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domenica 14 luglio 2013

ANA PAULA RIBEIRO TAVARES


Considerata un’esponente di spicco della “Generazione dell’Indipendenza”, è nata nel 1953 a Lubango, nell’Angola meridionale. Ha studiato Storia e poi Letterature Africane nelle università di Luanda e Lisbona. Ha pubblicato quattro volumi di poesie (Ritos de Passagem; O Lago da Lua; Diz-me coisas amargas como frutos ed Ex-votos), una raccolta di cronache, pensate inizialmente per essere lette nel corso di un programma radiofonico (O sangue da buganvília), e un romanzo (A cabeça de Salomé).

 

Da: RITOS DE PASSAGEM

 

Il mio amato arriva e mentre si toglie i sandali di cuoio

Segna col suo profumo i limiti della mia stanza.

Libera la mano e barche mi crea senza meta sul corpo.

Pianta alberi di linfa e foglie.

Si addormenta sopra alla stanchezza

Cullato da un moto breve della speranza.

Mi porta arance. Con me spartisce gli intervalli della vita.

Poi se ne va.

[…]

Lascia perduti come un sogno i suoi bei sandali di cuoio.

Non conosco niente del paese del mio amato.

Non so se piove né sento l’odore delle arance

 

Gli ho aperto le porte del mio paese senza fare domande

Non so quale stagione fosse

Il mio cuore è grande e aveva fretta

Non gli ho parlato del paese, dei raccolti né della siccità

Ho lasciato che bevesse del mio paese il vino il miele la carezza

Gli ho popolato i sogni di ali, piante e desiderio

Il mio amato non mi ha detto niente del suo paese

 

Strano paese dev’essere

Il paese del mio amato

Poiché non conosco nessuno che non sappia

Il momento del raccolto

Il canto degli uccelli

Il sapore della terra al mattino di buonora

 

Niente mi ha detto il mio amato

È arrivato

Vive nel mio paese non so quanto a lungo

        Curioso, lui ci sta bene

E se ne va.

Torna con l’odore di un paese differente

Torna con i passi di chi non conosce la premura.
  
 
   (trad. A. Aletti) [Antologia della poesia pt e br, Gruppo editoriale L'Espresso, 2004, p. 825]

 

lunedì 27 maggio 2013

ÓSCAR HAHN


S’infilano allora le ragazze in giardino, / piene di pioggia.


Sono stato tutta la notte in piedi davanti alla tua porta / aspettando che uscissero i tuoi sogni.

E mi volano via le linee dalla mano / Le mani dal mio corpo.

E sono l’annuncio pubblicitario di me stesso / che annuncia un bel niente.

La pioggia entra dai buchi della mia memoria.

Tutte le ossa dicono patiscono accusano

Innalzano torri contro l’oblio […] L’osso è un eroe della resistenza.

Come ho fatto / io perso, senza bussola naufragato / ad arrivare in porto con le vele rotte?

E una voce dirà: Non lo sai? / Lo stesso vento che ruppe le tue navi /fa sollevare in volo i gabbiani.

Come i personaggi di Pessoa / siamo anime senza corpo.

E non so nemmeno se ci sarà un monumento / alla memoria di quel nostro amore://nient’altro che un terreno vuoto / e una nuvola di polvere.

Forse l’amore non è nient’altro che questo // una donna o un uomo che scendono da un vagone / in una qualsiasi stazione del metrò // che risplende per qualche secondo/ e si perde nella notte senza nome.

MODI DI TORNARE A CASA Alejandro Zambra



Esistono momenti nei quali non possiamo, non vogliamo perderci.


Leggere è coprirsi la faccia. E scrivere è mostrarla.

Silenzio bello e riparatore.

Innamorati del fallimento, le ferite erano trofei.

I genitori abbandonano i figli. I figli restano o se ne vanno, ma comunque se ne vanno. È tutto ingiusto, soprattutto il rumore delle frasi, perché il linguaggio ci piace e ci confonde. Perché infondo vorremmo cantare o almeno fischiettare una melodia.

Avevo scoperto un mondo nuovo. Un mondo che non mi piaceva, però era nuovo.

È meglio non essere il personaggio di nessuno. È meglio non comparire in nessun libro. [...] Io ho già preso la decisione di non proteggermi.

Quando scriviamo ci comportiamo come figli unici. Come se fossimo sempre stati soli.

Ho sempre pensato che non possedevo veri ricordi d’infanzia, che la mia storia stava tutta in poche righe.

…. Ascoltare musica, o non ascoltare niente, perché a volte restavo a lungo in silenzio come se apprettassi qualcosa, come se aspettassi qualcuno.

… Una spia che non sapeva bene che cosa voleva trovare. [ …] In quel periodo la gente cercava persone, cercava i corpi di persone che erano scomparse.

… I gesti che faceva, addentrandosi senza paura nel passato. Mi piacerebbe che qualcun altro scrivesse questo libro.

Imparare a scrivere la propria storia come se non facesse male. Questo ha significato per Claudia crescere: imparare a raccontare la propria storia con precisione, con crudezza.

Ximena aveva la faccia di chi aveva sofferto non un giorno o una settimana, ma tutta la vita.

Per quanto vogliamo raccontare storie altrui, finiamo sempre per raccontare la nostra.

È bizzarro, è stupido pretendere un racconto schietto su chicchessia, perfino su se stessi. Ma è necessario.

Scrivendo puliamo tutto, come se in questo modo andassimo da qualche parte.

Mi piace come si muove per la casa. Occupa lo spazio come se lo esplorasse.

Crede che a nessuno faccia bene tanta vicinanza con il passato. Che il passato non smetta mai di fare male, ma che possiamo aiutarlo a trovare un luogo diverso […] … Convivevamo con il dolore. […] Abbiamo sofferto e non dimenticheremo mai quel dolore, ma non possiamo neppure dimenticare il dolore degli altri.

Li costringevo a ricordare e poi mi ripetevo quei ricordi come se mi appartenessero. In un modo terribile e segreto, lei cercava il suo posto in quella storia.

Non domandiamo per sapere, domandiamo per riempire un vuoto.

Voglio farle desiderare una vita qui. Voglio intrappolarla di nuovo nel mondo da cui è fuggita. Voglio farle credere che è fuggita, che ha forzato la sua storia per perdersi nelle convenzioni di una vita comoda e ipoteticamente felice. Voglio farle odiare quel futuro placido nel Vermont.

Per un po’ restiamo lì, come malinconici prigionieri che accarezzano le sbarre.

Ha imparato fin da piccolo che nessuno ci avrebbe salvati.

Sento che nel mio linguaggio ci sono echi, ci sono vuoti.

Dedichiamo i giorni a ripassare un lungo elenco che enumera ciò che allora, da bambini, non conoscevamo. Ci crediamo innocenti, ci crediamo colpevoli, non lo sappiamo.

A volte abbiamo bisogno di vestirci con gli abiti dei nostri genitori e guardarci a lungo allo specchio.

Da anni ho scoperto che volevo una vita normale. Che volevo soprattutto stare tranquilla. Voglio una vita tranquilla, semplice. Una vita con passeggiate nel parco.

C’è dolore ma anche felicità nell’abbandonare un libro.

Eravamo stanchi di aspettare che qualcuno scrivesse il libro che volevamo leggere.

Ho creduto che cominciasse il momento dell’attesa in cui è possibile parlare solo dell’attesa.

Ora capiamo. Ma sappiamo poco. Sappiamo meno di prima.

Dovrei imparare a parlare al passato anche di me stesso. Ricordare le immagini nella loro pienezza.





venerdì 24 maggio 2013

LA MACELLERIA DEGLI AMANTI Gaetaño Bolán


Il bambino aveva il cuore puro e guardava la notte. Nessuno avrebbe saputo dire se fosse triste, allegro o semplicemente assopito. Era lì, posato nella massa del suo corpicino, come assorbito dal crepuscolo. Sempre, sondava il grande nero dell’anima, dove passano le comete. Ma lui, delle comete e dell’anima, e della sua nobiltà o volgarità, non sapeva niente. Conosceva solamente l’ombra, la tranquilla oscurità che lo avvolgeva, le feroci tenebre che lo mangiavano.



Nel cielo le nuvole somigliavano a grosse pecore nere. Sembravano bestie impazzite che strappavano l’azzurro ruotando su se stesse.



Ormai avrebbe dovuto essere forte come il macellaio Juan per affrontare il mondo e le sue chimere



Scomparsi i compagni del Partito. Scomparsi quelli che preferivano il rosso al nero. Scomparsi i compagni di lutto. Scomparsi i bandoneón che facevano ondeggiare la melodia di un domani. Scomparsi i manifesti. Scomparse le coscienze di uomini e donne che avrebbero preferito tagliarsi la gola piuttosto che cedere all’oppressore. Scomparse le poesie che accarezzavano la morte per scongiurarla meglio. Scomparsi i lenti ritornelli della Cvetaeva. Scomparsi il lirismo e la luna. Scomparsi il twist e il tango. Scomparsi i giorni febbrili, gioiosi e ardenti, i giorni delle insondabili speranze. Scomparsa Dolores

sabato 9 marzo 2013

DANNAZIONE Chuck Palahniuk



Mi sa che la cosa peggiore che mi hanno insegnato è stata sperare (p. 25)


Mi aiuti a superare la dipendenza dalla speranza (27) / Sono speranza-dipendente (42). / È la sindrome di Pollyanna e il mio è un lunghissimo caso di bicchiere mezzo pieno (118)

Per dirla in termini tecnici, il tempo all’inferno non è composto da giorni e notti, ma da un’eterna penombra sottolineata dal bagliore arancione delle fiamme e dal fluttuare di nuvole di vapore bianche e nuvole di vapore nere (28)

Non è giusto, no, ma quello che per un uomo è un dio, per un altro è un diavolo → Ogni dio destituito veniva relegato all’inferno (pp. 36-37)

Perfino se quell’Ahriman tornasse qui per farmi a pezzi e divorarmi sarebbe meglio che non essere considerata per niente (39)

[…] Qualcuno che è finito all’inferno per aver pregato il dio sbagliato (p. 41)

La spilla da balia che ha nella guancia si muove, riflettendo l’arancione delle fiamme (42)

La strada per l’inferno è lastricata di trovate pubblicitarie (51)

L’Ade era un posto dove sia i corrotti sia gli innocenti andavano a dimenticare i peccati e i residui dell’ego [ …] L’inferno concepito come clinica di disintossicazione, una sorta di ospedale dove andare a curarsi dalla dipendenza dalla vita (51).

È evidente che tutto questo panico contiene un elemento ludico (p. 61)

La voce (di Goran) profonda come una sirena da nebbia (67).

G pareva vivere in un suo perenne isolamento , sottratto al mondo da chissà quale orribile vicenda di difficoltà e privazioni, e io per questo lo invidiavo (67).

Devi fare un enorme sforzo per stabilire se sei destinata a essere o a non essere (73)

Per quanto mi alletti la prospettiva di una gotica, fantasmatica immortalità, attacco a urlare (74)

Tutti quanti sembriamo un po’ misteriosi e assurdi al nostro prossimo (74) / Tuta questa affinità che sento con Goran è dovuta al fatto che a lui non è stato concesso di avere un’infanzia e alla sottoscritta è stato assoluto divieto di invecchiare (118).

Guardai quella me smarrita / Guardai quella strana ragazza abbandonare la rugosa mappa formata dalla sua linea della vita, da quella dell’amore e da quella del cuore (75) / Quelle linee della vita e dell’amore non sono semplicemente interrotte, ma svanite (126)

Inferno = una delle più grandi aziende della storia. Il suo marchio è ormai sinonimo di tormento e sofferenza (83)

[Madison] di se stessa vi dirà qualsiasi cosa. Tranne la verità (83)

Non è giusto, no, ma a quanto pare l’unico essere immortale autorizzato a flirtare con gli esseri umani è Dio stesso (85)

Per gli psicologi junghiani, una stanza completamente bianca è la più calzante rappresentazione della morte (90).

Quartier generale = facciata incompiuta e al tempo stesso già in rovina (91) / macerie di vita insettiforme (92).

Se una qualche percezione avevano della morte, era solo nei suoi espressioni più superficiali come le rughe nelle persone anziane e prossime alla loro scadenza naturale (93)

Se una persona non praticava un’attenta cura del proprio aspetto, prima o poi la vita s’interrompeva (93)

Le persone dimostrano la loro santità con le buone azioni o con la profondità della fede? La gente va in paradiso perché si comporta bene o perché è predestinata … perché è intrinsecamente buona? (97)

Dio è un coglione razzista, omofobo e antisemita, oppure mi sta mettendo alla prova per scoprire se lo sono io? (98)

Non posso far altro che starmene seduta qui a tradire i miei genitori, a tradire il mio sesso e le mie convinzioni politiche, a tradire tutto ciò che sono per raccontare a un demone annoiato che ciò che spero di ottenere è il giusto mix di bla bla bla (99)

La maggior parte della gente fa figli non appena l’entusiasmo per la vita comincia a scemare (106) / Riprodursi è una specie di richiamino d’amore per la vita

Se i vivi sono perseguitati dal ricordo dei morti, allora i morti sono perseguitati da quello dei propri errori (106)

Quadretto impressionistico di morte vissuta (108)

O fai qualcosa di triviale ma dandoti molta importanza, oppure puoi fare qualcosa di serio in modo molto triviale (109)

Bisogna stabilire il proprio ritmo di sé, senza dimenticarsi – ogni tanto – di rallentare (111)

Da bambino sei realmente convinto che crescere sarà la soluzione a tutti i problemi (112)

Il problema è che i figli difficili non si possono salvare per sempre (112) / Niente e nessuno è al sicuro per sempre (112)

Il più delle volte, a leggere ci si sente esattamente come se si fosse morti (115) / Jane è soltanto inchiostro stampato su una pagina, eppure è realmente, realmente convinta di essere una persona in carne e ossa (116)

Giuro, la smetto di cercare di smettere (118)

La lucidità di un bambino consapevole che nessuno mai verrà in suo aiuto (126)

Gli eccessi comportamentali non si risolvono come per magia (128)

È così che l’inferno piega le persone: permettendo loro di dare sfogo ai propri difetti in modo sempre più esasperato, diventando feroci caricature di se stesse (129)

È incredibile come diventi sicura di te stessa, se non hai più niente da perdere (131)

Danno vita a un tableau vivant di elegante bellezza. Entrambi così splendidamente pronti per un’inquadratura a due, che non resisto alla tentazione di incasinargli un po’ lo zen (134)

A dire la verità, non sono più nemmeno sicura di chi sono io (179)

Quando non sai cosa ti riserva il futuro, guarda con attenzione il passato (179)

La morte, proprio come la vita, è ciò che ciascuno decide di farne / Se l’inferno è soltanto perché siamo convinti che debba essere un paradiso (230)

sabato 2 marzo 2013

STORIA DI UN CORPO Daniel Pennac




Scrivendo le note a questo diario (per Lison), mi salta agli occhi tutto quello non ho annotato. Aspiravo a dire tutto, e ho detto così poco! A malapena ho sfiorato questo corpo che volevo descrivere (p. 332).


Violine sola di fronte a uno specchio di sofferenza (p. 92).

Datemi questa virgola e ne farò n punto esclamativo (p. 97)

Resistenza = corpo unico di combattimento in cui erano i pensieri a essere mobilitati. Nei negozi, la clientela è un corpo unico e le parole sono fisiche

Nei due anni in cui sono entrato nella danza macabra, il mondo ha avuto i nervi a fior di pelle al posto mio (p. 106).

Le guerre finiscono per tutti (109).

Andare a letto con una persona grassa è come fare l’amore con una nuvola (p. 121).

Ad attirarmi inizialmente è stata la grana della voce, la grazia un po’ brusca dei gesti, la lunga eleganza, il sorriso carnoso (120)

Decomposizione organica: vuol dire che l’anima puzza di merda? (124)

[L’escursionista caduto in una falesia] Per tutta la vita si è ricordato di questa perdita di speranza come dell’esperienza stessa della beatitudine (134)

Io non facevo altro che condurre accanto a lei la mia vita di bambino troppo giudizioso (p. 135).

Auto-divoramento delle pellicine interne del labbro come bucce di me stesso: ho il vago timore di aver raggiunto il limite del supplizio oltre il quale la carne così sollecitata si rifiuterà di cicatrizzarsi. Piccolo rituale isterico con una componente suicida (p. 136).

So che l’angoscia mi aspetta al varco all’uscita del sonno (p. 138) Il cuore si sottrae alla presa e sfugge all’angoscia; si rituffa nel sonno con l’agilità do un delfino, sonno che ha cambiato natura, o meglio consistenza, sonno diventato materia lucida di un benessere familiare (p.139).

La noia elevata al rango di metafisica (p. 142).

Il freddo mi è saltato addosso e mi è entrato dentro. L’inverno ci invade, l’estate ci assorbe (p. 142).

Stoicismo sognante dell’amico scimpanzé (p.144).

L’invecchiamento è un fenomeno di ossidazione generalizzata. Noi arrugginiamo (p.143).

Piccione morto = Pura fantasia di inquinamento visivo! C’è qualcosa di particolarmente infettivo nell’immagine di un uccello morto. La prefigurazione di una pandemia (p. 148).

Il disegno, nei bambini, è un linguaggio in espansione. L’apprendimento della scrittura avrà la meglio su questa vastità (p. 149).

Il mio corpo non danza, ma il cuore invece sì (p. 154).

Resto ogni volta stupito dalla densità di quei piccoli corpi [dei bambini], come se maneggiassi energia allo stato puro, tutta l’energia di due esistenze a venire fantasticamente racchiusa in quella carne infantile così compatta, sotto quella pelle così delicata (p.156). / A quale divinità muta appartiene lo sguardo che i neonati posano su di te senza battere ciglio? Su cosa si affacciano quegli occhi con la pupilla così nera, con l’iride così fissa? (p. 210). / Lison (incinta) partecipa alle conversazioni con una gioia di vivere che mi sembra amplificata da una forza a lei estranea. “il volto della donna muta. È come dominata dal futuro che uscirà da lei, e già non è più se stessa” (citazione dal Dottor Zivago) (p. 216).

Giorno dopo giorno, il mondo sarà più pesante di quel che è. Allora l’angoscia si insinuerà nella mia stanchezza e non sarà più il mondo a sembrarmi troppo pesante, ma io stesso in seno al mondo, un Io impotente, vano e bugiardo ecco cosa mormorerà l’angoscia all’orecchio della mia coscienza esausta (p. 172).

Un puro stato nervoso dalle conseguenze fisiche immediate e i pensieri corti come il fiato. Impossibile concentrarsi, dispersione assoluta, accenni di gesti, accenni di frasi, accenni di riflessioni, niente arriva fino in fondo, tutto rimbalza verso l’interno, l’ansia rimanda sempre al cuore dell’ansia (p. 173).

Non mi agito, mi spengo / Ogni quattro ore mi isolo per sanguinare in pace / A ogni emorragia segue un’insopprimibile tristezza. Come se la malinconia riempisse lo spazio lasciato libero dal sangue perso. Mi sento assalito dalla morte (p. 176).

Angiomi rubino (p. 184).

Maggio 1968. La piazza sta forse scrivendo il diario del corpo? (p.184)

D’inverno vestirmi significa trovare l’equilibrio tra la temperatura esterna e quella dei vari “fuori” (p. 186).

Portiamo in giro il volto come una radioscopia dell’anima (p. 188).

Ogni risveglio è per me una promessa di addormentamento. Tra un sonno e l’atro, fluttuo (p. 191).

È la felicità del corpo a fare la bellezza del paesaggio (p. 201).

Che mi sia restituita la mia durata! Che le mie cellule rallentino! (p. 202).

Ho sempre detestato lo sport inteso come religione del corpo. Il pugilato era per me una specie di danza ludica, un’arte della schivata.

L’uomo teme davvero solo per il proprio corpo (p. 218).

Villa neo-vittoriana di madame P. Prendere il tè sotto un albero cresciuto in mezzo a un campo da tennis in disuso = come trovarsi in un quadro di Magritte.

Per me il ruolo ha sempre avuto la meglio sull’ansia. In compenso i nostri cari , gli intimi, sono quelli che ci vanno di mezzo, proprio perché sono nostri, costitutivi di noi stessi, vittime sacrificali del moccioso che restiamo per tutta la vita (p. 229).

Che farò della mia ansia quando sarò in pensione? Chi combatterà i grovigli ontologici quando sarò privata di questa compagnia che mi è necessariamente indifferente? (pp. 230-231).

In fin dei conti, non ci dispiace affidare la nostra sorte ai capricci della meccanica (232-233).

Avrei dovuto tenere un diario delle mie dimenticanze (p. 237).

Sono un giroscopio: un asse malfermo intorno a cui gira il mondo (p. 243).

Sono quindi dotato di una “cultura delle vertigini” e, come ogni detentore di sapere, soggetto a interpretazioni erronee (p. 244).

Andare a vedere dall’altra parte di quella maledetta adolescenza se il cielo promette una schiarita (p. 245).

Solo la bocca sorrideva, di un sorriso involontario, una reminescenza di sorriso, come se ricordasse di aver sorriso un tempo (p. 245).

Tra il mondo e me, l’ostacolo del mio corpo (p. 250).

Signore e signori, moriamo perché abbiamo un corpo, ed è ogni volta l’estinzione di una cultura (p. 257).

La parola produceva un’impressione di vertigini e soffocamento. In fondo questo diario è stato un perenne esercizio di messa a fuoco (p. 258).

Non c’è comicità senza educazione (p. 260).

Alcune malattie, per il terrore che suscitano, hanno il il vantaggio di farci sopportare tutte le altre (p. 260).

Privo ormai del contatto con il mondo e con me stesso, cosa viva che non ricorda di aver vissuto (p. 261).

L’enigma si sfilaccia, diventa la materia stessa del sonno e mi assorbe / L’uccello che mi ha strappato alla lettura canta nel silenzio di questa ignoranza. Peraltro non è il suo canto che ascolto, bensì il silenzio stesso (p. 263).

Embolia polmonare (p. 267).

Com’e trasparente l’aria di Parigi! Parigi non riesce mai a puzzare davvero di benzina (p. 273).

Il malato fa i conti con la propria materia. Tutto ciò che abbiamo passato la vita a nascondere e a tacere è improvvisamente qui (p. 276).

Sono una clessidra (p. 277).

Viso giovane / viso anziano = un frutto sodo e un frutto vizzo (p. 279).

Dal “non posso più” al “non ho più voglia” c’è solo un passo. Ma quel passo bisogna compierlo a occhi chiusi. Ermeticamente. Se li apriamo anche solo di pochissimo , vediamo sotto i piedi l’insondabile abisso del non essere più (p. 282).

Questi piccoli portatori di piercing sono, nel senso letterale del termine, segnati da quest’epoca disincantata (p. 285).

Guardare il corpo nudo di Nazaré significa tuffarsi nella sua pelle di ciottolo bagnato (p. 287).

Ciò che provano i resuscitati, ora lo so, è l’avvento di questo corpo esultante, fusione di tutte le età (p. 289) / Mi sarà più dolce morire in veste di resuscitato (289).

Non complicarmi la morte (289)

Ho visto progredire la malattia e la devastazione della cura (289)

Grassoegrosso (290)

Trascinate dal vento, le sue ceneri si sono sparpagliate, raccolte, sparpagliate di nuovo, hanno virato su un ala per esplodere di nuovo (p. 291) [morte di Tijo].

Il più vecchio è quello più vicino all’uscita (p. 292)

Cinema = Illusione otticosonora (p. 296).

La nostra esistenza fisica, la passiamo a esplorare una foresta vergine che è già stata esplorata mille volte prima di noi (p. 298).

Duplice solitudine di omosessuale e di vedovo ufficioso (p. 300).

Non c’e nulla di suicida, solo una valutazione erronea del reale, come se avessi perso la misura del pericolo, qualsiasi timore e peraltro qualsiasi desiderio particolare, come se la mia coscienza avesse lasciato il corpo in balia dei capricci della vita (p. 301).

Dobbiamo prestare fede ai nostri risvegli (p. 302).

I nostri morti tessono per noi i ricordi . la materia del loro corpo – questa alterità assoluta – ecco cosa avevo perduto! (p. 309).

Mi lasciavo invadere dalle immagini (311)

Sono l’epicentro della sua ciclonica indifferenza (p. 312)

Se bisogna finire, che sia a tutta velocità, nel punto più duro della salita.

Quando hai tenuto per tutta la vita un diario del corpo, un’agonia non puoi certo negartela (317)

Non ho mai considerato il mio corpo come oggetto di curiosità scientifica, non ho mai cercato di decriptarlo sui libri. Gli ho sempre lasciato la libertà di sorprendermi (p. 319).

La nostra anima è nelle nostre ossa. Mi hanno strappato a me stesso e il dolore persiste (p. 320)

Siamo fino alla fine figli del nostro corpo. Figli disorientati (p. 325).

Accelerazione e rallentamento … Mi sento come una moneta che finisce di ruotare su se stessa. / Ogni lettera è un ascensione, ogni parola una montagna (p. 332).

Adesso, mio piccolo Dodo, è ora di morire. Non aver paura, ti faccio vedere come si fa (finale: p. 333).

mercoledì 23 gennaio 2013

SONNO PROFONDO (Banana Yoshimoto)




A dormire accanto a persone così stressate, regolando il mio respiro su quello del loro sonno, forse finisco per assorbire tutto il buio che hanno dentro (p. 22)


In quel momento ebbi l’impressione di cogliere tante cose nel colore dei suoi occhi, più cupi del mare, che sembravano guardare l’infinito (p. 25).

Ma anche nei momenti migliori, quando ero con lui, c’era sempre quella tristezza. Chissà perché quel senso d’inspiegabile malinconia non si staccava mai da me, come il pensiero di una luna che brilla lontano mentre m’immergo nel fondo della notte, una notte che mi tinge di blu fino alla punta delle dita (p. 30).

Quando stavo con lui, ero una donna muta (p. 30).

“Mi chiedo perché quando sono a letto con lui, ho questa sensazione d’inverno” (p. 30).→

In quel momento m’immaginavo tutte le cose dolci che forse sarebbero potute nascere tra noi, eppure, non so perché, le immagini che mi venivano erano tutte invernali. […] E in questo c’era già qualcosa di triste (p. 54).

“Almeno per il momento, tu per lui non sei nulla: sei un giudizio sospeso, il bottone premuto su PAUSA, una riserva, un optional (pp. 30-31).

Quella notte in casa di Shiori il silenzio era davvero assoluto. Era come stare dentro a una casa fatta di neve. Il tono lieve della voce di Shiori accentuava la tranquillità (p. 32).

“Chi, io?” […] La domanda parve ruotare sul pavimento debolmente illuminato dalle luci di fuori, e in un attimo il passato, il presente e tutti i miei ricordi si confusero. […] Per un istante tutti i miei ricordi prima di stare con lui, mi sembrarono cancellati (p. 38)

A dormire accanto a qualcuno, vicino fino a diventare la sua ombra, si può finire col riprodurre dentro di sé la sua anima, con l’assorbirne tutte le tenebre. Com’è successo a te che a furia di conoscere i sogni di tante persone, alla fine senza accorgertene eri arrivata a un punto in cui non potevi più tornare indietro, in una situazione così pesante da non aver altra scelta che morire (p. 39).

Il mio sogno […] era un’altra realtà che attirava in modo irresistibile chi la guardava e dove i colori, la prospettiva, le sensazioni erano più veri del vero (p. 42).

In quale lontano strato della notte dove si trovava sua moglie? E il luogo dov’è Shiori sarà in quelle vicinanze? È lì, dove le tenebre devono avere una densità inimmaginabile, che anch’io ogni tanto vago nel sonno? (p. 43).

Il mio nemico, evidentemente, sono io. / Nella mia coscienza che svaniva, ne ebbi la certezza. Il sonno assorbiva la mia forza vitale, soffocandomi dolcemente come una coltre di ovatta. Black-out (p. 45).

Aveva occhi che parevano guardare incredibilmente lontano, grandi e misteriosi (p. 47).

Essere solo una donna che dorme mi faceva così paura che tutto mi si oscurava davanti, ma mi sforzavo di non pensarci (p. 51-52).

Il cielo della sera, di un indaco intenso, sembrava non avere confini (p. 57).

Credo che la forza si stesse impercettibilmente rigenerando dentro di me. Anche se era stata solo una piccola onda, una piccola storia di resurrezione vissuta dal mio cuore provato dalla perdita di un’amica e dalla quotidiana stanchezza di vivere, mi fece pensare a quanto l’uomo sia fondamentalmente sano […] Nell’affrontare il buio che ognuno ha dentro di sé dopo una ferita profonda, distrutta dalla stanchezza, all’improvviso un’energia sconosciuta aveva cominciato a riemergere (p. 57).

Or volevo solo ritrovare un amore vivo, pieno di energia. […] Avrei voluto mettermi di fronte alle cose più disparate, tutte le miriadi di cose che sarebbero arrivate da quel momento in poi, per bloccarle, afferrarle al volo col mio corpo maldestro. […] Nel pensare così, tutto mi sembrò talmente perfetto che le lacrime cominciarono a salirmi pericolosamente agli occhi (p. 58).

Il mio stato d’animo era come una preghiera: “Che tutti i sonni del mondo possano essere pieni di pace” (p. 58).