martedì 1 aprile 2014

LAST EXILE


Dalla finestra, sale il fumo alla diossina di un barbecue estivo (l’odore delle streghe di Salem, l’odore di una pira funebre)

Siamo reduci dall’ennesimo scontro sulle mie necessità numeriche.
Lei non vuole capire l’abisso e il rigetto;
le occhiaie pesanti e la volontà di andare almeno una volta al mare,
a vedere le onde increspate di sale bianco e la spiaggia punteggiata di conchiglie bianche – così aguzze da somigliare a una punizione per tutti questi peccati.
Da sola, lascio sbocciare nuovi fiori sotto la selva dei miei braccialetti di plastica; provo a immaginare un occhio cremisi che si apre  quando camminano a piedi nudi su quei gusci morti – frammenti di stelle rosse, già esplose negli eoni passati.
A luce spenta, fisso la fluorescenza dello schermo.
Devo preparare i bagagli per l’esilio sull’eremo, trasformandomi in un anacoreta tra i fiori. Cosa si sceglie di portare per isolarsi completamente dal mondo, dopo che ti sei illuso di poter cambiare le cose e hai visto il tuo fallimento fiammeggiare come Venere al di sopra delle foglie di una palma alta due tre metri? Cos’ha preso con sé Napoleone per il suo ultimo viaggio a Sant’Elena – da vincitore sconfitto? (sospetto che abbia dimenticato la crema solare). Somiglia al gioco “Cosa porteresti sull’isola deserta?” … forse un apparecchio che limiti l’azione dei campi magnetici, per evitare gli sbalzi temporali. Dovrebbe essere un diapason che imita il canto demoniaco delle sirene, ma mi crederebbero pazza se parlassi apertamente di Neverland e dicessi a tutti di aver perso la mia ombra, di essere diventata la mia ombra.
Meglio cercare gli ultimi video e i film da guardare; impilare i libri ancora da recensire; piegare alla rinfusa i vestiti neri, le magliette viola (Per partire metterò i pantaloni rosa).
Voglio finire di scrivere il diario degli ultimi giorni, prima che il tempo si arrugginisca sui suoi assi. Affiderò la mia biografia alle pagine virtuali del blog, in modo che Scarlet faccia sentire la sua voce anche fuori da queste quattro mura. Ogni volta che qualcuno visualizzerà un brano, (anche senza capirlo, o interpretandolo con le sue chiavi personali), io sarò un po’ meno scissa, almeno per qualche minuto.
Confusa
Ascolto gli sferraglianti assolo di chitarra di un ragazzino dagli occhi azzurri – due laghi in fiamme.
Penso: “Quel che c’è, c’è. Se mi manca posso sempre comprarlo.
Posso sempre rubarlo”
In fondo le ultime sentenze della politica confermano che, se paghi un tot, poi hai diritto a una specie di buono. Puoi dire: “Dato che ho comprato già dieci t-shirt, posso averne una omaggio”. È così che funziona, almeno pare.
Per cui devo solo stare attenta a quanti film caricare per due / (barra) tre settimane, quante puntate dell’ultima serie medica, quante righe riuscirò ad assimilare.
Ciò che mi spaventa di più è quello che non potrò fare per un periodo che mi sembra immenso come un deserto di sale. Ho chiamato un po’ di amici per vederli “un’ultima volta prima di andar via”; da giorni preparo i menù calcolando che in paese non troverò più tutti gli ingredienti per le mie feste di magro (ma ci sarà sempre qualcuno che avrà un appiglio per commentare: «In fin dei conti mangia», svelando in un colpo solo tutte le bugie che ho raccontato per funzionare e sopravvivere).
«Vado giù a portare la roba» Cassy lancia a mezz’aria una frase generica, tanto per farmi capire che la sua amarezza è rientrata nei ranghi. E sembra il giornalista rassegnato dell’ultimo romanzo che ho letto, tanto assuefatto alla censura da aver narcotizzato le sue stesse opinioni.
Per calmarmi – per asciugare le lacrime che minacciavano di farmi affogare – mi ha mostrato i manuali sui quali ha studiato le tabelle, modulando le regole da infliggermi non sapendo che lo specchio – il pozzo nero in cui mi specchio – non accetta la razionalità delle sue norme.
Ha abbandonato lì una scusa qualsiasi e se n’è andata senza sospettare che avrei voluto che mi accompagnasse per strada, in un bar, a bere un bicchiere d’acqua ghiacciata perché nella Capitale dello Stato – dov’era in vigore la moratoria – eravamo state bene, finalmente quasi serene, in una libreria in cui servivamo tè freddo ibernato al momento. E non c’era bisogno di nascondersi – non troppo – nemmeno davanti al Mago e alle sue donne. Forse perché a lui piacevo come una bambina con strani interessi da adulta …

Ora mi sento stanca.
Sgranchisco i crampi alle braccia, le ossa tese e piegate sui tasti del computer;
mi alzo ammassando oggetti d riordinare per rivedere il ripiano della scrivania prima di decidere cosa escludere dal conto delle attività possibili.

Passerò qualche giorno con mio fratello Sam, farò gite fuoriporta contro il cielo verde della campagna, potrei addirittura varcare il confine, se davvero Jane salirà sul treno per la Francia. Là sulla costa dei nostri cugini dal giglio dorato, hanno più prodotti asiatici di quanti noi ne potremmo mai immaginare:  scaffali interi nel settore narrativa, plotoni di fumetti come legioni di samurai corazzati, file di abiti pieni di volant … e io devo ancora trovare l’abito per la cerimonia di nozze di un’amica. Da mesi giro intorno ai diversi modelli disponibili ma non clicco mai sull’icona del carrello: per scrupoli finanziari o per il gusto aspro dell’attimo sfuggente. Desidero pizzi rosa da principessa, sbuffi e fiocchi, magari addirittura un piccolo cappellino a cilindro fissato su un cerchietto color confetto e calze bianche con un nastro di passamaneria. Mentre la coppia si presenterà all’altare in infradito e jeans, io sogno per me – quasi fossi io la sposa – farfalle che si alzano in volo al mio passaggio e un campo di grano percorso dal vento, come in quadro di Andrew Wyeth   
http://youtu.be/ikGco5URbNc

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