martedì 19 aprile 2016

ZUKKOKE KNIGHT DON QUIJOTE E ALTRE RIELABORAZIONI GRAFICHE di DON QUIJOTE


Oggi parliamo di come Don Quijote è stato reinterpretato in sede grafica in diversi modi arrivando a interessare persino il Giappone, Paese nel quale ha riscosso un certo successo grazie a una concezione culturale dell’onore e dell’abnegazione verso l’imperatore che somiglia per certi versi a quella portata avanti nei romanzi cavallereschi. Inoltre è da notare come la situazione creatasi nel ‘600 in Giappone, con la dominazione Tokugawa, sia simile a quella della Spagna del Siglo de Oro con i samurai che, perduto il proprio posto nella società, vagavano nelle campagne in cerca di un padrone.

  “Zukkoke Knight Don Quijote” (“Don Quijote y los cuentos de La Mancha”) è un anime (cartone animato) del 1980 diretto da Kunihiro Yuyama.
 

Il protagonista è il cavaliere matto Don Quijote (zukkoke knight Don Quijote) che viaggia per la campagna spagnola insieme al suo fido scudiero Sancho e affronta mille pericoli, sempre cercando di conquistare l’amore della sua bella Dulcinea.

Nonostante l’impianto della trama appaia a grandi linee simile a quello originale, in realtà le differenze sono palesi fin dal primo episodio. Del libro di Cervantes restano intatti solo i personaggi e il loro gusto per l’avventura, ma non il significato profondamente filosofico che essa assumeva nel testo. Si perdono gli spunti dei capitoli ma se ne trovano altri che stranamente non compaiono nell’opera secentesca. Primo fra tutti spicca il tema del “malefico drago”, che compare come emblema nelle storie medievali europee. Nel primo episodio di questo anime ad esempio si conserva il famoso aneddoto del mulino a vento ma questo diventa un feroce dragone che minaccia la “principessa” Dulcinea. D’altra parte, nel libro “Chi ha paura dei draghi?” Chris Northrop e Jeff Stokeley[1] creano un moderno “Sir Pazzoide” che crede che la sua missione sia uccidere draghi e in questa strana avventura viene seguito dal giovane Wendell che si rifugia nella fantasia per sfuggire a una realtà difficile di emarginazione.


Perché questo spostamento tematico? È facile ricordare come i mostri nella cultura pop giapponese (kaijû) siano associati allo shock della distruzione subita durante la Seconda Guerra Mondiale, basti pensare a tutti i rifacimenti di Godzilla, la terribile bestia che attacca Tôkyô calpestando case e palazzi. Più semplice caratterizzare così il pericolo che non utilizzando i giganti, come invece avviene nel romanzo di Cervantes.
 
Solo recentemente i giganti sono entrati nell’immaginario collettivo grazie a un manga (con relativo anime) di grande successo: “L’attacco dei Giganti” scritto da Hajime Isayama (in Italia per Planet Manga Panini, in corso); ma qui l’impianto pare diverso: pur essendo creature spaventose che minacciano gli umani, i giganti rapprendano un’alterità ancora da indagare e sulla quale ci si pone delle domande. Chi è l’Altro? Esistono spiragli, briciole di differenza anche all’interno del nostro cuore?

 

Potrebbe essere uno slittamento relativista del focus cervantino, legato alla dicotomia interna tra buon senso comune e idealismo, ma questa visione più ampia era ancora al di là da venire nel 1980, all’epoca del primo boom degli anime giapponesi – la cosiddetta “prima invasione” – quando i prodotti di massa del Sol Levante conquistarono i mercati italiani ed europei.

Nell’Era Shôwa (1926-1989) vigeva ancora il motto “Raggiungere e Superare”, ossia prendere il meglio dall’Occidente per adattarlo alle esigenze nipponiche, migliorandolo. Le radici storiche del mostro Godzilla si trovano, infatti, in un film americano del 1934 ma la produzione giapponese fu una denuncia contro le atrocità della guerra e in particolare della distruzione dovuta all’uso di armi atomiche.


Così in “Zukkoke Knight Don Quijote” troviamo altri rimandi al pop, sia autoctono sia internazionale oltre che alla cultura “alta”. La maga che incontra il Cavaliere nel secondo episodio è chiaramente ripresa dalla Circe di Omero ma ha le fattezze e il costume di Wonder Woman, nata dalla matita di William Moulton Marston nel 1941 mentre tra gli accoliti del brigante Don Carlos – padre di Aldonza / Dulcinea – c’è un ladro che somiglia in tutto e per tutto a Capitan Harlock, il pirata dello spazio di Leiji Matsumoto.

Altra interessante attualizzazione dell’anime è il messaggero che ha il compito di dare le missioni alla ragazza. Si tratta diun  uccello-drago che inserisce il proprio corpo in una sorta di videoregistratore e mostra una videocassetta. È dunque qualcosa a metà tra i “Flintstones” di Hanna e Barbera (1960) e Azuma-mushi, il personaggio narrante di “C’era una volta … Pollon” di Hideo Azuma (1977-1982), il che sposta in modo incerto la collocazione temporale della storia.

Le citazioni, comunque, non vanno più in là del semplice omaggio scherzoso a Don Chisciotte, dato che l’anime deve mantenere il tono tipico del genere kodomo, cioè destinato ai bambini.  Sia per quanto riguarda Sancho che per Don Quijote i tratti sono così deformati da rasentare l’antopomorfismo animale ma restano le caratteristiche principali dei personaggi originali: l’allampanato cavaliere, in sella a un cavallo che è quasi uno scarabocchio à la Miró e il suo fido Sancho che, essendo un villico è tarchiato e quasi ursino. Nell’anime lo stesso discorso vale per la coppia Dulcinea / Gordito (Grassottello): mentre lei è una bellezza mozzafiato bionda con gli occhi azzurri e un grazioso mini-vestito rosa, il suo aiutante è tanto tozzo e scuro di carnagione e con un naso tanto camuso da non sembrare neppure umano.  Rimane poco della donzella amata da Don Quijote nell’opera di Cervantes. Qui lei è spregiudicata proprio come potrebbe esserlo la donna moderna. Pare trattarsi del primo rivolgimento di genere, ma l’anime di Yuyama conserva sempre gli aspetti infantili con uno schema narrativo che, attingendo dai personaggi del libro, introduce aspetti originali.

 

È il primo passo verso il deciso zoomorfismo di Zorori (2004), una volpe la cui aspirazione è diventare il “re delle birichinate”, costruire un magnifico castello e trovare una moglie bellissima. Alcuni aspetti possono essere ricollegati tanto a Don Quijote quanto a Zorro (Johnston McCulley, 1919): normalmente l’eroe indossa un abito tipico dell’Epoca Edo (1603-1868) ma quando compie le sue imprese ha un cappello, il mantello e la maschera neri del vendicatore californiano. Ecco quindi che, con il suo impianto picaresco da wandering story e le avventure ambientate in un Giappone alternativo, Mine Yoshizaki utilizza la stessa base costitutiva di “L’ingegnoso hidalgo Don Chisciotte de La Mancha” e aggiunge un elemento fondamentale: il castello, che nel testo di Cervantes restava sfumato, poco più di un’allucinazione tra le tante nelle fantasie di Don Quijote ma diventa una meta concreta per il più realista Sancho , quando il suo padrone gli promette di renderlo signore di un’isola.


 

In “Zukkoke Knight Don Quijote” si rimanda palesemente all’arte degli incastri di Cornelius Escher con le porte e le scale che si moltiplicano in prospettive perfettamente geometriche ma improponibili dal punto di vista gravitazionale.
 
Come fa notare Italo Calvino (“Orlando Furioso raccontato da Italo Calvino, Modadori, 2012, p. 108 e ss.) nella sua spiegazione dell’ “Orlando Furioso”, il maniero rappresenta il nodo di dissolvimento, ovvero il Nulla verso il quale tendono i personaggi, spazio circoscritto in se stesso eppure anche illimitato che riassume tutti i mondi possibili, come accadeva in senso metafisico con l’Aleph di Jorge Luis Borges. Quale può essere il corrispettivo nel testo originale di Cervantes Saaveda? Forse il ritorno forzato al paese natio e alla casa, dove i libri di cavalleria sono stati bruciati dalla nipote e dalla governante. In una maniera antitetica rispetto a Orlando che torna savio liberandosi dalle catene dell’amore (canto XXXIX) quando Astolfo torna in Africa con la boccetta del suo senno perduto, il gioco di Don Chisciotte finisce quando egli si vede costretto a rientrare in una realtà che non lascia spazio alle fantasie, sconfitto nell’ultima tenzone dal Cavaliere dalla Bianca Luna (in verità il baccelliere Sansone Carrasco, entrato nel ruolo con il proposito di rimandare l’amico tra i suoi cari).


 

In tutti questi esempi, adattamenti e rivisitazioni rimane immutata una domanda: perché la lettura rende pazzi? Non dovrebbe essere salvifica? In questo senso si apre per noi un interessante scenario che consente di unire idealmente le due dimensioni: quella letteraria e quella visiva; ovvero quali sono gli effetti della narrazione, intesa con il suo significato più ampio, sulla mente del pubblico fruitore? Se si pensa a “Chi ha paura dei draghi?” si intravede uno raggio di speranza nel quale l’immaginazione dà a Wendell il modo di crescere interpretando la realtà in chiave diversa, non ortodossa ma non sbagliata. L’allargamento dei punti di vista corrisponde alla nostra epoca, ossia essa è propria di un periodo in cui il lavoro autoriale è diventato in un certo senso sia globale sia strettamente individuale; viceversa il “Don Chisciotte” (1605-1615) appartiene a un momento storico in cui gli scrittori assolvevano anche una funzione morale. E così Cervantes redime il suo personaggio con una fine malinconica ma pedagogica, in una maniera simile a quella di Amleto (1600-1603) che esce dalla sua follia simulata per consumare una vendetta che lo ricolloca in un mondo cupo e tragico, un mondo in cui la morte occupa un posto centrale. In Shakespeare come in Cervantes, la recita ha un ruolo fondamentale su più piani di lettura: da un lato la finzione serve a svelare i meccanismi perversi della realtà; dall’altro ci si finge pazzi per creare un proprio mondo alternativo che ammetta tanto i giganti e  i più favolosi castelli, quanto i fantasmi, come metafora di un mondo altro.  Secondo la tesi di laurea di Cinzia Poli[2], tra la scienza e l’ignoranza esiste uno stato intermedio, ossia la doxa, l’opinione. È qui che si verifica non la frattura ma la fusione tra quotidiano e finzione che è alla base del gioco assoluto di Don Chisciotte, frutto di quel pensiero magico che Lévy-Bruhl parlando “dell’anima primitiva”[3]  individua nella mente umana, sia nel bambino sia nell’adulto. Analogamente i due personaggi di Don Chisciotte e Sancho Panza si pongono come antitesi complementari che convivono in un’unica visione del mondo, con lo stesso meccanismo che contrappone il cavaliere inesistente Agilulfo al suo scudiero Gurdulù e (Italo Calvino, 1959)[4].  Se il cavaliere che cerca di esistere inaugura il trucco del  “facciamo finta che …” Sancho personifica  quella che Jankélévitch definiva “coscienza ironica” e che, partendo dal buon senso illumina il valore morale delle invenzioni del suo padrone.[5] 

 

Molti sono stati i registi che hanno tentato di realizzare un’opera basata su Cervantes ma pochi  sono riusciti a portare a termine il film, dando così vita alla leggendaria “maledizione” che ha colpito nomi celebri come Orson Wells[6] e Terry Gilliam[7], che poi ci hanno lasciato preziosi documentari sul fallimento o pellicole che prendono solo spunto dalle avventure del cavaliere – come se l’impresa fosse un ostacolo insormontabile, un mulino a vento che converte i cineasti in cavalieri dalla triste figura. I rimandi che trasfigurano l’originale sono vari vanno da Mario Monicelli con il suo Brancaleone (1966) fino alla nuova versione a fumetti di Yukito con l’adattamento di Yushi Kawata, che propongono però due protagonisti più giovani e prestanti di quelli che tutti immaginavano.





 


D’altronde, dal punto di vista grafico, le rielaborazioni si sprecano e vanno da Picasso, Daumier e Dalí al nostro disegnatore Gipi che ha pensato un’immagine del hidalgo per la copertina del “Venerdì” di Repubblica del 20 gennaio 2015.
 

 

In“Paperino Don Chisciotte” si gioca sull’antropomorfismo e sulle buffe disavventure di un eroe particolarmente sfortunato. Invece,sia  nella creazione di Toni Pagot e Gino Gavioli per “Il Giornalino”(1994)  sia in “Zukkoke Knight Don Quijote” ci si mantiene sul limite della caricatura, volendo dare la piena possibilità di identificazione del lettore con il personaggio.

 

Gli esempi nipponici dunque s’inseriscono in un più ampio filone che riduce le avventure di Don Chisciotte a un racconto per i più piccoli e che trova su YouTube diversi esempi. Il canale QuixotedotTv riunisce varie avventure spiegate non in senso filosofico ma fiabesco, con uno stile grafico semplice e immediato, simile alla trasposizione dell’animazione giapponese.  Altro intento ha invece il disegnatore LAZ che pubblica le sue caricature sull’edizione digitale cubana di Joventud Rebelde: qui il cavaliere e Sancho Panza sono protagonisti di vignette che rispecchiano l’attualità.

D’altra parte, “Siamo tutti Don Chisciotte” scrive Gabriele Romagnoli su “Repubblica” del 7 febbraio 2016 ma c’è da chiedersi quanti davvero combattano ancora spinti dall’idealismo e quanti non siano piuttosto mossi dal bisogno di ritorno mediatico. Pochi sono gli esempi di “purezza” che si possono ritrovare nell’era della Fine delle Grandi Narrazioni, di cui parlava Jean-François Lyotard[8] e della supremazia dei “tecno-scapes” sugli “ideo-scapes”, per riprendere Arjun Appadurai[9] e “Don Quijote” è diventato il nome di una catena di megastore che conta 160 punti vendita in Giappone e 3 alle Hawaii, con un fatturato netto che nel 2010 era di 122 milioni di dollari.

Diverse figure nella Storia contemporanea ci rimandano al mito di Don Chisciotte: Ernesto Che Guevara e Julian Assange, che come il cavaliere de La Mancha, hanno fatto della libertà e della condivisione il loro vessillo esplorando nuove frontiere, reali o virtuali che fossero. E poi Muhammad Yunus, Premio Nobel del 2006 che ha sfidato il sistema delle banche mondiali con l’idea del microcredito[10], i ragazzi di Occupy Wall Street che hanno resistito alla Crisi con la loro voce che partiva dal basso e Serge Latouche, che da anni predica la dottrina della “Decrescita felice”. Come per l’eroe cervantino si ha l’impressione che le loro battaglie siano vane in un’epoca di giganti e che gli spazi da cercare siano chimerici quanto il fantastico universo oltre le stelle raggiunto su un cavallo volante – ma potrebbe essere una motocicletta, come nel caso del medico argentino liberatore di Cuba o del Sir Pazzoide  di Chris Northrop e Jeff Stokley.

 

Le trasposizioni moderne fanno pensare che anche i giovani d’oggi conservano un certo grado di donchisciottismo. Il sogno s’infrangerà contro le barriere della realtà – che a volte, però, concede qualche piccola vittoria – ma l’importante è continuare a perseverare senza abbandonare quell’utopia che consente di vivere.

 




[1]              Chris Northrop e Jeff Stokley: “Chi ha paura dei draghi?”(Panini Novellini, Modena, 2015).
[2] Cinzia Poli: “Pedro Calderón de la Barca: La vita è sognoInterpretazione morale e filosofica” (http://www.letteratour.it/tesine/A06caldeP01.asp.
[3] Lucien Lévy-Bruhl: “L’anima primitiva” (Bollati Boringhieri, Milano, 1990).
[4] Italo Calvino: “Il cavaliere inesistente” (Mondadori. Milano, 2000).
[5] Vladimir Jankélévitch: “L’Ironia” (Il Nuovo Melangolo, Genova, 2006). Citato da Antonio Tabucchi in “Caffè letterario di Repubblica 4.
[6] Orson Welles: “Don Quixote” (1992).
[7] Terry Gilliam: “Lost in La Mancha” (2003).
[8]              Jean-François Lyotard: “La condizione postmoderna” (Feltrinelli, Milano, 1981).
[9]                Arjun Appadurai: “Modernità in polvere” ( nuova edizione: Cortina Raffaello, Milano, 2012).
[10]             Muhammad Yunus: “Il banchiere dei poveri” (Feltrinelli, Milano, 2013).

sabato 30 gennaio 2016

STRONGER AND STRONGER


Non potete immaginare cosa vuol dire essere sola. Anzi, il mio non è “essere sola”. È qualcosa di peggio, di più subdolo e maligno. D è nell’altra stanza. È sempre nell’altra stanza.

«Sono quasi le due!» gracchia. Smetto di scrivere.

Faccio la doccia.

Mi sento diventare

      Insopportabilmente

                 GRASSA.

Cerco di non pensarci, di non guardare la mia figura a forma di fragola nel riflesso dello specchio. Concentro la mente su qualcos’altro. Indosso un reggiseno nero con un bottoncino davanti, le mutandine lilla e i calzini rosa in accordo con i colori della maglietta di Alice.

Adoro “Alice in Wonderland”. Che lei sia bionda o bruna conta poco, persa nella Selva Oscura. Il Gatto ghigna demoniaco. Sotto la t-shirt ho un lupetto nero a collo alto, sopra un golfino – in caso facesse caldo in biblioteca.

«Oggi dobbiamo di nuovo uscire?» D sembra infastidita, eppure io glielo avevo detto già la settimana scorsa, quando abbiamo rivisto il planning.

E poi non sa quanto è importante per me avere degli impegni fuori, Illudermi per un po’ di avere una vita quasi normale? «Sì c’è il gruppo di lettura in spagnolo» Sono entusiasta del poeta nippo-peruviano che si presenterà questo pomeriggio, ma sondando il terreno ho capito che è meglio una risposta laconica. E comunque è più forte di me: ci provo. «Ho iniziato il libro scandinavo che ci hanno regalato ieri. Sembra interessante. Non so se lo hai sfogliato» «No» La conversazione cade e io credo non valga la pena raccoglierla.

Finisco di mangiare in silenzio, sentendo il cibo che si deposita in accumuli. È odioso.

Qualche giorno fa mi sono tagliata i capelli mentre stavo davanti al computer. Guardavo un film e mi annoiavo.

«Ti sei di nuovo rovinata! Bisogna proprio odiarsi. O essere stupidi» D la fa sempre più grande di quello che è, e diventa offensiva. Ha una passione per la teatralità e sono convinta che non mi tolleri. Amava l’idea di avere una figlia e protegge strenuamente il suo ideale, ma non me.

Però sono felice che ieri si sia trovata bene alla riunione del Club dei Lettori e che poi abbia invitato la signora Viviana a prendere un tè al bar. Io ho bevuto mezzo succo. Avrei dovuto pensare a usare il mio misurino, ma l’ho dimenticato e mi sono fidata dell’occhio di Cassie (che intanto era tornata in sé). Risultato: venti millilitri in più e un aggiustamento nei conti, ma sono contenta di aver agito concedendomi una piccola libertà non prevista.

«Oggi dobbiamo uscire di nuovo?» aveva chiesto D a tavola, mentre continuava a trafficare senza fermarsi. È un caso che questo periodo sia stato pieno. Scorro con orrore le pagine dell’agenda scoprendo buchi clamorosi che colmerò con l’ennesimo film, qualche puntata di un anime, righe e righe macinate in moduli d’attenzione di un’oretta.

Anche questi sono piccoli traguardi. Innanzi tutto fino a poco tempo fa non reggevo più di mezz’ora immersa nella stessa attività – come se il mio cervello si fosse fuso per lo shock del dolore al bacino, o per lo stress psico-patologico di una situazione che non mi apparteneva; e poi – e questo è più importante – sono diventata più forte, capace di accettare messaggi come “Scusa Liz ma non riesco a passare da te”.

Fa ancora male (Liz è muta), ma incasso il colpo e vado avanti con un bel respiro.

 

mercoledì 6 gennaio 2016

TINY DREAMS


Mi sento inutile. Vuota. Un peso.

Morto.

Qual è lo scopo?

Scrivere? Perché?

Se oggi non servo a nulla e domani neppure.

Ieri la mattinata è stata difficile,

ma Cassie era gentile: «Ti porto io a fare un giro»

 

Uscire. Fuori c’è un altro universo.

Assaporo il mondo in un modo che non avevo mai sperimentato. E non importa che siano i soliti posti conosciuti perché hanno un sapore nuovo di scoperta. (Abbandono l’invidia per i miei “amici” virtuali che se ne vanno in vacanza in Australia o in Giappone: adesso ha senso persino un sogno tanto ridicolo da essere contenuto in un fazzoletto, o nel lasso di qualche fermata di bus).

Per un momento sono felice. Lo spazio esiguo di tre ore.

Poi – certo – ripiomberò nell’abisso che mi contraddistingue, fatto di stanchezza.

E di paranoie.

Chi m’impone i ritmi che mi sono fissata? Un libro da 970 pagine è una sfida, una scalata per riempire il tempo. Se dovessi dipanare la trama davanti ai vostri occhi, probabilmente non ci riuscirei; ma l’orologio scorre via e questo basta.

Perché in questi giorni nessuno bussa alla mia porta? Tanto dimenticata che resta solo la voglia di piangere. O magari tentare qualcosa di peggio. Un giardinaggio estremo che porti a recidere tutti i fiori.

 

Non ci pensiamo. In fondo un altro giorno non è poi così lungo se lo divido in piccole porzioni.

Leggo. Guardo. Annoto.

Sono soltanto considerazioni oziose che servono a mettere un po’ d’ordine e a non lasciarmi sopraffare dal dolore. Ma no, non è dolore.

È qualcosa di peggio, più grigio e informe.

 

Cassie è fondamentale

Dolce, se parla con Liz, la muta

 

Mary Ellis è stata spietata ultimamente. Distruttiva, direi

«Tu mi odi» continuava a ripetere D, sempre più amara.

“Devo nascondere che odio me stessa” avrei voluto rispondere, ma è una questione troppo intima.

«Dovresti parlarne con … (e pronuncia il nome di quella donna, l’osservatrice aggiunta per errore”)»; ma io non me la sento, perché non è lei che può aiutarmi tirandomi fuori dal nero in cui ogni tanto sprofondo.

 

D è in crisi perché ha dovuto lasciare il lavoro dopo quarant’anni di routine. Le propongo di cercare delle alternative per non ingrigire in un letto, ma lei rifiuta con un gesto e una scrollata dei capelli – argento rado. «Mi sentirei umiliata sapendo che sto solo occupando i pomeriggi senza che mi importi davvero ciò che faccio» «Ma ci sarà qualcosa che t’interessa: un corso all’università, una scuola di lingue, le tue lezioni di basso …» Sbuffa.

Ma io non posso e non voglio essere il centro unico del suo orizzonte. Non lo sopporterei; e allora la spingo forse ancora per puro egoismo, per il bisogno di non sentirmi in  colpa, in difetto.

lunedì 16 novembre 2015

YOU HATE ME


«Tu mi odi. Tu vuoi distruggermi» dice Cassie. Dice D.

E forse dovrei prendere in considerazione questo problema, l’eventualità tragica che ci sia qualcosa di vero. Ma no. Credo sia tutto molto più complesso di così, perché una cosa per essere vera deve essere complicata e sfaccettata di sfumature. Abbiamo litigato ma è stato il logorio del quotidiano e non l’odio a far scattare la rabbia prima della ragione. È stata Mary Ellis e non Liz a governare le parole. E il vicino, che era venuto a trovarmi, ha assistito alla scena. Non sono servite le scuse, non potevano servire perché siamo tutte e due logorate dalla situazione. I micro-sbagli si trasformano in montagne insormontabili. Ogni piccola paranoia economica diventa impossibile da affrontare con lucidità quando lei fa la spesa secondo un criterio non mio. Siamo stanche. Io combatto la noia e lo scoramento con libri e film che finalmente riesco a seguire per intero; lei non dorme quasi. L’accudimento è come quello di una bambina.

«Sei un’egoista» dice D, e anche questo diventa oggettivo: Mary Ellis lo è e contamina tutto con miasmi che non so bloccare, anche se mi sforzo. È difficile, titanico. Quando finirà tutto questo? Non posso fare previsioni, non ho una sfera di cristallo ma sento il dolore e questo basta a farmi fermare il cuore nell’attesa frustrata. Accendo la TV giro ancora una pagina, e poi un’altra. Sono già passati trentuno giorni. Quanti ancora? Uscire è un miraggio e un bel po’ di merende scadono nella dispensa. Non so come regolarmi e l’angoscia mi mangia viva. Non posso pensare né scrivere. Capire come procedere è un arcano che vorrei risolvere. La schiena, i muscoli, il trocantere sono il meno se paragonati al lavorio del cervello, all’idea – sempre presente – che non mi muoverò più, che non avrò un’altra possibilità, un’altra pseudo-normalità al di là di questo abisso. E allora non so: chiederò di nuovo consiglio, anche se è un terreno scivoloso, anche se rischio di peggiorare le cose e poi oggi, proprio oggi che avrei voluto la tranquillità di guardare i miei documentari.

 

E mentre la situazione si normalizza e Cassie torna umana io cerco di non scontrarla e ne parlo con la nuova psicologa. Ha un nome dall’etimologia triste e un cognome che suscita fobie per cui urge trovarle uno pseudonimo per questi racconti. È tonda e liscia. Marisa può andar bene.

Dunque, ne parlo con Marisa e tutto si ridimensiona fino a svanire man mano che assume il senso della normalità.

Pensavo di non potermi aprire, di non potermi fidare perché ero convinta che macchinasse qualcosa di occulto contro di me, ma si è dimostrata tanto gentile, disponibile fino a diventare servizievole, che non posso sospettare di lei. Ogni settimana mi porta un filter coffee preso al mio bar – il bar che mi manca tanto in questi giorni di reclusione – e oggi si è fermata con me ben oltre l’orario dell’appuntamento per aspettare Cassie che era a fare la spesa – una spesa ancora una volta sbagliata ma che tollero per non far scoppiare un’altra bomba ora che l’ondata è finita. Abbiamo guardato insieme Marco Bianchi alla “Prova del Cuoco” (Gnocchi di patate un po’ troppo lunghi da preparare ma si possono modificare) e conversato, più come amiche / conoscenti che come medico / paziente. Ed io ritrovo il dono d’interessare tirando fuori mille argomenti.

Anche da questo – dicono – si vede che sto meglio, anche se stanotte il dolore e la paura mi tormentavano. Ho dovuto prendere una tachipirina, ma per la paura non ci sono medicine.

Mattino: alle 8 mi sono vestita per andare a fare la visita di controllo. Resteremo con il cuore appeso fino a domani ma temo che, per quanto ci siano miglioramenti, il traguardo sia ancora molto lontano e per questo mi dispero: perché volevo davvero andare in biblioteca alla riunione, tra due settimane. È vero che due settimane sono quindici giorni e ho un certo margine di lavoro possibile, ma le scale, la creuza, l’autobus e poi la salita fino in via del Seminario mi sembrano fantascienza. Marisa si offre di accompagnarmi con la macchina «Almeno ti risparmi un po’» È buona o macchiavellica?

 

Cerco di leggere. Leggo disperatamente. L’obiettivo è finire il libro. È sulla guerra nelle Malvine. Una battaglia insensata e dimenticata (“le Malvine ai pinguini!” recitava un cartello scovato in Patagonia da uno scrittore di viaggi). L’obiettivo è di finire il libro ma ci sono continue intromissioni, gente che mi parla e non mi va di essere scortese. Non guarderò Doraemon in TV. Meglio avere tempo per il documentario sull’estetica che danno ogni sera sul canale 50 del digitale terrestre. E poi devo aggiornare questo diario e controllare se sono arrivati nuovi film da vedere prossimamente. Commedie leggere e divertenti che però abbiamo almeno dei buoni attori (sto scoprendo Woody Allen e Ben Stiller, senza che ci sia nulla che li accomuna)

giovedì 5 novembre 2015

I’M THE SPOTLIGHT, NOW


Luisa. Lavora in uno studio con il quale ho collaborato per un progetto su Alice. È anziana ma mi trovo bene con lei e poi ieri sono riuscita a fare conversazione: libri, arte, nuove idee. È un piacere sentirmi di un umore più umano, anche se arrivano giorni di abbandono in cui non viene nessuno a trovarmi e dall’ufficio tutto tace. Che Jane si sia dimenticata di me? L’idea mi terrorizza ma non mi va di richiamarla dato che l’ho sentita solo qualche giorno fa.  E comunque mi ha promesso che sarebbe passata domenica. Mi annoto qualche argomento da condividere ora che ho finito un anime e ne ho iniziato un altro (talmente kitsch da essere interessante. La mia scelta è limitata, adesso che mi è venuta una specie di crisi di rigetto per il giapponese – vorrei capire tutto, dopo gli anni passati a studiare, però non ci riesco e mi innervosisco. Ma conto di tornare gradualmente ai cari vecchi sottotitoli con lo stesso metodo paziente con cui sto aumentando il numero di pagine dei romanzi finché non tornerò ad affrontare anche quelli più lunghi. Il cervello non divaga e oltrepasso le cento pagine al giorno senza problemi, se la storia è coinvolgente.

 

Anche la gamba oggi fa meno male, anche se non azzardo previsioni sul se e sul quando potrò in effetti uscire di casa. Spero solo di riuscirci per dicembre, in tempo per Natale, perché l’idea di comprare tutto on line mi pare deprimete, anche se forse sarebbe più vantaggiosa economicamente e in termini di tempo.

Dunque, mi preparo. Faccio esercizio. Cammino avanti e indietro per l’ingresso con il girello (almeno cinque giri di campo) e allungo le gambe. Mi dà fastidio che Cassie si debba sempre precipitare per ogni minima cosa, se non altro perché la vedo stanca e più passano le settimane più la prova si fa ardua, anche se non perde mai il sorriso dolce della madre e mi chiama “Nina” e “Chicca” come quando ero bambina. Stamattina però mi ha detto che sono prepotente perché vorrei imporle il mio orario di colazione alle 5  mentre lei ha puntato la sveglia alle 6. Questione di punti  di vista per cui non vale la pena di litigare (“Non attaccarla! Non attaccarla!”

Ma mi dà davvero fastidio che Cassie sia costretta a badare a me? Non lo so. Forse è questo che mi è mancato durante l’infanzia. Certo, la situazione ora è estrema, sconfortante se vogliamo, e non l’augurerei a nessuno, ma essere al centro dell’attenzione come una bimba piccola non è male, quasi avessi una seconda possibilità  con la quale ripartire e non da zero, ma tenendo come capi saldi i lati buoni della mia vita. Con questo non intendo dire che getterò il quaderno, i conti e la mia anoressia perché non ho la forza, il coraggio e la determinazione per una cosa del genere, ma credo che dopo andrò avanti in modo diverso, con una nuova consapevolezza. Se non altro perché mi sto rendendo conto di quanto sono importanti le quisquiglie che noi diamo per scontate: camminare, uscire, poter comprare ciò che si vuole quando si vuole. Appena sarò fuori mi farò un regalo. Una bambola – come volevasi dimostrare non so proprio crescere! – ispirata al Wonderland. Ho visto la pubblicità della serie e l’ho trovato carina, molto fashion, a dire il vero, anche se un po’ me ne vergogno.

martedì 3 novembre 2015

ANNIE TOO MUCH TIME


Annie, dopo mesi. Parlo, riesco a conversare, finalmente ho libri, film e serie da condividere, anche se in fondo è sempre la stessa conversazione riciclata. Ma è lei ad essere stanca, il viso provato nonostante il correttore che copre un po’ le occhiaie «Non ho un giorno libero da settembre e quando mi prendo mezza mattinata, devo comunque fare i lavori di casa; il mio ragazzo non lo vedo quasi più, solo un’oretta la sera. È come se avessi messo in stand-by la mia vita» «Ti ci vuole una vacanza lontana da tutto» «Mah, forse gennaio e febbraio saranno più tranquilli e potrò andarmi a fare un giro» . Ha amici sparsi per mezza Europa. Io non voglio pianificare niente, lascio cadere e torno a discutere di cose frivole: tutto bene. L’umore sta migliorando nel tentativo di mettere a frutto questo periodo difficile. Non so quando potrò di nuovo uscire normalmente (e la tempistica per i regali di Natale mi preoccupa non poco) ma non voglio fare previsioni perché il quasi no della fisioterapista alla mia speranza di poter andare in biblioteca l’undici novebre mi ha demoralizzata fino alle lacrime. Cassie ha fatto una comparsata ma è subito sparita in camera. Anche lei ha bisogno di riposare. Ora le notti passano (monotone come i giorni) e dormo persino per cinque ore ma mi sveglio comunque per fare pipì almeno due volte, e la devo chiamare, anche se mi dispiace «Mi riaddormento subito se non ci sono problemi» non ne sono tanto sicura ma non posso farne a meno, tutto passa in poco tempo (ormai siamo rodate) e alle 5.30 faccio colazione guardando un documentario di Rai 5. Sto imparando un sacco di cose. Soprattutto mi piacciono i documentari di viaggio e meno quelli sugli animali anche se poi resto sintonizzata per pigrizia e perché a quell’ora non c’è altro in giro. Poi mi disintossico leggendo, scegliendo ogni volta un libro un po’ più lungo. Ero partita dal giorno del trauma che la testa mi andava via in poche pagine, distratta da pensieri e ossessioni varie. Ora sono al traguardo di 320 pagine il prossimo sarà di 370. Storie leggere, coinvolgenti, ironiche. Ammaniti aiuta, poi passerò a Veronesi. Comunque con Cassie va meglio: si occupa di me a trecentosessantacinque gradi e fa anche troppo – povera donna. Lavora solo per mezza giornata e si fa sostituire dalla collega che ormai l’affianca in tutto. È questo quello che volevo? Inconsciamente forse sì. Non che mi sia fatta male apposta o che mi trovi bene in questa condizione, ma sento qualcosa di piacevole, caldo e materno ogni volta che mi porta in cucina o che deve venire a vedere se è tutto apposto. Ho un campanello che posso suonare per evitare di urlare e lei lo sente subito, senza mancare una volta. Per questo cerco di soprassedere sui piccoli incidenti e ripeto come un mantra “Non la attaccare. Non la attaccare”. Per i problemi maggiori ho ancora qualche difficoltà: errori di calcolo per lo più, o di budget. Sto provando a controllare l’impulso alla paranoia economica avendo capito che Cassie è in grado di usare praticamente di tutto dentro alle sue improbabili torte che però vengono utili quando si presentano gli ospiti della domenica, unico giorno in cui la gente non lavora. Di solito sono Sonia e suo marito e siccome sono entrambi golosi ed educati non si tirano indietro di fronte a una fetta di dolce. Io invece ho sempre il mio standard, più per abitudine e per praticità che per altro, anche se trovo varianti interessanti di cui però non sono pronta a parlare apertamente con tutti quanti (la curiosità di Sonia a volte mi mette in imbarazzo). Si fa merenda insieme e si scambiano due chiacchiere sul principale di Flavio e sugli espositori per ciglia finte, sugli ultimi scandali sanremesi e sulla birra artigianale, sui sottobicchieri e sui francobolli falsi che lui disegna per beffare le Poste. Vanno via verso le otto, quando inizia Fazio in tv. Sto cercando di disintossicarmi dalla televisione spazzatura (i telefilm del mattino fanno passare il tempo ma non hanno spessore) e guardo film sul cellulare, anche se lo schermo è piccolo e scomodo e pure venato: almeno a fine giornata mi pare di aver fatto qualcosa di buono, di aver immesso nel cervello un sapere qualsiasi.

martedì 27 ottobre 2015

oggi


Dunque eccomi qua.

Oggi un po’meglio di ieri.

Ho camminato poco, per via dei dolori che mi hanno spaccato la schiena per tutto il giorno. Ma spesso è solo la paura del dolore a bloccarci e allora con Cassie provo a mobilizzare le gambe, piegandole su e giù, spostandole sul materassino gonfiabile. Sono rigide ma fanno meno male. La mattinata scorre. Riesco a leggere: anche se sono consapevole che non sarà il libro della mia vita è comunque coinvolgente e questo mi basta per far passare il tempo senza guardare troppa televisione. Soprassedendo sulle serie poliziesche in fotocopia che girano a ripetizione su Giallo e Crime, finisco a guardare Settimo Cielo e Royal Pain ma alle dieci arriva la psicologa con un buon caffè preso al mio bar e tutto si cancella: posso persino parlare del romanzo, di un film che ho visto mantenendo la concentrazione per quasi due ore, del fatto che mi sono addormentata nonostante volessi sentire l’intervista a Francis Ford Coppola (mi sono arrabbiata così tanto da piangere di frustrazione, per poi scoprire che con una connessione decente si può recuperare direttamente dal sito della rai). Lei, la psicologa, è strana burrosa e mi sembrava di perdere fiducia da quando ha fatto strani ragionamenti sull’estromettere Cassie dal team che mi segue. Cosa farei io senza di lei, cioè dove sarei? (impossibile). Ha voluto prendere appunti su una storia clinica che nemmeno io capisco molto a fondo se non per quel che mi arriva in allarmi smozzicati. E allora ho pensato che volesse in qualche modo fregarmi, rinchiudermi in una residenza fiorita e tanti saluti. Ma questo è stato la settimana scorsa, avvolta in una nuvola grigia. Oggi la fisioterapista dice che ce la posso fare per la metà di novembre, anche se le scale e la strada fino alla fermata dell’autobus mi sembrano un compito impossibile. Venti minuti di girello e mi metterei a ululare, colpa della terza frattura e del bacino non ancora saldato.

Controllo le mail: solo una, privata dalla piccola Jane “Non essere negativa” scrive “ Non ti dimenticheremo, perché ti vogliamo bene”. L’ufficio mi pare un luogo lontano anni luce, anche solo per la possibilità di sedermi per tutto il pomeriggio alla tastiera ma prometto a me stessa e agli altri che mi vogliono ascoltare che tornerò, e intanto continuo a lavorare. Se non ci sono testi, li creo cercando artisti su internet col telefonino. Ho voglia di buttare giù una scheda, anche se nessuno me l’ha chiesta:

“Le ultime opere di Carlo Cordua hanno l’aura calma e i toni caldi delle vedute di Bordighera firmate da Monet nell’Ottocento, marine profonde che a volte, nel dinamismo del particolare, sfiorano l’astratto nel gioco di luci e trasparenze restando però su di un piano in cui le onde, il sole e le scogliere assumono lo stesso valore materico impalpabile grazie a una gamma limitata di colori.Pastelli su tela che rendono l’intensità dei tramonti, alberi in mezzo ai campi piegati dal vento, solitari come sentinelle. Sono insieme simbolici e reali, con chiome verdeggianti o puntiformi: reali quanto i sugheri portoghesi di Peixoto o le campagne nelle foto paesaggistiche di Giacomelli, ma anche e soprattutto simbolici perché mai come in questo caso si ergono come tramite tra terra e cielo, diretta rappresentazione lignea dell’uomo. Non a caso le piante, in questi lavori, diventano spesso creature antropomorfe o, quasi in antitesi, personificazioni divine, sinonimo della dicotomia tra logico e illogico.”

Mi fermo qui perché ho esaurito gli argomenti e comunque spingermi oltre non avrebbe molto senso: dev’essere un assaggio per invogliare Jane a dare un’occhiata, niente di più dato che per ora tutto resta nel limbo delle mie idee.

Mi fermo, quindi, anche perché comincio ad essere stanca della posizione e penso di aver buttato fuori abbastanza per un solo giorno. Sono quasi le sette, ora di Doraemon in tv poi, cosa mi aspetta? Un’altra puntata di “Emma” o chiuderò gli occhi per un po’? Non è vero che non sto facendo nulla. Non sono riuscita a dormire prima che Lidia arrivasse perché ho cercato video su YouTube: film e anime ambientati in epoca vittoriana. Qualcosa trovo ma molto è in giapponese ed io non me la sento, non in questo momento almeno. Ho un blocco, come se le mie orecchie rifiutassero di funzionare, per cui mi limito all’italiano e la scelta si assottiglia di molto ma verrà il momento – sono fiduciosa – in cui riuscirò a vincere anche questo ostacolo