lunedì 8 settembre 2014

THE STEAMPUNK EMPIRE An unsteady world

 
«Pronto, Buongiorno. Associazione Culturale Contrasti, mi dica … » Una voce arriva dall’oltretomba di un ricovero per pazzi «È uscito il catalogo. …. Cos’ho vinto?» le sillabe smozzicate collidono col mio tono professionale. Non so quasi nulla dei dettagli organizzativi, ma Ondine è impegnata in mezzo alla polvere del piano di sotto. Gli operai sfondano i tramezzi e dipingono le pareti di fucsia, come il vino rosso versato su di una tovaglia. «Là nell’angolo vorrei mettere una fontana o un’acquasantiera» Si è vantato il Boss, brandendo le chiavi del labirinto … e intanto i nostri stipendi scorrono via insieme all’acqua sporca del secchio di Tony, il tuttofare.

Strizzando il mocho nell’apposita fessura, tenta di ripulire i detriti dell’ennesima esplosione «Che begli occhiali che hai!» È stato l’unico a guardarmi in tutta la giornata. E dire che ero così fiera degli occhialoni da moto costruiti da mio nonno: autenticamente vintage, fantasticamente old-old fashon. «Sì, grazie» con un senso di sollievo gli racconto tutto della mia famiglia, di quell’uomo dagli occhi azzurri come laghi d’inverno – occhi un po’ tristi, che non rendono nelle foto in bianco e nero –, dei campi di lavanda sul confine francese, delle colline verdi che nascono dal mare … Beh, no, forse non dico tutto questo perché non c’è lo spazio né il tempo, ma lo penso; e il pensiero fa sbollire la rabbia quotidiana.

 

Ho telefonato al Boss. Il suo smagliante smartPhone vibra nella trasferta nevrotica di Milano: nell’incertezza di una fiera-per-soli-compratori nell’era della Crisi, per ora c’è soltanto un numero infinito i etichette sbagliate e una scatola piena di chiodi e di viti. «Senti … per la scadenza di oggi …» gli ricordo, tentando di sovrastare il rumore dei trapani in sottofondo «NON HO TEMPO!» taglia corto lui, troncandomi la frase. Ci riprovo, caparbia. Sono sei mesi che manchiamo ricorrenze d’ogni tipo. «Lo so, per questo sono entrata nella schermata del computer. Devo solo inserire i dati» «TU NON INSERISCI NIENTE, CAPITO!?» Tuona, come Susanoo prima di scoperchiare la sala del Palazzo Celeste. Ma no, il paragone non calza perché non c’è irriverenza o anarchia nel ruggito, quanto piuttosto l’imposizione collerica del Leviatano. «Ok, ok …» Conto fino a dieci … congiungo indice e pollice: “Ohm”. Salgo di nuovo le scale bestemmiando e ficcando le mie cose nello zaino. Ho bisogno, assoluto bisogno di passare da Sócrates a fare un po’ di shopping. Sull’agenda ho una lista infinita di cose da chiedergli: di sicuro troverò la mia consolazione momentanea.

La rabbia mi spinge come il vento.

Sincronizzo il passo, ancheggiando sulle strisce pedonali.

«Hai qualcosa di Capitan Harlock? Vorrei essere preparata per la prima del film!» esco dal negozio con un tascapane nuovo. Sul lembo di chiusura campeggia un’immagine del Pirata dello Spazio meravigliosamente anarchico in versione anni Settanta. Il nuovo capitolo dell’eterna saga sarà tridimensionale, con un immaginario generato a computer. Bello e cupo per le generazioni future.

Tutto cambia precipitando troppo velocemente.

Un mio “amico” scrive in rete: “Noi siamo stati gli ultimi ad ascoltare le musicassette” – Ricordate il fruscio delle TDK copiate? “Siamo stati gli ultimi a pagare la colazione in lire” –  Chiedevamo al panettiere un millino di focaccia e un Estathé. “Siamo stati gli ultimi a guardare Bim Bum Bam” – Siamo quelli cresciuti con la Strega Gramigna, Uan e For, mentre oggi Cristina D’Avena è un mito imbalsamato sul palco delle convention di fumetti.

 

Tornando in dietro, già più calma e rasserenata, anestetizzata dalla droga del possesso, entro nel bar che hanno appena aperto davanti al mercato.

“Pace della mente in un mondo instabile” c’è scritto in inglese sulla mia tazza di caffè filtrato (e io scatto una foto da condividere).    

Spio i colori vivaci delle piante nei vasi, sulle bancarelle di fronte. Il liquido scuro ristabilisce il ph del mio cervello e dello stomaco ulcerato.

 

Da due giorni quasi non dormo.

Brucio e mi contorco in silenzio. Nei rari intervalli in cui il rumore della televisione mi culla, sogno di cantare perdendomi in cielo pieno di stelle e mi sento un po’ come K: mi pare di capire di più il suo dolore, il pigiama usato come abito da cerimonia, le dita lunghe da poeta, lo sguardo smarrito dietro il sole.

http://youtu.be/9uWwvQKGjLI

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