domenica 19 gennaio 2014

MUSIC FOR MY SOUL


 


«DHA-DHA| TIN-TA: Anche il linguaggio del tamburo ha la sua grammatica» Spiega il musicista indiano seduto per terra su un cuscino bianco. Indossa una tunica color zafferano sui pantaloni larghi e i suoi piedi sono grigi, come se avessero assorbito la polvere della strada. Stende un ammasso di pasta su un lato dello strumento: a sinistra una voce metallica; a destra il suono ovattato dell’acqua in fondo a un pozzo. «La farina italiana non va bene, non si attacca. Good for pasta, no good for samosa!». Ha un sorriso splendente e regolare e la morbidezza cortese di un impiegato del ministero delle poste.

«KITE-DHA|DIN-TA: La musica tradizionale dhrupad è nata come meditazione, in totale accordo con la Natura» dice il fratello nel suo inglese cantilenante e riflessivo.

Penso ai George Harrison e ai Kula Shaker; ai Taj Mahal Travellers e al fresco concerto di un bosco di bambù in agosto (rin-rin). Il tanpura canta alcune note tra le mani di una ragazza occidentale bella come una fata. Le tessere di un mosaico colorato brillano nella luce bassa della sala. Chiudo gli occhi e sincronizzo il cuore.

Vedo un uomo in barca sul Gange, il tramonto caldo di Varanasi … la sovrapposizione sbagliata di una foto di McCurry …

 

… Due giorni dopo, fluttuando sulla ritmica, i miei battiti cercano un’altra sintonia. Rallentati e silenziosi aspettano l’inizio di un’altra performance. Il maestro si sta preparando nel cortile del palazzo dei dogi; le sue allieve si stringono le fasce rosse intorno alla fronte. Hanno braccia sottili come ramoscelli. Mi chiedo come faranno a suonare con energia, chiamando a raccolta tutti gli antenati, ma ecco i primi colpi, le grida gioiose. Sono sicura che gli dei sentano forte e chiaro.

“V’invoco, Signori di questo mare. Vi prego, divinità addormentate nella tranquillità dei templi a diecimila duecentosessantasette chilometri da qui. Cavalco sulla virgola di quella distanza spropositata (un arco sui paesaggi d’Europa) e vi vengo a cercare, muovendo il ventaglio nel cerchio della danza”. Non sono più tra le ragazzine piene di eco-dead equi e sostenibili; spariscono le signore con le loro sete radical-chic.

Torno indietro a un posto remoto. Nel parco illuminato dalle luci mutevoli della fontana, un uomo stava saltando gli spaghetti sulla piastra nera del suo banchetto: nell’aria il profumo denso dei calamari alla griglia, lo stesso odore caldo e appiccicoso dei giorni d’infanzia passati con Altair in un porto ligure. E quel ristoratore concentrato nell’arte di rivoltare soba e verdure gli somigliava persino, a mio padre, come in un incantesimo orientale. Una statua di Ampanman – l’eroe-focaccina – proteggeva la festa dagli alieni malvagi. Allora avevo sorriso guardando le stelle.

 

«Cosa sta scrivendo?» È la domanda di Annie a riportarmi bruscamente nel presente. Scruto i ghirigori d’inchiostro che il maestro sta tracciando su un foglio seguendo il sospiro raffinato dello shamisen. Socchiudo gli occhi, sforzando la memoria. Non devo sbagliare, se non voglio sembrare una stupida analfabeta … «Beh … prima ha detto che avrebbe scritto una poesia di Bashô, giusto?», lo sto chiedendo a Erin, una delle tante “Me Stessa”, quella che ha vissuto in Giappone e ha cenato alla Corte segreta dell’Imperatore.

Poi mi butto, velocemente: “Un vecchio stagno / Una rana si tuffa / rumore d’acqua”. Provo a decifrare gli ideogrammi che scorrono sulla carta – da destra a sinistra, dall’alto verso il basso. Assaporo la fatica della vittoria, il contatto con la bioelettricità intrappolata nei riccioli biondi di Annie.

«Incredibile! Tu davvero capisci quelle macchie di colore?» Annuisco, ristabilendo il silenzio mentre lei mi guarda con un lampo di ammirazione. Anche il suo amico, appoggiato a una colonna poco più in là, pare rapito dalla magia dei segni e mastica l’idea di infilare il flauto dolce nel prossimo pezzo della sua band, ridacchiando sugli ovvi doppi sensi.

«Dopo andiamo al suq? C’è un ragazzo che fa gioielli con le posate! – Una figata! – … E poi ci saranno altri spettacoli di musica etnica» Mi dice lui lisciandosi la barba castana (sembra il protettore celtico delle messi, con gli occhi chiari e una birra in mano).

Guardo il ritaglio di cielo sopra di noi «D’accordo, andiamo!» dico rivolta alle le stelle che “tremolano” come da copione.

 

Al mercatino del porto tra i pannelli di legno di una scenografia scrostata,  un uomo volteggia abbracciato dalle ali nere del suo poncho andino mentre una ragazza grandi cerchi d’oro le attraversano i lobi – offre un mazzo di campanule amancaes agli astri addormentati e balla percuotendo la polvere. Confusa in mezzo ai curiosi, seguo lo schema basilare dei passi. Anch’io sono figlia della Terra, anche il mio sangue è rosso.
http://youtu.be/p4G2RlBKbrM
http://youtu.be/9QZOHzWLF9w
( http://youtu.be/xsCQTraCHmA )
http://youtu.be/a9eNQZbjpJk

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