mercoledì 23 gennaio 2013

SONNO PROFONDO (Banana Yoshimoto)




A dormire accanto a persone così stressate, regolando il mio respiro su quello del loro sonno, forse finisco per assorbire tutto il buio che hanno dentro (p. 22)


In quel momento ebbi l’impressione di cogliere tante cose nel colore dei suoi occhi, più cupi del mare, che sembravano guardare l’infinito (p. 25).

Ma anche nei momenti migliori, quando ero con lui, c’era sempre quella tristezza. Chissà perché quel senso d’inspiegabile malinconia non si staccava mai da me, come il pensiero di una luna che brilla lontano mentre m’immergo nel fondo della notte, una notte che mi tinge di blu fino alla punta delle dita (p. 30).

Quando stavo con lui, ero una donna muta (p. 30).

“Mi chiedo perché quando sono a letto con lui, ho questa sensazione d’inverno” (p. 30).→

In quel momento m’immaginavo tutte le cose dolci che forse sarebbero potute nascere tra noi, eppure, non so perché, le immagini che mi venivano erano tutte invernali. […] E in questo c’era già qualcosa di triste (p. 54).

“Almeno per il momento, tu per lui non sei nulla: sei un giudizio sospeso, il bottone premuto su PAUSA, una riserva, un optional (pp. 30-31).

Quella notte in casa di Shiori il silenzio era davvero assoluto. Era come stare dentro a una casa fatta di neve. Il tono lieve della voce di Shiori accentuava la tranquillità (p. 32).

“Chi, io?” […] La domanda parve ruotare sul pavimento debolmente illuminato dalle luci di fuori, e in un attimo il passato, il presente e tutti i miei ricordi si confusero. […] Per un istante tutti i miei ricordi prima di stare con lui, mi sembrarono cancellati (p. 38)

A dormire accanto a qualcuno, vicino fino a diventare la sua ombra, si può finire col riprodurre dentro di sé la sua anima, con l’assorbirne tutte le tenebre. Com’è successo a te che a furia di conoscere i sogni di tante persone, alla fine senza accorgertene eri arrivata a un punto in cui non potevi più tornare indietro, in una situazione così pesante da non aver altra scelta che morire (p. 39).

Il mio sogno […] era un’altra realtà che attirava in modo irresistibile chi la guardava e dove i colori, la prospettiva, le sensazioni erano più veri del vero (p. 42).

In quale lontano strato della notte dove si trovava sua moglie? E il luogo dov’è Shiori sarà in quelle vicinanze? È lì, dove le tenebre devono avere una densità inimmaginabile, che anch’io ogni tanto vago nel sonno? (p. 43).

Il mio nemico, evidentemente, sono io. / Nella mia coscienza che svaniva, ne ebbi la certezza. Il sonno assorbiva la mia forza vitale, soffocandomi dolcemente come una coltre di ovatta. Black-out (p. 45).

Aveva occhi che parevano guardare incredibilmente lontano, grandi e misteriosi (p. 47).

Essere solo una donna che dorme mi faceva così paura che tutto mi si oscurava davanti, ma mi sforzavo di non pensarci (p. 51-52).

Il cielo della sera, di un indaco intenso, sembrava non avere confini (p. 57).

Credo che la forza si stesse impercettibilmente rigenerando dentro di me. Anche se era stata solo una piccola onda, una piccola storia di resurrezione vissuta dal mio cuore provato dalla perdita di un’amica e dalla quotidiana stanchezza di vivere, mi fece pensare a quanto l’uomo sia fondamentalmente sano […] Nell’affrontare il buio che ognuno ha dentro di sé dopo una ferita profonda, distrutta dalla stanchezza, all’improvviso un’energia sconosciuta aveva cominciato a riemergere (p. 57).

Or volevo solo ritrovare un amore vivo, pieno di energia. […] Avrei voluto mettermi di fronte alle cose più disparate, tutte le miriadi di cose che sarebbero arrivate da quel momento in poi, per bloccarle, afferrarle al volo col mio corpo maldestro. […] Nel pensare così, tutto mi sembrò talmente perfetto che le lacrime cominciarono a salirmi pericolosamente agli occhi (p. 58).

Il mio stato d’animo era come una preghiera: “Che tutti i sonni del mondo possano essere pieni di pace” (p. 58).

mercoledì 2 gennaio 2013

KÔHSKU UTA GASSEN - The Red & White Song Battle




TRE … DUE … UNO!!!


L’ulcera di K grida rabbiosa contro gli squallidi trenini di Carlo Conti in diretta da Courmayeur, circondato da starlet in reggiseno e finte brasiliane “cacao meravilhao”.

Disperazione e angoscia dal fondo del suo stomaco.

Tutto l’amore del mondo in quegli occhi così fottutamente blu.



Come as you are /As you were/ As I want you to be.

… Come on baby, light my fire!



«Comunque per conto mio questa non è musica» La critica di Thelma arriva ovattata da dentro il fagotto di flanella di una vestaglia poco cerimoniale.

Stringo la mano di Cassy per non replicare subito con un tono troppo sgarbato. Quando ho acceso il computer percorrendo i perigliosi canali della connessione mobile, lei si è seduta accanto a me seguendo a stento le parole del karaoke che scorrevano sul mio piccolo schermo, sfidando uno Zucchero sempre più etilico e Gigi D’Alessio imbacuccato di pelo catarifrangente.

Sulle note di un rock di fine d’anno, lei è tornata e questa è la nostra personale Kôhaku Uta Gassen, la nostra battaglia canora rossa e bianca per abbattere la bruttezza del mondo.

«I Nirvana e i Doors sono stati fondamentali nella storia della musica perché hanno saputo trasmettere i sentimenti di un’intera generazione»

La risposta alla provocazione non può essere che la compiutezza di un sussidiario e, anche se K non voleva essere considerato un eroe, archivio la vittoria e lo inserisco mentalmente nel mio pantheon mentale.

Intanto provo a immaginare il calore elettrico di un kotatsu e la visita mattutina in un tempio a 9.453 chilometri da qui, dove le luci esplodono in una pioggia di petali di fuoco – i miei desideri legati al filo di un palloncino trasparente…

Ma se i megascreen di Shibuya sono troppo lontani, potremmo almeno salire in macchina e correre a Monte-Carlo per vedere le decorazioni splendenti nei giardini del casinò e le signore in abito da cocktail che scommettono i loro diamanti sul numero tredici, sotto il segno del Serpente Senza Piume. Se fosse solo un sogno, io potrei mangiare polpette lunari di riso e torroncini ricoperti di cioccolato mentre Cassy, con i capelli lunghi e neri scompigliati dal vento, alzerebbe un calice di champagne verso il futuro.

E invece siamo bloccate in una dimensione sbagliata in cui io disseziono con cura millimetrica i tre gamberoni che mi sono concessi dalla freddezza dei numeri, e lei getta un’occhiata distratta alla pornodiva che sculetta in tv nel suo vestitino da cotechino di lamé.



Una preghiera triste mi chiede perché questo luogo così quieto, che era stato un rifugio, oggi porta soltanto malinconia: «Continuo a rivedere i miei genitori seduti in cucina, mia sorella immersa in uno dei suoi noiosi libri di filosofia … Tutto è perduto!» Persino il paesaggio è cambiato: nell’orto, i limoni che d’estate sono di un bel giallo vivo, sembrano vecchi attaccati a una flebo dal letto di un ricovero e sopravvivono all’inverno grazie alla loro buccia dura, livida, arcigna. La fascetta di terreno sotto la strada, punteggiata di sacchetti putridi, si è trasformata in una discarica. I ricordi sono l’unica scintilla nelle pupille spente.

Ascolto Thelma e i suoi amici recitare una litania di acciacchi e penso ai centootto rintocchi delle campane buddhiste. Eccolo, il nuovo anno, sul ponte del Sumida-gawa.

Resisteremo alle tentazioni materiali per raggiungere il paradiso? O magari, più semplicemente, dovremmo arrenderci e assaporare la gioia di un edonismo transitorio? Beh, se questa è la realtà … “Meglio bruciare che spegnersi lentamente”, scrisse una volta un poeta canadese.

“Meglio bruciare che spegnersi lentamente”, scrisse una volta un ragazzo spaventato.

http://youtu.be/wEnwU5UGVYs

http://youtu.be/6O6x_m4zvFs

http://youtu.be/LQ123T3zD2k


mercoledì 26 dicembre 2012

ALFRED STEVENS





Alfred Stevens (Bruxelles, 11 maggio 1823 – Parigi, 29 agosto 1906) è stato un pittore belga.


Alfred Émile Stevens nacque a Bruxelles, dove fu iniziato alla pittura da François-Joseph Navez, a sua volta allievo di Jacques-Louis David. Stevens fu soprattutto attivo a Parigi, dove si stabilì nel 1844. Iniziò la sua attività dipingendo quadri sulla vita miserabile delle infime classi sociali parigine, finché un suo quadro ("Ciò che viene chiamato vagabondaggio") attirò l'attenzione di Napoleone III che lo vide in occasione dell'Esposizione universale del 1855. Quell'opera spinse l'Imperatore a rivedere il modo con cui l'esercito arrestava i vagabondi, che andava certamente a beneficio dell'immagine dei soldati, ma non di quella dei vagabondi.
Per un certo tempo i suoi temi storici ed il suo gusto per il kitsch orientalista ne fecero un pittore accademico, ma, a partire dal 1860, Stevens cambiò radicalmente soggetti e raggiunse un enorme successo grazie a quadri di giovani donne vestite all'ultima moda, che posavano in eleganti ambienti interni. Le sue scene di interni borghesi lo avvicinarono alla pittura di Henri Gervex, e venne anche soprannominato il "Gerard Terborch" francese per la sua perizia nel riprodurre i dettagli e le stoffe sontuose.
L'Expo di Parigi del 1867 fu per lui un trionfo, anche perché ricevette per l'occasione la Legion d'Onore. Stevens si trovava a suo agio tanto alla corte di Napoleone III e nell'alta società, quanto negli ambienti artistici e "bohemiens" della capitale. Fu amico intimo di Édouard Manet - al quale presentò il mercante d'arte Paul Durand-Ruel - e della sua cerchia di conoscenze: da Edgar Degas a Berthe Morisot, a Charles Baudelaire. Ebbe anche una certa influenza su James Whistler, col quale condivise la passione per le stampe giapponesi.
Dipinse inoltre delle "marine" e dei paesaggi costieri, in uno stile però assai più libero, si direbbe quasi impressionista, prossimo a quello di Eugène Boudin o di Johan Barthold Jongkind.
Negli ultimi anni il suo stile somigliò molto a quello del suo contemporaneo John Singer Sargent. Nel 1886 Stevens pubblicò anche "Impressions sur la peinture", un libro che ebbe una considerevole diffusione, e nel 1900 fu il primo artista vivente a cui fu dedicata una mostra personale presso la "Scuola di Belle arti" di Parigi.
Smise di dipingere dopo il 1890, per ragioni di salute, e morì a Parigi nel 1906 alla rispettabile età di 83 anni.
I suoi quadri sono stati molto popolari anche in America, dove la potente famiglia Vanderbilt ne acquistò diversi. La maggior parte di queste opere, però, rimase comunque in Francia o in Belgio.



martedì 25 dicembre 2012

MAWARU PENGUIN-XMAS




L’orologio sullo schermo segna già le 5:00 p.m. – “KYUU!” disse il Pinguino Numero Uno, sbriciolandosi in schegge di cristallo lucente.


Accendo una candela al lampone. Una lama anestetizza la tristezza di un’apocalisse mancata – “KYUU!” disse il Pinguino Numero Due. Vorrei che qualcuno mi avesse trovato salvandomi dall’oblio.

Sorseggio un tè caldo e nero nella nera solitudine intermittente delle lampadine sull’albero – “KYUU!” disse la piccola Numero Tre, tricottando la sciarpa rosa del Destino.

Annullo il dolore con il rumore di una compilation poco natalizia. – “KYUU! KYUU!” disse Esmeralda, la numero quattro, preparando una biglia esplosiva per cancellarmi la memoria.



Poi miracolosamente il campanello gira trillando, appena udibile tra le onde distorte «Questa sarebbe una canzone d’amore perfetta!» Meg è sulla soglia illuminata.

È un susseguirsi di baci e abbracci e applausi.

Improvvisamente sono circondata di gente e per un attimo non sento il vuoto. Quel vuoto illegittimo, che aspetta in un angolo pronto a strisciare fuori invadendomi.

Nuovi amici, nuovi visi e discorsi animati; ma non ci sono le facce note, il conforto di sapere che il passato esiste ancora, relegato in un cassetto, e che non ha portato solo sofferenza.

Nemmeno Josh è venuto (nome di risacca e voce di fumo).

Eppure ieri sera mi era parso che indicasse proprio me, mentre cantava le antiche canzoni grunge del nostro paleolitico musicale.

Eppure gli avevo anche ricordato l’appuntamento.

Il mio telefono resta in silenzio. Nessun avviso di messaggio in arrivo.

Lascio che una Wiston Light si consumi a metà nel posacenere e apro la porta per fare gli auguri alla foto di K appesa al battente in versione Santa Claus.

Norman e Momoka stanno salendo le scale in una nuvola di tulle e jabots e riempiono la serata della gioia delle visite inaspettate, fluttuando dagli anime da consigliare alle tesi sull’esistenzialismo. Persino il ragazzo di Megami sembra preso come Socrate nell’agorà ateniese, e si accalora parlando del valore filosofico dei fughi, che diventano velenosi se finiscono sotto zero. Di solito LockE è una persona più schiva ma l’effetto folla dello “ultimo shopping” e qualche bicchierino di grappa, sciolgono la lingua e le inibizioni. È piacevole buttar lì una frase ogni tanto e farsi scorrere addosso le parole, ma gli spettri sono sempre pronti a colpire.

«Ti vedo meglio. Due anni fa eri davvero troppo magra!» “Che significa?” “Ti prego Brandon, fermati qui, non aggiungere altro”. D’accordo forse un po’ di tempo fa non avrei resistito a un party per nove ore consecutive, forse non sarei riuscita a sorridere con la costanza di una Monnalisa cyberpunk, ma non so quanto valgono la libertà e tutto il futuro che mi sono giocata.

«Devi fregartene degli specchi e romperli tutti!» Gabriela mi stringe forte contro il suo petto che profuma di cucina e fiori di stoffa. Poi ricomincia a parlare in portoghese con un bimbetto di undici mesi (l’ospite più giovane che abbia mai avuto) – è una cantilena dolce, pioggia armoniosa sul tetto.



Passo leggera tra i tavoli imbanditi. – “Cosa succederebbe se mangiassi un tramezzino vegetale?” “In fondo non contiene grassi animali …” “Cosa succederebbe se …” . – “KYUU! Mi rivolgo a te che non otterrai mai niente dalla vita” disse la Bambina Anatroccolo travestita da Principessa dei Girasoli, sussurrando nella mia testa.

Avrei desiderato un principe che spezzasse le sbarre della mia gabbia d’argento morto. Se questo fosse stato un mondo perfetto, mi avrebbe scelto infilandomi al dito un gettone di plastica da luna park, e io mi sarei addormentata, innocentemente aggrappata al suo collo e sarei partita con lui su di uno splendente cavallo da giostra, appoggiata alle finiture dorate, al bianco vintage del dorso di legno – monotono dondolio di un organetto francese sulla storia che si sfilaccia in petali cremisi.

Visualizzo la mia bestiolina-guida e scivolo. “KY-UUUUUUUUUUUUUUUUUUU!”



Mi scuoto e sono sempre davanti a un buffet estraneo. Azzardo una piroetta visuale per individuare Cassy, persa in un crocchio di donne armate di spumante e convenevoli.

Anch’io adesso sono capace d’indossare una corazza e di calarmi nel ruolo della padrona di casa. Volteggio e afferro il capo di una conversazione sciolta. Posso addirittura pensare che sto bene. E, in effetti, sto bene perché ogni gesto d’attenzione chiude un buco dell’anima, ma qualcosa si strappa in profondità e lascia vedere un oceano oleoso di errori.

“I Love You All”

domenica 9 dicembre 2012

THE GRINCH FROM OUTER SPACE


C’è qualcosa che non va in questo nostro “Rispettare la Tradizione”, perché mi accorgo subito che l’atmosfera è diversa, pesante, malata.

Facendo finta di niente – Sissignore, come se fosse tutto normale – sistemo le decorazioni sull’albero – è un albero finto, di plastica verde, spruzzato di deodorante boschivo, per sembrare più naturale: da anni abbiamo rifiutato la pratica barbara di lasciar morire un vero abete confinandolo in un vaso (aculei secchi che coprivano il pavimento, simili a preghiere inascoltate).

Prima le palline più grandi – al centro e sui lati (le due bianche con la corona di peluche quasi simmetriche, una a destra l’altra a sinistra) ; poi quelle di vetro trasparente, con il filo lungo, da mettere verso il fondo; quindi le più piccole – sulla cima un po’ depressa, abbattuta.

Dove i rami artificiali pendono sul presepe, creo un cielo di stelle e angeli svolazzanti, cercando un equilibrio ideale tra rosso, dorato e argento.

«No, non lì!» la mia voce è appena troppo stridula «Non vedi che non va bene, così?» Cassy prova a piazzare un globo colorato in mezzo alle mie schiere celesti. «No, non vedo. Sto facendo uno sforzo per stare in piedi, ok?»

Il silenzio della consapevolezza esplicita cade sulla colonna sonora natalizia che romba dalle casse cinesi del computer. Fino all’anno scorso ci saremmo divertite insieme, io a cantare e lei a fare i coretti.

«Manca lo scatolone con le luci»

«Manca lo scatolone con le luci»

«Manca lo scatolone con le luci»

«Manca lo scatolone con le luci» …

La ripetizione azzera una frase e la riscrive sullo schermo bianco della memoria.

Serro le labbra e la ignoro.

I tentativi di spensieratezza si sbriciolano mentre giro la chiavetta di un carillon e Silent Night si mescola a Enter Sandman.

Il rito non è compiuto finché non appendo sulla cima l’ultima decorazione, la più povera e tenera. I vari puntali non hanno resistito – ossidati dal tempo, corrosi dalla neve artificiale che usavamo prima del cotone – ma quella minuscola sfera coperta di tessuto giallo ha attraversato la furia sottile dei Natali Passati e si è guadagnata il diritto di segnare il momento, come una bandierina sulla linea del via.

«Mi sento male. Ho la nausea»

«Ok, vai a sederti di là. Ti preparo qualcosa di caldo. Qui finisco io dopo»

L’incantesimo si è spezzato, ma provo lo stesso a recuperare un tono conviviale «Beh, è una bella compilation per la festa di domenica, no?»

(…) Esita «Non è un po’ troppo rumorosa?» L’illusione che Cassy possa davvero tornare si frantuma come uno specchio lanciato per terra: la donna che mi sta davanti, con la schiena poggiata su una pila di cuscini, è innegabilmente D e ha una smorfia amara e un colorito giallognolo che la fa somigliare più al Grinch che a Babbo Natale («Oh-Oh-Oh, Merry Christmas!»).

Mi alzo, per nascondere un tremito che minaccia di diventare pianto.

Accendo la stufa.

Da un po’, da quando il termometro ha cominciato a calare, lei dice di aver freddo e s’intabarra con scialli e coperte.

La osservo sgretolarsi lontano dalla portata delle mie mani gelate e aggiungo il poncho cileno sul piumino, sopra il pigiama di pile, per non dover attaccare il riscaldamento anche nella mia stanza. D’altronde, che altro potrei fare io per ridurre i costi? Il fantasma della Crisi ha aggravato le mie paranoie economiche e adesso mi ritrovo a vivere in continuo scontro tra risparmio e perfezionismo.

Sarà difficile sopravvivere all’inverno. Ammesso che il 21 dicembre il meteorite dei maya non risolva il problema alla radice con la forza cosmica del Giudizio Universale.

Se il Mondo intero non scompare in un cratere, appenderò alla porta di casa un cartello con scritto Survivors – Ad Art Attack, hanno spiegato come tagliare un pezzo di cartone in modo che sembri un’asse scampata al naufragio.

Immagino che già il 20 inizierà una pioggia di messaggini e mail, un rincorrersi affannoso di previsioni mentre gli americani si trincereranno dentro i loro bunker nel giardino di casa. Alla tv, i talk show avranno un display su cui scorre il conto alla rovescia (Meno 9… 8… 7…)

Il 22 ci sveglieremo cambiati: evaporati, trasformati in scarafaggi o in fito-umanoidi mazoniane. O magari con le orecchie a punta e testa oblunga.

Gli orologi si fermeranno e poi riprenderanno il loro ciclo.



Stringo la tazza bollente. Butto giù un sorso di mate rovistando mentalmente tra i possibili argomenti di conversazione, ma le parole hanno perso smalto e riecheggiano vacue, rimbalzando.

Meglio abbandonare qualsiasi accenno e posizionare ancora qualche statuina sullo scenario fisso dei monti di cartapesta. C’è un contadino con delle galline più grosse di lui, quattro re magi con dromedario ed elefante, un Totoro col suo flauto di pan, e una pecora decapitata: vanno tutti verso una sacra famigliola messicana.

A Giuseppe – José per gli amici – manca mezzo cranio. Lo spazio dietro agli occhi è vuoto e riflette il luccichio blu di un foglio stellato.

giovedì 29 novembre 2012

PIET MONDRIAN "Albero grigio" e altre evoluzioni



L’approccio iniziale della  carriera pittorica di PIET MONDRIAN segue la corrente impressionista, molto in auge alla fine del 1800, volgendo poi verso il luminismo – la versione olandese del fauvismo. Questo approccio consente a Mondrian di svincolare il colore dai suoi riferimenti naturali, incentrando la ricerca pittorica sui componenti fondamentali: forma, linea e colore.



I primi quadri mostrano i mulini, i canali, i fari, le dune, i campanili e le chiese che il pittore incontra dipingendo en plein air. Sono i suoi soggetti preferiti perché, come da lui scritto, desidera entrare in contatto con la natura e con l’essenza delle cose.

Tra il 1910 ed il 1911 dipinge il trittico “Evoluzione” che rappresenta la sua adesione alla dottrina teosofica. Il colore è molto importante, in quanto il blu rappresenta la parte spirituale. Mondrian, però, non sarà mai soddisfatto di questo trittico che avrebbe potuto “sviluppare in maniera differente”. Nel quadro si legge prima la figura di sinistra poi quella di destra ed infine quella centrale nella quale gli occhi aperti e una maggiore intensità luminosa indicano la raggiunta visione di una verità superiore.

Ora il disegno inizia a semplificarsi. Fondamentale per lo sviluppo di Mondrian è la serie degli “Alberi”, interpretato in vari quadri tra il 1908 ed il ’12. L’albero da sempre rappresenta l’evoluzione della parte terrena che cerca di spingersi verso lo spirituale – i rami che puntano al cielo. Nel dipinto “Albero rosso” si ha una prima evoluzione stilistica. Il tronco è ben definito mentre i rami cominciano ad essere sintetizzati in forme più semplici. I colori iniziano e diventare importanti, riducendosi a due colori primari: il blu ed il rosso. Nel quadro seguente “Albero grigio” la forma è sempre riconoscibile e si stacca ancora dal fondo, che nel frattempo è diventato una superficie piatta. Nella successiva evoluzione verso l’astrazione abbiamo il “Melo in fiore” dove l’artista mostra solamente delle forme geometriche: i piani e le sembianze iniziano a scomparire, trasformandosi in linee curve, con colori dai toni modulati.

Da questi quadri Mondrian inizia il percorso verso la geometrizzazione, slegandosi dai principi del cubismo, col quale era entrato in contatto prima in Olanda ed in seguito a Parigi, dove si trasferì per dipingere.

L’artista inizia la sua ultima fase dell’evoluzione sempre ispirato dalla dottrina teosofica, che ha come finalità l’armonia tra interiorità ed il mondo esterno. Procede con l’eliminazione degli elementi ritenuti superflui, alla ricerca della Bellezza che intende rappresentare in una forma ancora più concreta di quella presente in natura. Le linee sono rette, semplici. Alcune attraversano completamente il quadro, per delimitare meglio lo spazio, altre sono brevi, a suddividere la tela. Le linee nere hanno diversi spessori, le campiture di grigio e dei colori primari (rosso, giallo e blu) sono stesi con una attenta varietà di pennellate orizzontali e verticali. I quadrati di colore, inizialmente posizionati in centro, si spostano verso i bordi del quadro, per focalizzare maggiormente l’attenzione sulla composizione, basata solamente sulla sua intuizione. Nei lavori incompiuti presenti nella mostra si notano le linee a carboncino disegnate da Mondrian e utilizzate per raggiungere l’armonia compositiva. La separazione tra emozione e ragione non esiste più. Mondrian ha terminato il suo percorso. Nella mostra sono presenti anche tre modelli dei suoi atelier, dove si nota anche in quel caso un’evoluzione fino a giungere alla purezza di linee dello studio di New York, che ritroveremo successivamente nei lavori dei maggiori architetti e designer del Ventesimo secolo.



LE RANDEAU DE LA MÉDUSE



Dopo la pioggia, il cielo è slavato e bianco, indifferente come un occhio cieco. La perturbazione Medusa ha lasciato un sole malato.

Pietrificati e sospesi n una bolla di Tempo, corriamo verso il naufragio aspettando la Fine del Mondo su una zattera affollata di cannibali. Riempiamo le strade di lucine natalizie un po’ più fiacche e tristi.



I colori nelle vetrine mi attirano e mi respingono: “Con quel vaporoso golfino chiaro assomiglierei a Hide-sama” Sì certo, se fossi un maschio nipponico piuttosto figo …

Cerco strategie per comprare i regali di rito senza dover accendere un mutuo, passo tra gli scaffali, mi faccio tentare da un libro. È nuovo.

Profuma d’inchiostro fresco di stampa.

Semaforo verde alla cassa 6 /Semaforo rosso alla cassa 2.



Impossibile non pensare all’impeccabile impiegata giapponese che al Consolato scandiva con precisione meccanica i numeri di clienti e sportelli come se annunciasse la tombola.

Allora era tutto più semplice perché ero davvero sola con Me Stessa.

Allora era tutto più difficile perché ero davvero sola con Me Stessa.

Mi guardo intorno.

Appena uscita dal negozio, dovrò correre in bagno.

Quattro porte e l’insegna di McDonald’s lampeggia carica di energia calorica.

Scendo le scale a precipizio verso il traguardo segnato da una donnina stilizzata sulla porta di simil-legno a spinta. Non tolgo nemmeno l’auricolare. Che effetto fa liberarsi con il Duca Bianco che ti canta nell’orecchio? “Ashes to ashes / Funk to Funky … “.

Nel Paese dei Crisantemi, il cinguettio degli uccellini si attiva quando ti siedi sulla tazza e un pannello illustrato ti spiega cortesemente come usare tutti i possibili confort idroriscaldanti. Una strana interpretazione della purezza spinge a nascondere la verità del corpo, un’eleganza aristocratica che mi fa tornare in mente i giardini solitari del Palazzo Imperiale: una cortigiana che scrive con il pennello, una madre che stringe il fazzoletto nel pugno per non mostrare le lacrime, un intellettuale che sistema un mazzo di gigli in un vaso …

La finzione contenuta cancella i sentimenti e le loro ragioni profonde e, per cercare le radici, alcuni si perdono nei paradisi artificiali gestiti dagli psicoterapeuti, trasformandosi in caricature bovine dell’essere umano.



Io mi sono divincolata dalle capsule di monitoraggio e osservo la realtà muovendo lo sguardo verso l’interno buio della coscienza, analizzando il movente d’inattese reazioni chimiche.

Perché la foto di Norman e Momoka – così innegabilmente INSIEME – mi ha turbato?

Per me, la gentilezza dell’amicizia è l’apice di un rapporto, dopodiché – questa volta sì – si apre uno sconosciuto empireo abissale d’impurità non necessarie, talmente indesiderabili da apparire lontane anni luce, come l’ipotesi della riproduzione aliena.

Norman e Momoka.

Adesso è lampante: le stesse passioni, la stessa pettinatura da manga, gli stessi vestiti presi a Harajuku … Eppure c’è qualcosa che mi sfugge …