubbiamente, nonostante il pozzo incredibile delle sue conoscenze colte, lui aveva bisogno di qualche lezione di cultura pop, tanto per rompere il guscio. Non perché fosse davvero necessario, alla veneranda età di Gandalf, ma perché gli universi da scoprire sono così tanti che sarebbe comunque un peccato barricarsi dietro a una porticina rotonda e aspettare che la Compagnia lasci la contea.
Per questo – per sorprenderlo e incuriosirlo – io avevo provato a trasmettergli l’adrenalina elettrica del pogo, appena uscita dall’arena del sacrificio, nella notte ancora afosa e piena di grilli invisibili.
«Pog-go?» (e lo pronunciava così, in modo strano, con due “g” separate). «Sì, saltare a tempo prendendosi a spallate … A volte con un po’ di sputi di contorno» Anche se dirlo in questo modo, non rendeva l’idea di rabbia e di bellezza selvaggia, furiosa, impotente: una spinta centrifuga che trovava ragione solo in se stessa e si risolveva accartocciandosi e rigenerandosi nello scontro vettoriale.
E quindi la sua domanda cruciale «E perché?» Perché è sporco, bello ed esltante.

Io potevo spiegare questo e altri piccoli misteri degli universi sotterranei mentre lui mi portava a vedere il Mosè di Michelangelo miracolosamente solo, in una chiesa vuota alle prime luci del mattino, quella stessa luce che irradia dalle corna freudiane della statua candida e splendente.
Poco più in là, dentro una teca di cristallo e oro stavano appese delle catene, come se fossero i ceppi di Biancaneve vegliati da un angelo di bronzo scuro e da un dio della morte alato e con la falce.
“L’unico modo di scrollarsi di dosso i propri fantasmi era trovarli” profetizzava il protagonista del libro che stavo leggendo, ed io all’improvviso, di fronte a quelle rappresentazioni di morte, avevo capito chiaramente ciò che avevo già intuito e scritto.

 Dicono che il Mago abbia già una figlia – una sola – e che mi somigli. Ma lei è una fata iridescente mentre io sono una bimba-pipistrello appesa a testa in giù sull’abisso, dipendente da uno psycho-mondo nevrotico. Siamo opposte eppure gemelle; contemporanee e disgiunte. Due note dello stesso frastuono.

http://youtu.be/8AuJdkZkgCw
http://youtu.be/Wc18xt5wQnk


venerdì 14 marzo 2014

YOSHITSUNE E I CENTO FIORI DI CILIEGIO


Tra tutte le cose che avrebbe potuto dire, lei ha scelto la peggiore.
Avrebbe potuto dire: «Beviamo un succo insieme al nuovo bio-bar del porto, ho sentito che è buono!»; Avrebbe potuto dire: «Andiamo da Muddy, fanno delle centrifughe grandiose che sanno di Giappone: ti commuoverai di sicuro!»; Avrebbe potuto dire persino: «Proviamo a vedere se Al Locale c’è qualcosa che anche tu possa mangiare …»
Sarebbe stato bello, per una volta ridere e condividere.
Ma tra tutte le cose che avrebbe potuto dire, lei ha scelto la peggiore: «Io preparo e poi tu mi raggiungi in ufficio»
Reggevo il piatto con una mano, stiracchiando la speranza miracolosa di non incontrare nessuno per strada … ma questo prima, prima di incrociare una delegazione di attori bollywoodiani che scendevano le scale saltando gli scalini a due per volta, dentro ai loro sgargianti vestiti di scena (come se fossero in missione segreta). Ok, imparerò anch’io i passi di danza per unirmi alle coreografie e seguire le parole a mani giunte: “Una volta che hai capito chi sei, quel che conta è il cielo stellato” ripete la canzone che ho inventato.
Quando arrivo sul pianerottolo la sua voce, nella stanza è un trillo acuto. Il suo sorriso ha la spontanea, allegra crudeltà dei bambini mentre usa un ventaglio come arma. Un movimento cognitivo involontario le aveva fatto trovare il modo più letale per umiliarmi. Resto seria, impugnando le posate con la ferocia meccanica di uno spaccapietre per non sentire il sapore di ciò che mi rotola in gola. Un altro spostamento d’aria corrisponde al suono tagliente del campanello. La imploro in silenzio, con le occhiaie sempre più viola, ma si alza richiudendo le stecche con un colpo secco. «Scusa un secondo, dev’essere il corriere dell’altro ufficio» …
E resto sola.
Schiacciata da decimetri cubi d’aria – «Il “tessen” è ferro avvolto nella seta» sussurra Erin al mio orecchio «e a volte può essere letale» E continua a raccontare: «Il padre di mio nonno era un guerriero e ne aveva uno sempre infilato alla cintola, perché all’epoca era vietato portare spade nelle abitazioni e nei castelli e quindi occorreva avere uno strumento che si confondesse col normale abbigliamento. Il mondo è sempre stato un luogo pericoloso». Scompare con un sospiro mentre la porta si apre e si richiude.
Cassy brandisce un foglietto e non sembra essersi dimenticata di me.
Succede spesso.
E io voglio un contatto. Allungo la mano sul piano della scrivania, sopra l’imbottitura bordeaux resa rigida dagli anni e dalle bruciature di sigaretta.
Adesso dovrebbe essere il momento in cui lei nota le mie cicatrici e non dice nulla accarezzando i segni di un traslucido rosarancio (il colore delle spose), e invece è distratta dal bagliore paleo-catodico di uno schermo obsoleto e pesta sui tasti cercando i codici da inserire sul modulo da stampare. Non si accorge di niente. «Scusa sai ma è lavoro …»

Solo un’amica, qualche giorno fa, ha lanciato un’occhiata al cerotto confuso sotto mille braccialetti di plastica: «E quello cos’è? Piantala una buona volta!» Penso: “Perché mi giudichi se lo hai fatto anche tu milioni di volte?” ma invece di attaccarla le allungo il cellulare, mostrando la successione di passaggi per la creazione di fuochi d’artificio. Sono tracce pericolose che dovrei cancellare, se non fosse per l’orgoglio stupido del martirio con retrogusto esibizionista. «Oddio! Ma hai  cercato di tagliarti le vene??» Non è preoccupazione ma semplice disapprovazione con doppio marchio interrogativo. «No, è solo una goccia artistica …» Cerco la battuta giusta per finire la frase « … E poi le vene normalmente sono dall’altra parte, mi dicono!»

Rifletto un secondo. Non sarebbe difficile spingersi un po’ più in là nel giro della morte – Quanti strati di pelle irrorata ci saranno prima di arrivare all’azzurro pallido delle nervature? 

mercoledì 26 febbraio 2014

THE HAT TRICK


Una donna con un largo cappello di paglia rosso entra in ufficio, ostentando pretese di nobiltà dietro gli occhiali scuri. «Uscite un attimo» Jane diventa spietata come Miss Minchin, la sua voce è come il ferro d’inverno. Accampate sulle scale di marmo, io e Ondine sappiamo che è solo l’ennesima artista venuta a piangere miseria su un assegno scoperto. Siamo due cuccioli senza famiglia.
Ho lasciato del lavoro a metà a lampeggiare orfano sullo schermo del computer: “Voglio una scheda in cui poter citare Russell Drysdale … Cioè, qualcuno ha mai sospettato che ci fossero dei pittori addirittura in AUSTRALIA?”  Qualche volta mi capita di pensare in maiuscole ma non mi piace essere costretta a proseguire un compito senza fine, impossibile quanto la tela di Penelope. Quando rientriamo provo a ribellarmi al mio triste destino di astratte macchie d’umido trasformate in quadri.
«Sei fortunata! Tu riesci a scrivere un testo in un’ora; e poi pensa che a settembre ci sarà un vero catalogo d’arte con il tuo nome stampato sopra!» «…» Mi hanno insegnato la politica della non-reazione. «Io vorrei essere te, anzi mi farei la plastica per essere Scarlet, la Tessitrice di Storie» La mia smorfia è amara «Non ti conviene».
Lei non sa che per essere me bisogna convivere con una folla di eteronimi che sgomitano, gridano,
piangono, ridono. Per essere me bisogna accettare tutto il pacchetto. Se vivessi in un Paese Incantato, avrei un cilindro matto con dentro un portale dimensionale per andare in tutti i reami esistenti e invisibili e trovare oggetti rari. Ma sono qui, bloccata per sempre e Alissa – la principessa perfetta sulla quale ricadevano tutte le aspirazioni – sembra morta, congelata dal Sortilegio di Cent’Anni di Solitudine.

Forse dovrei spiegare, fare un esempio, perché Jane desista dal suo folle progetto chirurgico.
Ieri ho proposto a Cassy di fare un viaggio insieme. Come una bambina felice che non pensa alle conseguenze sillabavo mete desiderabili contando sulle dita e a ogni nuovo punto sulla carta geografica mi scindevo un po’ di più. Erin parlava con il suo sorriso di fiori: «Sarebbe bello andare a Kyôto e poi puntare verso sud. A Okinawa la sabbia è bianca e fine. E poi lì c’era una popolazione diversa da quella delle isole principali: i monumenti sono molto interessanti e c’è persino un festival folkloristico in agosto».  L’eccitazione cresceva e modificava i miei gesti e facendo intervenire Malva Marina, la bambina abbandonata dal poeta-marinaio: «Il Messico sì che sarebbe bello! L’altra volta, due eoni fa, con il tour organizzato abbiamo visto solo un assaggio della capitale ma sono sicura che ci sarebbero migliaia di posti da visitare: la cattedrale, il Museo dell’Antropologia, la casa di Diego & Frida (e quella di Trotskij lì vicino) … e poi le opere dei muralisti … » 
L’espressione di mia madre si è incrinata fino a far comparire le rughe di D: «Ti sei dimenticata che sei Mary Ellis? Non possiamo andare da nessuna parte portandoci dietro una cosa del genere. Sarebbe difficile in Italia, figurarsi all’estero!» Il mio sguardo si è spento subito (mi pare di essere una bambola rotta), ho chinato la testa e sono tornata Liz, la Silente. In questa forma, il nome è simile a quello di una sirena muta, che si esprime modulando in gola i suoi suoni armonici … Ma dovreste sentirla suonare l’organo con le sue dita celestiali coperte di squame. Persino gli artigli da arpia dei suoi piedi posticci non fanno paura. Bando alla tristezza: in fondo è un povero mostro costretto a nuotare in cerchio nella fontana della chiesa!

Potrei raccontare questo a Jane, ma forse lei non capirebbe. Potrei dirle che non importa quanto sia tardi: arrivando in una casa buia, i giri della serratura bruciano come coltellate, e che aprendo la porta sembra quasi che la sera ti entri dentro. Ma non basterebbe a chiarire il motivo dell’odio di D. Sono stata io a crearla dal vuoto, plasmando un fantasma con le mie e le sue paranoie, le mie e le sue sofferenze. Non potevo aspettarmi nulla di diverso. Raccolgo i resti dell’amore perduto e tiro avanti.

Sospiro. Alzo le spalle (inutile lamentarsi).

Fisso la finestra nera del pc. Muovo il mouse e il documento ricompare splendente. Le mani ricominciano a correre sulla tastiera. Lentamente mi riempio gli occhi delle lettere che si allineano sulle righe. Se conoscessi la formula giusta, le parole si materializzerebbero in spirali azzurre capaci di attaccare i nemici, costruire barriere e curare ferite. 

http://youtu.be/5ZaZaWcdtbY

martedì 18 febbraio 2014

TEMPO PARA CARACOIS


“Siamo in città (inaspettatamente). Ti va di vederci domani?” Gli emoticon rendevano l’accento allegro del messaggio di Chris, comparso per caso sulla chat alle 23.33.
A casa, faccio le prove, circondata dall’esplosione corale dei miei armadi. Mi cambio tre volte per fare una buona impressione. Sono due anni che non c’incontriamo di persona. E stavolta ci sarà anche sua moglie (È così strana la consistenza di quella parola applicata a noi: è come se marcasse il Tempo che passa lasciandomi indietro. Mi chiedo ancora – un po’ inquieta – cosa voglio davvero, come sarebbe stata una vita “normale”).
Alla fine scelgo la t-shirt di Les Claypool con la rana al timone, una gonna a righine gessate; gli anfibi verdinsetto e un paio di calze a strisce orizzontali grigie.
Apro l’ombrello e mi lascio camminare.

Sotto un diluvio da metropoli tropicale, arrivo in libreria con più di mezz’ora d’anticipo e ordino un filter coffee e un bicchiere d’acqua. È bello sedersi con un libro appoggiato sull’orlo del tavolo e una grossa tazza di liquido nero e attendere scorrendo le righe, come Meg Ryan in una commedia hollywoodiana.
Il cucchiaino tintinna nella mug non-zuccherata.
Mi tormento una pellicina che si stacca senza dolore, lasciando esposta la carne rossa segnata da una miriade di linee (Mi chiedo quanti strati di pelle abbiano le dita e se ognuno sia marcato dalla stessa impronta, fino in profondità).
Mio malgrado, le orecchie captano una conversazione da bar: «Quel tipo è odioso. E in più vuole cambiare sesso!» due metro-sex in canotta e gel ultra-forte spettegolano come comari al mercato  «Eh? Ma non ha la ragazza?» «Sì, e il bello è che lei è d’accordo!»

«Scusa il ritardo: c’era il bagno costantemente occupato!» Chis sorride, mi presenta Andresa e sbadiglia. «Abbiamo dormito tre ore stanotte. Eravamo a una festa, su nell’Entroterra » Li immagino in una specie di comune hippie, presi in un vortice di fuochi psichedelici tipo Burning Man, ma lui continua a spiegare. «Stiamo girando un video sulla gastronomia italiana per una stilista che cambia idea ogni tre minuti» Il leggero peso di quel plurale coniugale mi distoglie dall’incongruenza dell’intera frase. La fede sottile manda i bagliori magici dell’oro nuovo. «Nostra chefa está louca» aggiunge lei mescolando con disinvoltura l’italiano al ritmo sincopato del portoghese. Parla con tutto il corpo, muovendo le mani come gabbiani davanti al viso; gli occhi accesi da mille scintille. Il polpo verde sulla spalla sinistra agita i tentacoli sinuosi; sull’altro braccio, da un veliero erutta un’epifania di stelle, farfalle e televisori anni Cinquanta che sintonizzano le loro lunghe antenne baffute. «Mi falta un piccolo Yoda qui, sul gomito» mi dice indicando uno spazio vuoto accanto a un Darth Veder con un’aureola rosa. Con il vestitino di trine nero, sembra una gotica principessa dei pirati. Io l’avevo già trasformata nel personaggio di un racconto, guardando le foto postate sui social network. L’avevo chiamata Inara, perché i capelli scuri e lucenti la facevano somigliare a uno spirito dei boschi trapiantato tra i grattacieli di São Paulo. Le sue sorelle, mi racconta, hanno tutte dei nomi corti – adatti a creaturine piccole e indifese. Solo a lei è toccato quel nome da regina.
 «Siete stati al Bairro Libertade, il quartiere dei giapponesi?» chiedo sapendo del loro viaggio di nozze in Brasile. «Sim, diverse volte! È molto grande e anche le vie sono molto giapponesi … ci sono persino i portali di legno!» L’entusiasmo di questa ragazza è radioso. «Mangiavo sempre gli involtini di alga ripieni di riso, cheese cream e salmon.» dice nostalgica, e le narici le tremano leggermente sulla piccola ondulazione delle vocali che si arroccano intorno all’ultima sillaba. «Li fanno anche là?» «Sì … ma senza cheese» rispondo, lasciando aleggiareun sottinteso scatologico.
 “Sampa, o la odi o la ami” cantava Caetano descrivendo la poesia dura del cemento.
Fuori ha smesso di piovere e una cappa di umido imprigiona i palazzi togliendoci il respiro. «Accidenti che umidità!» Il gemito di Chris cade sull’asfalto appiccicoso. Ricordo che esiste una parola particolare per definire questo clima opprimente … «Come si dice da voi … » smuovo l’aria densa con la mano « “Abafado”» ride lei, ritrovando tutta la rotondità morbida della sua lingua.
Scattiamo alcune foto boccheggiando nella canicola, trascinando i Doc Martens e l’attrezzatura. Le strade sono piene di gente in pausa pranzo, come lumache uscite da sotto le mattonelle per succhiare l’umido della terra strisciando sullo stomaco.
Considero lentamente l’idea di catturare un gasteropode da compagnia, per avere un amico quando sono sola: forse però prima dovrei avere la forza sciamanica di un osso di pene di procione, come il protagonista di un romanzo perverso scritto da un ragazzo invisibile chiamato Jeremiah Terminator (Siamo in un mondo in cui, se non dichiari il tuo nome, ti condannano per frode).

Per strada scattano foto culinarie con i loro obiettivi professionalmente pesantissimi. Io rubo un’immagine di noi tre abbracciati di fronte all’insegna di un negozio danese.

Abbiamo qualche souvenir di plastica, adesivi e una nuova amicizia. 

Ci rivedremo tra un anno, magari.


http://www.youtube.com/watch?v=XokJjEzcWo4&feature=share&list=PLv6K-3h9nk9oUsOxbxtmsSJ_kkpCSEKhS&index=2

http://youtu.be/xPGLNYAgL-8

domenica 19 gennaio 2014

MUSIC FOR MY SOUL


 


«DHA-DHA| TIN-TA: Anche il linguaggio del tamburo ha la sua grammatica» Spiega il musicista indiano seduto per terra su un cuscino bianco. Indossa una tunica color zafferano sui pantaloni larghi e i suoi piedi sono grigi, come se avessero assorbito la polvere della strada. Stende un ammasso di pasta su un lato dello strumento: a sinistra una voce metallica; a destra il suono ovattato dell’acqua in fondo a un pozzo. «La farina italiana non va bene, non si attacca. Good for pasta, no good for samosa!». Ha un sorriso splendente e regolare e la morbidezza cortese di un impiegato del ministero delle poste.

«KITE-DHA|DIN-TA: La musica tradizionale dhrupad è nata come meditazione, in totale accordo con la Natura» dice il fratello nel suo inglese cantilenante e riflessivo.

Penso ai George Harrison e ai Kula Shaker; ai Taj Mahal Travellers e al fresco concerto di un bosco di bambù in agosto (rin-rin). Il tanpura canta alcune note tra le mani di una ragazza occidentale bella come una fata. Le tessere di un mosaico colorato brillano nella luce bassa della sala. Chiudo gli occhi e sincronizzo il cuore.

Vedo un uomo in barca sul Gange, il tramonto caldo di Varanasi … la sovrapposizione sbagliata di una foto di McCurry …

 

… Due giorni dopo, fluttuando sulla ritmica, i miei battiti cercano un’altra sintonia. Rallentati e silenziosi aspettano l’inizio di un’altra performance. Il maestro si sta preparando nel cortile del palazzo dei dogi; le sue allieve si stringono le fasce rosse intorno alla fronte. Hanno braccia sottili come ramoscelli. Mi chiedo come faranno a suonare con energia, chiamando a raccolta tutti gli antenati, ma ecco i primi colpi, le grida gioiose. Sono sicura che gli dei sentano forte e chiaro.

“V’invoco, Signori di questo mare. Vi prego, divinità addormentate nella tranquillità dei templi a diecimila duecentosessantasette chilometri da qui. Cavalco sulla virgola di quella distanza spropositata (un arco sui paesaggi d’Europa) e vi vengo a cercare, muovendo il ventaglio nel cerchio della danza”. Non sono più tra le ragazzine piene di eco-dead equi e sostenibili; spariscono le signore con le loro sete radical-chic.

Torno indietro a un posto remoto. Nel parco illuminato dalle luci mutevoli della fontana, un uomo stava saltando gli spaghetti sulla piastra nera del suo banchetto: nell’aria il profumo denso dei calamari alla griglia, lo stesso odore caldo e appiccicoso dei giorni d’infanzia passati con Altair in un porto ligure. E quel ristoratore concentrato nell’arte di rivoltare soba e verdure gli somigliava persino, a mio padre, come in un incantesimo orientale. Una statua di Ampanman – l’eroe-focaccina – proteggeva la festa dagli alieni malvagi. Allora avevo sorriso guardando le stelle.

 

«Cosa sta scrivendo?» È la domanda di Annie a riportarmi bruscamente nel presente. Scruto i ghirigori d’inchiostro che il maestro sta tracciando su un foglio seguendo il sospiro raffinato dello shamisen. Socchiudo gli occhi, sforzando la memoria. Non devo sbagliare, se non voglio sembrare una stupida analfabeta … «Beh … prima ha detto che avrebbe scritto una poesia di Bashô, giusto?», lo sto chiedendo a Erin, una delle tante “Me Stessa”, quella che ha vissuto in Giappone e ha cenato alla Corte segreta dell’Imperatore.

Poi mi butto, velocemente: “Un vecchio stagno / Una rana si tuffa / rumore d’acqua”. Provo a decifrare gli ideogrammi che scorrono sulla carta – da destra a sinistra, dall’alto verso il basso. Assaporo la fatica della vittoria, il contatto con la bioelettricità intrappolata nei riccioli biondi di Annie.

«Incredibile! Tu davvero capisci quelle macchie di colore?» Annuisco, ristabilendo il silenzio mentre lei mi guarda con un lampo di ammirazione. Anche il suo amico, appoggiato a una colonna poco più in là, pare rapito dalla magia dei segni e mastica l’idea di infilare il flauto dolce nel prossimo pezzo della sua band, ridacchiando sugli ovvi doppi sensi.

«Dopo andiamo al suq? C’è un ragazzo che fa gioielli con le posate! – Una figata! – … E poi ci saranno altri spettacoli di musica etnica» Mi dice lui lisciandosi la barba castana (sembra il protettore celtico delle messi, con gli occhi chiari e una birra in mano).

Guardo il ritaglio di cielo sopra di noi «D’accordo, andiamo!» dico rivolta alle le stelle che “tremolano” come da copione.

 

Al mercatino del porto tra i pannelli di legno di una scenografia scrostata,  un uomo volteggia abbracciato dalle ali nere del suo poncho andino mentre una ragazza grandi cerchi d’oro le attraversano i lobi – offre un mazzo di campanule amancaes agli astri addormentati e balla percuotendo la polvere. Confusa in mezzo ai curiosi, seguo lo schema basilare dei passi. Anch’io sono figlia della Terra, anche il mio sangue è rosso.
http://youtu.be/p4G2RlBKbrM
http://youtu.be/9QZOHzWLF9w
( http://youtu.be/xsCQTraCHmA )
http://youtu.be/a9eNQZbjpJk

sabato 28 dicembre 2013

ALL THE BEAUTY MUST DIE


 

Per un minuto di vita breve / unica, a occhi aperti / Per un minuto in cui vedere / nel cervello piccoli fiori / che danzano come parole sulla bocca di un / muto Alejandra Pizarnik (scrittrice argentina).

 

In farmacia spio il cartellone pubblicitario dell’ennesima pozione miracolosa “completamente naturale”. Leggo il bugiardino che promette di annullare interi banchetti pantagruelici e intanto provo a chiedere al commesso se ci sono basi scientifiche che mi consentano di credere alle magie della Fatina dei Denti. Lui tentenna – gli occhi azzurri, i capelli cinerini, il camice bianco con la croce cucita sul taschino: somiglia a un airone avvolto dalla nebbia. Rigiro la scatola tra le mani. La poso ed esco con una sensazione amara in gola. Devo tornare a casa prima che Cassy vada a lavorare. Nonostante tutto mi piacerebbe che mi vedesse indossare la mia nuvoletta di raso cinese da cerimonia.

Lei sta dormendo mentre mi lavo e calo d’all’alto l’armatura di sette sottogonne, ma i veli emettono un debole fruscio quando entro in soggiorno e sfioro una pila di libri ancora da leggere. «Vuoi che ti guardi?» le pupille faticano a trovare un punto concreto, mediando nell’incertezza sfocata della scena sdoppiata; le sue dita sono un ragno che tasta il tavolino in cerca degli occhiali.  S’illumina appena decifra le coordinate del mondo. «Sembra proprio una prima comunione» Non so se esserne felice. Non so se era questo che avevo immaginato. Per un secondo, la gioia esita agli angoli della mia bocca. «Avresti preferito che dicessi che sembri una sposa?» «Sì, forse» Sarebbe bello essere una principessa accompagnata dal Re sulla passeggiata in riva al mare, con le persone che suonano i clacson delle macchine e lanciano petali profumati (onde in sottofondo e sale nei capelli).

«Ci vediamo stasera, mamma». Mi stupisco io stessa: di solito non la metto in questi termini, ma ho bisogno di una carezza, ho bisogno di trattenerla ancora un po’ in questa bolla d’affetto sottinteso. L’ape-madre mi concede un momento strappato alla  monotonia della routine quotidiana – “su trajín” direbbe una poetessa di Buenos Aires, con il tintinnio mutevole di una nobile lingua prestata. «Dai, che la mia sveglia è già suonata da un pezzo!»

L’ufficio l’aspetta: con i clienti ipocondriaci e pigri, la scrivania che sa di tabacco e le stampe di Ligozzi arpionate ai muri.

 

Io sarò l’attrazione del sit-in che l’Associazione ha organizzato di fronte alla cattedrale.

 

Ammiro la forza di Noélia, la presidentessa. Ha la pelle ambrata che ricorda una mansueta nepenthes carnivora e una vitalità che sgorga dall’energia di gesti smisurati. Ha un cuore rosso appuntato sul petto e un occhio nero di trucco per attirare l’attenzione dei passanti. «Troppe donne vengono uccise, nel silenzio generale!» Protesta con una passione sessantottina e la morbidezza dell’accento esotico piegata alla veemenza delle sollevazioni.

Presentandosi al microfono, parla con naturalezza di sua figlia assorbita dalla voracità di una cellula imitativa (Penso: “La danza dei linfoblasti immaturi avrebbe un che di armonioso, se non fosse mortale”). Ascoltando gli accordi delle parole, tocco d’istinto le cicatrici lasciate sui miei polsi dall’indecisione: “Io non sarei stata in grado di vincere la disperazione dell’assenza”. 

Alla fine dell’intervento di Noélia, mi muovo tra i curiosi per andare a salutarla. È piccola di statura ma sprizza scintille elettrostatiche, in mezzo a Ife e Gabriela. Una è altera, scura, bella come una Regina africana nel suo completo nigeriano a motivi viola; l’altra è appena tornata dal Brasile e ha una grossa rosa di stoffa blu attaccata al bavero della giacca. Ho l’impressione di sfogliare le illustrazioni di una leggenda del candomblé. Mi avvicino, spezzando la perfezione dell’insieme.

«Come stai bene vestita così, ottima idea!» «È un omaggio a Pippa Bacca …» dal loro silenzio educato capisco che non hanno colto la citazione. «Era un’artista italiana che è stata violentata e ammazzata da un uomo, mentre faceva l’autostop in Turchua. La sua ultima performance itinerante voleva promuovere la pace e la fiducia nel prossimo» Spiego sorvolando sui dettagli che non riesco ad afferrare nella memoria (Penso: “A volte la vita dimostra una macabra ironia”). Era partita da Milano seguendo un’utopia dissestata sull’atlante stradale. Non era mai riuscita a raggiungere le cupole dorate di Gerusalemme.