mercoledì 16 luglio 2014

LOTUS GUN


Non sono mai stata così male in vita mia.

Mentre sullo schermo Kim Ki-Duk costruisce una pistola per vendicarsi d»i chi l'ha tradito abbandonandolo e poi progetta il proprio suicidio con un filo di nylon, io penso alla vecchia carabina napoleonica del mio bisnonno e al rumore che farebbe il proiettile attraversandomi il cervello – Ready! Action!

Facile.

Un colpo nel pogo ha deviato l'assetto del mio scheletro, che ora si sta sbriciolando come da previsioni. I pensieri sono neri. Catrame.

La linea verticale di un tronco divide in due un cielo di un azzurro esasperante. Lampi di sole e un mare di lapislazzuli michelangioleschi che comunque non mi appartengono.

Una persona che secoli fa ha smesso di essere Cassy evita qualsiasi contatto emotivo, strappa via qualsiasi distrazione «Sei in pausa?» Da giorni sono chiusa in questa stanza aspettando una proposta “divertente”, ma lei non parla. O non riceve risposta.

Solo ieri sera, dopo aver acceso la radio sul programma rock della notte, ho sentito un rumore sommesso in cucina e, dopo una breve apprensione, ho capito che lei era sintonizzata sulla stessa stazione e stava canticchiando la canzone che anch'io stavo ascoltando, con l'inglese inventato tipico della sua generazione.

Ma poi la commozione e la giovinezza sono svaporate nel nuovo mattino pieno di grilli. Ultimamente mi rivolge solo domande apprensive: “Come stai?” si alterna a “Sei stanca?” , ma oggi c'è una novità, un ordine quasi perentorio: «Va'  a chiedere un limone alla vicina». Come se comunque non la vedessimo tutti i giorni, un'anima inquieta piena di ansie che entrano in conflitto con le mie producendo scintille d'insofferenza.

 Quella donna è la new entry della mia segregazione. «Che palle!»  «Hai detto “Che palle!”?» ... Se provassi a ignorare che ho solo trent’anni e sostituissi la parola “tristezza” con “quiete”, magari le cose andrebbero meglio, il buco nel petto si rimarginerebbe e io potrei respirare. In fondo i due termini sono quasi sinonimi, nel mio dizionario.

Mi sfilo gli auricolari. Poso il rasoio.

Ho del sangue che mi cola su una mano.

Potrebbe essere un elemento interessante per la curiosità pettegola della gente?  – “Io mi faccio gli affari miei ma ...”; “Hai visto quella? Di sicuro è malata o una tossica, te lo dicevo io!” A volte esco di casa con un foulard avvolto intorno alla testa, per alimentare le leggende

Camminando lungo la curva che mi separa dalla casetta affianco alla nostra, rivolgo i palmi in basso, chiamando a testimonianza la terra e l'asfalto, come un Buddha post-moderno (che rotola giù da una scarpata).

Quando torno indietro (rabbuiata e senza limone – rubato da qualche mano invidiosa, perché si sa che l'albero sul confine è sempre più giallo), il reticolo di rughe di D è concentrato nella preparazione di un piatto di gamberoni. Le teste sono ammucchiate da un lato. Musi lunghi che mi fissano malinconici come chansonnier francesi, con lo sguardo lucido e senza sclera. ... L'attrice del film coreano che stavo guardando aveva occhi simili: due stelle d'antracite brillante. «A quanto pare niente salsina per stasera» annuncio sbattendo la porta della mia cella in sala.

Quello era stato il “salotto buono”, o così doveva essere prima che mia nonna si ammalasse e gli ospiti si diradassero come i suoi capelli grigi. Da quel momento era diventato il logoro teatro di una separazione famigliare, con mia zia curva sui suoi tomi di filosofia a covare risentimento e una ragazzina vivace – destinata a essere mia madre – che nascondeva i fumetti sotto i libri di testo. Durante la guerra, la libreria a muro era stata una dispensa segreta dove stivare le provviste all'insaputa dei soldati ma ora c'erano solo file di volumi inutilizzati, romanzi estivi e raccolte di filastrocche infantili. Le ciotole piene di conchiglie sono coperte da uno strato di polvere e, se ne avvicinassi una all'orecchio, non sentirei più il rumore delle onde che ormai sono troppo remote. Nemmeno io ricordo il suono della risacca, eppure c'è stato un tempo in cui mi piaceva andare alla spiaggia nelle mattine torride d'agosto, entrare in acqua e spiare il fondo, “fare la stella marina” trattenendo il respiro, con le braccia e le gambe allargate e poi tornare sulla sabbia, stendermi sull'asciugamano e leggere qualche pagina senza l'ossessione del lavoro da sbrigare. Già, “ossessione”... da un po' D non fa che spiarmi amareggiata «Devi farti aiutare! Stai davvero peggiorando, conosco qualcuno che potrebbe ...» La fermo sempre a questo punto perché so che nominerà Violante e la mia presunta debolezza, so che dirà che mi invento cose assurde per accusarla. Non voglio sentirmi di nuovo oltraggiata e umiliata. Vorrei solo che lei mi capisse ... ma adesso non conta più, almeno non nell'immediato. Stiamo per partire. Questo significa che non vedrò più l'orizzonte punteggiato di vele e non soffrirò più come un bambino povero in una pasticceria di lusso. È finita e forse, dopo le liti e i pianti, sarò io a riprendere il controllo della carta dei menù. Il mio corpo deformato potrebbe addirittura tornare a posto ... In fondo nulla è perduto: vivo in una città sulla costa e basta una mezz'oretta di treno per avere una piccola baia fatta di scogli, tranquilla e pulita. Quest'anno la bella stagione è cominciata in ritardo e sembra che durerà ancora per un paio di settimane.

Seduta di fronte allo schermo immobile, con le cuffie inserite nell'apposito foro, immagino un settembre mite e i ciottoli levigati che rotolano a riva sotto i miei piedi.

mercoledì 25 giugno 2014

SOPRAVVIVERE ALLE SERATE DANZANTI


Torno a casa.
Sull’autostrada
La macchina sbanda contro il vento;
immersa nel vento.
Un camion si accosta sulla sinistra … – Forse Cassy non dovrebbe più guidare.
… Il camion trasporta colombe bianche per un matrimonio … – Lei ha un cerotto che le annulla la visione periferica.
… Aumento il volume del mp3 player per non sentirle tubare isteriche ogni volta che una curva mette in dubbio la stabilità dei loro trespoli nella pancia della balena. Nella bocca del lupo.
Una mia amica si sta per sposare ed io non ho ancora scelto il vestito. D’altronde lo sposo si presenterà in infradito all’altare sulla prua di una nave ecologista. Se fosse la mia cerimonia vorrei quanto meno un abito da victorian lolita, ma è passato il tempo di sognare la cerimonia perfetta. Non mai avuto niente di simile all’amore. Se dipendesse da me, gli sposi indosserebbero dei costumi cosplay e la cerimonia probabilmente sarebbe officiata da Tyler vestito da suora (Cosa posso farci? Adoro gli anime a sfondo religioso e le divise dei preti-combattenti hanno un loro fascino oscuro).
E i regali? I miei amici erano eco-attivisti – di quelli che speronavano baleniere con un gommone verde – e avevano voluto solo donazioni da versare al loro movimento contro il sushi di delfino. Nella mia lista nozze ci sarebbero stati piatti di ceramica Imari e squisite biscottiere Wedgewood (“Io al massimo ti posso fare una decorazione biancazzurra lavorata all’uncinetto” mi aveva detto una volta Ondine, la mia collega, piena di creatività e di tenerezza). Avrei avuto un set di biancheria da cucina di Totoro, una radio portatile con presa USB da tenere sopra il frigorifero , un mixer multiuso sul ripiano accanto ai fornelli e uno stampo di silicone per preparare dei macarons rosa – perché non è da tutti cucinare dei dolcetti domenicali canticchiando una canzone dei Mudhoney (mi pare che il testo ripeta “La ragazzina di papà non è più una ragazzina”, o qualcosa di simile, adattandosi al momento).

A questo penso seguendo la linea continua sull'asfalto. Il cellulare vibra.
Sylvia notifica: “Sarò in Italia a novembre, non so ancora le date precise. C’incontriamo?”
Telepatia.
È stata lei la prima crisalide, quella che poi non è diventata farfalla.
Non la vedo da anni.
Ricordo che quando eravamo insieme, provavo un vago senso di disagio.
Ho sempre avuto un corpo troppo pesante per sperare di poter passare attraverso le sbarre della mia prigione.
Ora sospiro annusando l’aria che sa di nuvole, il cielo diviso a metà.
«Dài, ammetti che quando siamo in paese tu sei più serena» Non rispondo.

 Per forza di cose, là il mio cervello si spegne in assenza di gravità, lontano dal mondo degli esseri umani, in catalessi emotiva. Per non sentire l’orchestra che accompagnava la sagra della salsiccia, accendevo la radio e cercavo qualcosa da fare che mi portasse lontano, ma i miei piedi erano perennemente incollati al pavimento.
Se solo avessi potuto raggiungere il mare, tutto avrebbe avuto un senso. Ma lo specchio rideva mentre il mio corpo si gonfiava come un pallone e lei ripeteva che era fisiologico “Una reazione psicosomatica”.


Avrei voluto trasformarmi in un anacoreta che si nutre solo di lucertole. Ti ricordi Sylvia? Da bambine avevamo dato un nome al geco che viveva tra le tegole del tetto … Ora se n’è andato anche lui, ucciso dall’ennesimo inverno.

http://youtu.be/FOUDDcIsokU

venerdì 13 giugno 2014

FALSI TELAI / Domina



Giro per il soggiorno fotografando le bussole e i sestanti d'ottone lucido appesi alla parete. Questa è indubbiamente ancora la casa del Capitano, anche se le tutte le sue immagini sono state meticolosamente eliminate – il rimosso nascosto in un cassetto. Sono qui come ogni anno per i due giorni che m'incoronano sorella dell'anno ma stavolta io e mio fratello Sam apriamo finestre di dialogo inaspettate sulle sue nuove passioni: il rock e la fotografia. Lo scambio di file dura ore e passa per un complicato intrico di cavi che fanno stridere le casse mentre Margot spennella olio sui mobili del giardino, circondata dalle mosche, e Todd sistema il garage sudando a fiotti.   «Che ne dite di andarcene a prendere un aperitivo al fresco?» «Potremmo fare un giro nei boschi dell'Entroterra» In questo ferragosto appiccicoso, l'ombra sembra un miraggio. Il fuoristrada scantona sui tornati e il cane, con la testa fuori dal finestrino e le orecchie aerodinamiche sta per prendere il volo come il rago-cane Fùcur nella “Storia Infinita”, ma una sterzata brusca sbalza il corpicino contro la leva del cambio con un tonfo sordo. Primi segnali di tensione che si stemperano con una sosta a picco sull'abisso di ulivi cangianti. Ci infiliamo come esploratori nelle rovine devastate di un locale abbandonato «La polizia l'ha fatto chiudere perché era un covo di nazisti rissosi. Guardate, hanno devastato tutto!» Passiamo su cumuli di calcinacci e vetri rotti custoditi dai fondali marini dipinti sulle pareti e, mentre io immortalo la medusa che fluttua lungo una colonna, gli altri sono già immersi in un giardino selvaggio custodito da una venere decapitata. «Le hanno anche disegnato il sesso con un pennarello: che idioti» puntiamo l'obiettivo sull'oltraggio e poi risaliamo le scale bilanciandoci con le braccia larghe come funamboli.
Il paesino a cui approdiamo dopo una serie infinita di curve offre la fiaba di un cavaliere d'amor cortese istoriata nella maiolica sui muri e un mercatino festivo, presieduto dagli immancabili vecchietti da bar, ottimi per uno scatto in bianco e nero accanto alla tromba muta di un grammofono. Persino le bolle scure che mi riempiono la pancia sono piacevoli e riesco a non pensare a niente lasciando che la conversazione volteggi a mezz'aria. L'atmosfera è tornata spensierata e anche la cena in veranda ha il sapore di una quotidianità possibile, ripresa dopo un'interruzione casuale.
Sparecchiando, ci ritroviamo in cucina a sparare video dal I-phone improvvisando balletti improbabili «Sarebbe ora di andare a dormire, ché domattina dobbiamo svegliarci presto» Margot sistema il divano allineando una marea disordinata di cuscini ma non voglio perdere il filo della complicità con Sam «Beh, allora noi due andiamo di sopra. Buonanotte» dico strizzando l'occhio e incrociando le dita dietro la schiena. Raggiungiamo l'isola surreale del letto illuminato di rosso dalle lampadine rosse per provare altre canzoni sotto l'onda morbida delle lenzuola scarlatte «Ma cos'è questa, una camera oscura o un boudoir?» rido ammiccando.
Nel pomeriggio ho conosciuto i vicini: una coppia con una figlia dodicenne sottile e liscia come una canna di bambù, con i capelli color miele raccolti in una coda. Continua ad essere inevitabile che io provi invidia per la preadolescenza che non ho più e che non ho mai avuto, per la capacità spontanea di ammirare la luna e di aspettare il futuro.
... Samuel scarta argomenti imbarazzanti e ascolta i frammenti della mia piccola lezione di grunge che inizia dagli albori. Sembra convinto, con quell'entusiasmo contenuto tipico dei maschi della sua età. «Scrivimi i nomi delle band così mi cerco la discografia» Trovando uno scopo fortuito, corro veloce: vorrei condividere mille emozioni eclettiche, eclissate per un periodo infinito.  Accendo l'mp3 player del cellulare e la lista scorre aleatoria ...

Venerdì mattina saluto Margot, sconvolta dalla levataccia. Ha battagliato tutta la notte con Todd che, ostinandosi a condividere lo spazio peninsulare del salotto, adesso ronfa della grossa sdraiato di traverso mentre lei alle tre è migrata in un rifugio più tranquillo e silenzioso. Qualcosa non va. Le strutture sentimentali scricchiolano scoprendo le giunture.
Era scomparsa la ragazza magra e luminosa come un'ombra che con il suo corpo e il suo profumo si era portata via la metà di Altair – quando Al aveva deciso di diventare Tair – aveva smesso di fumare e era un po' ingrassata.
  Il caffè borbotta sul fuoco e, studiando le tracce del Capitano segretamente dissimulate, mi pare di cogliere il bandolo della proverbiale matassa.
Mary Ellis aveva smesso di parlare con lui, ma non per l'offesa di frasi goffe e crudeli; ora capisco che gli rinfacciava l'ennesima fuga – umana ma poco paterna (perché un padre dev'essere in primo luogo un supereroe) – di fronte a una figlia-mostro che non sapeva gestire, troppo affamata e taciturna.
Segno titoli e gruppi sulla lavagnetta in cucina, usando il gessetto verde appeso a un filo sul bordo dell'ardesia decorata da gatti. «Ci vediamo in un week-end di metà ottobre» Sam si è alzato e sta pulendo col dito un barattolo di Nutella per regalarmi il bicchiere delle Tartallegre, e si limita ad annuire.
Le mie cose sono pronte vicino alla porta.

Salgo sul treno con un sacchetto pieno di pomodori e melanzane del loro mini-orto. Per il viaggio, ho preso in prestito un libro dagli scaffali «Poi spediscimelo, ché devo fare la scheda entro settembre» «Vuoi che te la prepari io? Tanto a me serve comunque» Sam abbassa la voce «Se me la mandi, gli do un'occhiata» Sono contenta di essere utile in qualche modo.

 Parto più leggera, con un appuntamento quasi fissato e uno spiraglio di normalità nel cuore.

http://youtu.be/k7CPIXnaeeQ
http://youtu.be/14r7y6rM6zA




giovedì 22 maggio 2014

ESPUMADOR



Ho imparato che dietro al dolore c'è sempre altro dolore, come i cereali dietro una barretta di cioccolato al latte.
Quando mi sveglio, il pomeriggio non è ancora fresco e il mondo fuori è immobile come l'avevo lasciato.
Preparo un caffè con la polvere solubile, mescolo l'acqua calda rompendo la schiuma scura in superficie e lancio il cucchiaino nella conchetta dei piatti sporchi, di rimbalzo, con la precisione di un cestista.
Quella delle riserve idriche stagnante è una mania particolare del paese, come fossimo in una savana africana e in realtà non sono riuscita a dormire molto mentre una zanzara cercava di pugnalarmi le pupille. Il risultato è che sono stordita, incapace di articolare parole su un computer quasi privo di connessione. Guardo sconsolata le colonnine del segnale che lampeggiano in agonia e mi viene in mente l'ultima puntata del solito telefilm medico: un paziente malato di SLA decide di farsi staccare il respiratore per donare i suoi organi ancora funzionanti. Con i circuiti bollenti potrei costruire una macchina per il trasporto dimensionale che mi porti lontano da qui.
«Vado a farmi un giro. Cercherò un posto tranquillo e all'ombra dove leggere»
Seguo la strada che abbandona le case e si dirige verso il Santuario sulla costa. Aumento il volume tonante del mp3 e riprendo il vecchio gioco di camminare solo sulla linea bianca lungo la carreggiata. Mi sento come un cagnetto scaricato sull'autostrada o uno dei bambini di Stand by Me, anche se non c'è nessuno a cantare con me. Il paesaggio è vuoto. Poche persone, miniature in un quadro fiammingo. Per evitare un ragazzetto palestrato che sta truccando il motorino nel suo bel giardino succulento, fisso le rovine di una carrozzeria arrugginita, buttate in un orto di ulivi: sembrano gli aerei dell'aviazione inglese nascosti nei campi greci. Le foglie sugli alberi lanciano occhiate verdargento.
Mantengo i passi sulla curva di gesso anche quando rasenta gli spigoli di un muretto a secco, anche attraversando un roveto carico di fiori di gelso.
Penso a Sylvia. Insieme passavamo ore su quell'asfalto sciolto dal sole a concatenare sillabe, ma ora lei se n'è andata per vivere un destino in technicolor, fatto di smorfie buffe e magliette a righe in una città dalla squisita allure francese tardo-coloniale. La sua immagine digitale  ha i colori pacati del filtro “calmo”. È immersa nella luce cangiante delle vetrate di una cattedrale neo-gotica e sorride stringendo la tazza di carta di un espresso ultra-lungo e mi lascia indietro.
Allungo il passo quando la striscia si fa discontinua per restare in equilibrio sopra l'abisso, un frammento dopo l'altro. I segmenti slabbrati sono monticelli di coca da cancellare con una sniffata. Si diventa iperattivi o socievoli o aggressivi, prima dell'epistassi inevitabile. Ricordo la scena di Pulp Fiction in cui Uma collassa e John le  fa un'iniezione di adrenalina dentro un puntino segnato sul cuore con un pennarello.

Niente da fare, la linea bianca mi riporta inesorabilmente indietro. Quando apro il cancello, Cassy è sul terrazzo con il rigattiere albanese, che ha portato in regalo un'inquietante sedia da barbiere anni Cinquanta che, piegata e piena di polvere, rievoca certe rasature definitive alla Sweeney Todd. Mangiano mini-susine gialle, brindano a spuma – altro residuato post-bellico che solo qui resiste alle evoluzioni del mercato – e lui sta riportando gli ultimi aggiornamenti dal bollettino dei necrologi: «Comunque la signora che viveva nel Condominio non è morta» Dei sessanta abitanti di Bottomburg, sessantuno hanno già passato i cent'anni e la lista dei decessi è diventata la principale fonte di gossip sulle panchine dei giardinetti – per il resto infestati da cani, tossici e bambini in proporzione variabile.

Poco prima avevo visto la vecchia in questione affacciarsi al balcone per controllare l'andirivieni sul marciapiede che considera suo dominio personale. Sembrava la Calavera  Catrina, ma con un'aria decisamente meno simpatica.
Saluto con un cenno apatico per evitare di essere coinvolta nella conversazione, mi infilo in sala e cerco  una connessione ballerina. L'etere vibra, provando a ribellarsi. Inserisco i numeri d'accesso e la chiavetta lampeggia con uno sforzo ubbidiente.
La realtà scorre anche senza di me. In un centro sociale stasera suona un gruppo giapponese. Stringo i denti e cancello la notifica.
“Dietro al dolore c'è sempre altro dolore”.
La mia tazza è rimasta sul tavolo. Vado in cucina e aggiungo dell'acqua calda direttamente del rubinetto ignorando gli organismi mitocondriali che scendono nelle tubature – tanto verranno sterilizzati dalle microonde. Per un attimo provo a visualizzare come sarebbe essere uccisi da un bombardamento di radiazioni che scindono e surriscaldano ogni molecola. Le ditte americane raccomandano di non mettere i propri animali domestici dentro gli elettrodomestici ma, finché non apri lo sportello, il gatto è sia vivo che morto ...  


La vita ha un sapore diluito e sporco che bisogna trangugiare in un sorso. Per non avvelenarsi. 
http://youtu.be/Au0OUrhn-x8
http://youtu.be/jMfKZOBo74w

martedì 13 maggio 2014

TAMING ALISSA


 
«Ehi, è pronto!» Controvoglia chiudo il computer e spengo la luce, pronta per l'ennesima dose di prediche.

Ieri Cassy - nelle vesti amare di D – ha scoperto uno dei miei imbrogli numerici e ora mi sta col fiato sul collo (a questo punto è come quando in clinica ti metti in fila per la pasticca). Non sarà piacevole.

Faccio una smorfia. “Perché mi ha chiamato se la cucina odora ancora di cane bagnato e sul tavolo regna il caos di Sodoma e Gomorra?”

 

In realtà Cassy sta cercando espedienti per risvegliare il mio scarso interesse. Due giorni fa è riuscita persino a strapparmi una risata «Ti servono delle magliette brutte per stare in casa?» Dispiega una t-shirt bianca con la scritta “La storia di Francesco” sopra a un disegno simil-cubista «Adesso sembra una maglietta del papa!»

 

Il nuovo obiettivo è analizzare l'intricatissimo orario delle corriere che scendono “in città”.  Accompagnarmi in macchina la ferisce con tutto il peso di ciò che lei non è più ma andare da sola mi conferma l'incredibile solitudine che mi porto dietro.

Sospiro.

La prima tappa sarà la stazione: devo comprare un biglietto per andare a trovare mio fratello Sam (anche se penso che rovinare i suoi pomeriggi di fancazzismo vacanziero una volta l'anno non sia sufficiente a definire il mio ruolo di sorella maggiore).

Il parallelepipedo dell'edificio nuovo ha un che di pretenzioso e ridicolo, coi due binari piazzati sul fondo dei tapis roullant perennemente rotti, ma per oggi mi fermo nell'atrio semi-vuoto e aspetto il mio turno dietro a due tedeschi in tenuta balneare.

Il supermercato sarà la seconda meta, tanto per rimpinguare scorte e varietà di cui mi vergogno (e che è meglio non specificare). Passando tra gli scaffali stipati di merce multicolore scelgo anche un succo di frutta e un pacchettino di biscotti da offrire nel caso il tuttofare albanese torni con la sua splendida bambina di due-barra-tre anni. Giovedì è passato prima di andare allo spettacolo dei burattini nel campo sportivo polivalente. La piccola ha i capelli color miele, due occhi enormi da Bambi e un vestitino azzurro ... Potrebbe essere Alice prima d'incontrare il Bianconiglio, prima che suo padre la dichiari pazza e tenti di rinchiuderla. L'ho guardata muovere timidamente la manina per salutarmi e sono tornata per un secondo umana, con il vago desiderio di sentirla parlare. O di farla sorridere ....

Dunque l'idea è di comprare una merenda per addomesticare la mia volpe, ma il panorama di curve che si snoda giù per la collina mi colpisce come un insulto, con un cobalto screziato di bianco tanto bello che meriterebbe di essere in un quadro impressionista (o almeno in una buona riproduzione) e invece mi sta davanti, troppo reale perché io possa raggiungerlo.

Mi siedo sull'autobus sforzandomi di concentrarmi su qualcos'altro. Alzo al massimo il volume della musica per annullare le conversazioni di due ragazzini ma uno di loro mi tocca su una spalla «Sorridi, che la vita è bella!» Il tono, come sempre è beffardo. Non rispondo, non reagisco. Sono una statua di pietra. “Sarà bella la tua, di vita, stupido truzzetto di periferia con il cappellino rigido. Ti sentirai momentaneamente appagato ora che puoi titillare il nuovissimo modello di I-Phone”.

“E comunque, io sono sprofondata tante di quelle volte che  per uccidermi non basterà di certo la tua battutina appesa a un filo di ragno”. Aumento ancora i decibel e provo a immaginare il mio cervello che esplode  tappezzando l'abitacolo di materia grigia (solo che non è grigia. È verde smeraldo. Perché sono un'aliena).

Al ritorno, sulla piazza del paese, mi ricordo della lezione degli irriducibili punk scozzesi. Se un insetto ti molesta, ti giri con un movimento abbastanza fluido del polso e gli molli una catenata dritta sul naso. Per questo, alle 19.09 ora locale entro dal ferramenta e chiedo cinquanta centesimi di anelli ferrati da serrarmi intorno al collo con un'opportuna spilla da balia. Il commesso, ovviamente, non capisce. «Vieni giù che ti faccio vedere» Armato di tenaglie, mi porta in un capannone sotto il livello della strada (non nascondo che la situazione ha dei risvolti inquietanti).  «Attenta al ... » Cammino su di una pozza di cemento scuro e uniforme. Mi guardo indietro: forse ho lasciato l'impronta come una star del Walk o' Fame? No, non ci sono tracce. Evidentemente non sono destinata a restare nella memoria distorta dei poster(i).

 

Come previsto D ha smesso di parlarmi (stiamo facendo il gioco del silenzio per vedere se così riusciamo a respirare senza sbranarci) e l'atmosfera è pesante – come a dire “Per quanto ti ribelli, saremo sempre prigioniere, ma chi è il carnefice e chi la vittima?”. Invece d'informarsi sulle novità del mondo esterno (che mi disturba), lei si limita a incurvarsi sulle sue piante, con una tetta che le penzola fuori dal costume giallo. Ecco un'altra mirabile barriera per tenermi a distanza ... Un giorno o l'altro potrei lanciare un aeroplanino acceso tra le foglie.   

http://youtu.be/xGQ6dCUSfHc

venerdì 11 aprile 2014

COME LA FRONTE DI UN GATTO ABBANDONATO


Alla bottega non c'è mai ciò che mi serve: lo yogurt è puntualmente troppo grasso (con le cifre scritte in rosso), le verdure superano il numero di calorie consentito e persino il pesce sembra migrato altrove, lontano dai banchi che espongono prezzi da orefice alimentare.
Il mio mutismo immusonito condito di sarcasmo rassegnato indica che lo scontro con D è rientrato  nei ranghi del quieto vivere. Ovvero mi guardo intorno e so di dover accettare la condanna proprio perché sono rinchiusa nel ruolo della prigioniera (che non può esistere senza un carceriere). Impossibile scappare dal piccolo mondo ammuffito delle chiacchiere vuote, popolato da comparse in grembiule e gambaletti che sembrano maschere di cera sciolta, donne che sono diventate decrepite senza conoscere nulla.
Non importa che Janis oggi parta per il Messico e che Malva  Marina si  svegli urlandomi nella testa, come colpita da un insulto (“Chi non ne ha il diritto vedrà luoghi che dovrebbero essere miei!”).
E io?

La madrina di D, dentro una scatola verde motorizzata si ferma per darci il benvenuto nei pettegolezzi della strada, in un posto dove esistono ancora le “madrine” e gente che se ne ricorda: «Siete arrivate tardi quest'anno» guarda il cielo striato di nuvole «Beh, forse farete in tempo ad andare in spiaggia». Vorrei ribattere che sono a due passi dal mare ma non potrò raggiungerlo perché il mio corpo mi rigetta. La pancia si gonfia e la pelle si riempie di macchie – di certo amerei i palloni se solo servissero a volare!
Qualcuno mi giudica lanciando sentenze come sassi senza peccato, ma nessuno di loro ha provato un nanosecondo di questo dolore che si autoalimenta dall'interno, con il bruciore dei fiori che sbocciano sui polsi. Non ho portato il mio kit di giardinaggio cutaneo e quindi vado fino alla farmacia: «Vorrei dei cerotti e una benda» «Per farci cosa?» Cerco una locuzione neutrale «... per le escoriazioni ...» e reprimo l'impulso di dire: «Per cancellare ciò che sono, per possedere ciò che non posso avere» ma la commessa in camice bianco ha il tono sollecito di una madre-medico – quella che ho dimenticato e non quella ricordo troppo spesso – e così aggiungo, per continuare il gioco del “curiamo la bambola ferita”, «Mi dia anche un disinfettante, ché ora ci sto buttando sopra l'alcol per pavimenti ma forse non è indicato» Lei reagisce con un sorriso scandalizzato alla mia ingenuità, come la responsabile del pronto soccorso in un telefilm americano.

Sembra che non c'entri ma ho sognato che K era tornato ed era sul palco, ancora ragazzino,  per un  nuovo concerto. “Ma sarà veramente lui? Sì, altrimenti David e Krist  se ne sarebbero accorti” Se fosse stato un impostore l'avrebbero cacciato e invece sono lì a sudare con lui (uno scrittore si chiedeva da qualche parte se un sostituto si può trasformare nella cosa vera).
Sembra che non c'entri ma tra il pubblico c'è la Vedova, che tutti chiamano così non per il lutto ma per semplice titolo legale. Ha i capelli neri senza l'ossigeno platinato che cicatrizza anche i tagli profondi e gli occhi chiari di prima che suo padre le regalasse acidi per colazione. Così al naturale potrebbe addirittura essere una mamma, sempre un po' eccessiva, burrosa e avvolgente; una moglie che promette più sesso che affetto. La bambina è ancora piccola, sistemata su uno dei seggiolini di plastica della tribuna. Muove le manine a tempo e ha ancora tutto il futuro davanti.
Sembra che non c'entri ...

Mi alzo che è già quasi-sera – “Qui non c'è nulla per cui valga la pena stare sveglia”  – e Cassy prova a offrirmi un ramoscello di pace truccato da gita turistica: «Ti va di scendere in città?» Ai piedi della collina, sotto i terrazzamenti che toccano il mare c'è una crocchia di vie affollate di fantasmi che solo l'occhio rosso della nostalgia può scorgere dietro ai profili degli hotel a cento stelle, sul lungomare degli yacht. In centro ci sono mille gelaterie, boutique semi-vuote, una libreria che vende solo gialli della domenica e un negozio di prodotti biologici. Entriamo ma il lumicino della speranza si spegne subito contro la voce fredda della proprietaria freak «No, abbiamo solo questo tipo di salsa di soia ... No, l'acqua di cocco è finita ... no, ...» Eccomi di nuovo di fronte a un mondo di cose che non posso avvicinare. Cassy si siede spiandomi con commiserazione; sono così arrabbiata e delusa che pesterei i piedi.

Sul porto un gruppo di rock occitano fa le prove per la serata.  


http://youtu.be/5BE1KRj5iiM
http://youtu.be/1-GvSHRO_yE



martedì 1 aprile 2014

LAST EXILE


Dalla finestra, sale il fumo alla diossina di un barbecue estivo (l’odore delle streghe di Salem, l’odore di una pira funebre)

Siamo reduci dall’ennesimo scontro sulle mie necessità numeriche.
Lei non vuole capire l’abisso e il rigetto;
le occhiaie pesanti e la volontà di andare almeno una volta al mare,
a vedere le onde increspate di sale bianco e la spiaggia punteggiata di conchiglie bianche – così aguzze da somigliare a una punizione per tutti questi peccati.
Da sola, lascio sbocciare nuovi fiori sotto la selva dei miei braccialetti di plastica; provo a immaginare un occhio cremisi che si apre  quando camminano a piedi nudi su quei gusci morti – frammenti di stelle rosse, già esplose negli eoni passati.
A luce spenta, fisso la fluorescenza dello schermo.
Devo preparare i bagagli per l’esilio sull’eremo, trasformandomi in un anacoreta tra i fiori. Cosa si sceglie di portare per isolarsi completamente dal mondo, dopo che ti sei illuso di poter cambiare le cose e hai visto il tuo fallimento fiammeggiare come Venere al di sopra delle foglie di una palma alta due tre metri? Cos’ha preso con sé Napoleone per il suo ultimo viaggio a Sant’Elena – da vincitore sconfitto? (sospetto che abbia dimenticato la crema solare). Somiglia al gioco “Cosa porteresti sull’isola deserta?” … forse un apparecchio che limiti l’azione dei campi magnetici, per evitare gli sbalzi temporali. Dovrebbe essere un diapason che imita il canto demoniaco delle sirene, ma mi crederebbero pazza se parlassi apertamente di Neverland e dicessi a tutti di aver perso la mia ombra, di essere diventata la mia ombra.
Meglio cercare gli ultimi video e i film da guardare; impilare i libri ancora da recensire; piegare alla rinfusa i vestiti neri, le magliette viola (Per partire metterò i pantaloni rosa).
Voglio finire di scrivere il diario degli ultimi giorni, prima che il tempo si arrugginisca sui suoi assi. Affiderò la mia biografia alle pagine virtuali del blog, in modo che Scarlet faccia sentire la sua voce anche fuori da queste quattro mura. Ogni volta che qualcuno visualizzerà un brano, (anche senza capirlo, o interpretandolo con le sue chiavi personali), io sarò un po’ meno scissa, almeno per qualche minuto.
Confusa
Ascolto gli sferraglianti assolo di chitarra di un ragazzino dagli occhi azzurri – due laghi in fiamme.
Penso: “Quel che c’è, c’è. Se mi manca posso sempre comprarlo.
Posso sempre rubarlo”
In fondo le ultime sentenze della politica confermano che, se paghi un tot, poi hai diritto a una specie di buono. Puoi dire: “Dato che ho comprato già dieci t-shirt, posso averne una omaggio”. È così che funziona, almeno pare.
Per cui devo solo stare attenta a quanti film caricare per due / (barra) tre settimane, quante puntate dell’ultima serie medica, quante righe riuscirò ad assimilare.
Ciò che mi spaventa di più è quello che non potrò fare per un periodo che mi sembra immenso come un deserto di sale. Ho chiamato un po’ di amici per vederli “un’ultima volta prima di andar via”; da giorni preparo i menù calcolando che in paese non troverò più tutti gli ingredienti per le mie feste di magro (ma ci sarà sempre qualcuno che avrà un appiglio per commentare: «In fin dei conti mangia», svelando in un colpo solo tutte le bugie che ho raccontato per funzionare e sopravvivere).
«Vado giù a portare la roba» Cassy lancia a mezz’aria una frase generica, tanto per farmi capire che la sua amarezza è rientrata nei ranghi. E sembra il giornalista rassegnato dell’ultimo romanzo che ho letto, tanto assuefatto alla censura da aver narcotizzato le sue stesse opinioni.
Per calmarmi – per asciugare le lacrime che minacciavano di farmi affogare – mi ha mostrato i manuali sui quali ha studiato le tabelle, modulando le regole da infliggermi non sapendo che lo specchio – il pozzo nero in cui mi specchio – non accetta la razionalità delle sue norme.
Ha abbandonato lì una scusa qualsiasi e se n’è andata senza sospettare che avrei voluto che mi accompagnasse per strada, in un bar, a bere un bicchiere d’acqua ghiacciata perché nella Capitale dello Stato – dov’era in vigore la moratoria – eravamo state bene, finalmente quasi serene, in una libreria in cui servivamo tè freddo ibernato al momento. E non c’era bisogno di nascondersi – non troppo – nemmeno davanti al Mago e alle sue donne. Forse perché a lui piacevo come una bambina con strani interessi da adulta …

Ora mi sento stanca.
Sgranchisco i crampi alle braccia, le ossa tese e piegate sui tasti del computer;
mi alzo ammassando oggetti d riordinare per rivedere il ripiano della scrivania prima di decidere cosa escludere dal conto delle attività possibili.

Passerò qualche giorno con mio fratello Sam, farò gite fuoriporta contro il cielo verde della campagna, potrei addirittura varcare il confine, se davvero Jane salirà sul treno per la Francia. Là sulla costa dei nostri cugini dal giglio dorato, hanno più prodotti asiatici di quanti noi ne potremmo mai immaginare:  scaffali interi nel settore narrativa, plotoni di fumetti come legioni di samurai corazzati, file di abiti pieni di volant … e io devo ancora trovare l’abito per la cerimonia di nozze di un’amica. Da mesi giro intorno ai diversi modelli disponibili ma non clicco mai sull’icona del carrello: per scrupoli finanziari o per il gusto aspro dell’attimo sfuggente. Desidero pizzi rosa da principessa, sbuffi e fiocchi, magari addirittura un piccolo cappellino a cilindro fissato su un cerchietto color confetto e calze bianche con un nastro di passamaneria. Mentre la coppia si presenterà all’altare in infradito e jeans, io sogno per me – quasi fossi io la sposa – farfalle che si alzano in volo al mio passaggio e un campo di grano percorso dal vento, come in quadro di Andrew Wyeth   
http://youtu.be/ikGco5URbNc

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