martedì 27 agosto 2013

LE VOYAGE PERDU


Metto i vestiti alla rinfusa dentro un borsone a scacchi da detective londinese, senza pensare: dieci mutande, cinque paia di calzini – tanto sono tutti neri – due pantaloni.

E poi t-shirt per ogni possibile variazione climatica. Per me le partenze sono una piccola morte. Sì, con lo stesso valore doloroso e piacevole che ha l’orgasmo per i francesi. Si arriva al culmine, si sfiora il parossismo isterico dell’ultimo abbinamento ma poi, se non si dimentica nulla di fondamentale, ci si può rilassare pienamente.

Non sono un tipo da campeggio avventuroso, io. O almeno, non lo sono più da tempo. Non mi riesco ad abituare alla vita nel fortino del romitaggio rurale: m’infastidiscono le maniche corte delle maglie infeltrite e urticanti, le provviste sporche di ragnatele, l’acqua da far scorrere nei tubi per togliere la patina marroncina del ristagno… Non potrei stare troppo a lungo lontana dalle news, dalla tecnologia e soprattutto dagli scaffali carichi di libri ancora da leggere ( purtroppo viviamo in un Paese che sarebbe comico se non fosse tragicamente reale e l’unica soluzione, dopo aver guardato il telegiornale, è spegnere la tv e riprendere il filo di un romanzo).  

Ho preso tutto? La valigia per tre giorni assume proporzioni elefantiache mentre le cartelle di file intasano un esercito di penne USB. E poi devo scegliere con cura i pezzi da inserire nella colonna sonora per il viaggio, quelli che dopo condividerò con Samuel, se sarò fortunata e riuscirò a pranzare serenamente con lui.

 

Il programma è già stabilito a priori: sei gamberoni, insalata dell’orto e carciofi freschi «Sono del padre di Tod» …

Mando giù cercando di ignorare il sottinteso.

Mando giù perché sono buoni.

Mando giù vigliaccamente.

Ma c’è spazio anche per i miei piccoli atti di coraggio: pepe e salsa di soia centellinati alla cieca nel dressing al pompelmo rosa insieme a 170 grammi di mela croccante.

Il pomeriggio scorre lento, scandito dalla pioggia. Brevi battute come contrappunto alla musica tenuta alta. Il divario tra me e il mio semi-fratello minore è troppo grande. E a questo si aggiunge anche un gap di chilometri di vita quotidiana disgiunta. Per fortuna c’è il rock, e poco altro. Forse avrei dovuto essere più presente, prendere il treno, telefonare… Prima della frattura.

Avrei dovuto ingoiare l’orgoglio e colmare gli oceani di silenzio col mio cucchiaino d’argento. In fondo cosa sarebbe costato? Non mi accorgevo che gli occhi di Altair erano sempre più grigi e spenti? No, una figlia non sa vedere queste cose … e ora è finita, nel bene e nel male.

 

«Sono quasi vent’anni che è morto, no?» dice Cassy riferendosi a K – il cortocircuito logico è inevitabile «Sì, era il ‘94» rispondo meccanicamente. Adesso la compilation risuona solo nella mia testa frastornata, come sottofondo per un poderoso mal di stomaco psicosomatico: Così imparo a fare la furba e a non controllare i numeri”. Ultimamente mi sto facendo un po’ troppe concessioni – Avanzo di una posizione, un millimetro alla volta. Mi spavento. Cado. Precipito. Voglio un’altra prova del fuoco, domani.

 

Eccolo, “domani”. La cittadina turistica si chiude sulla vista del porto con le sue barche in secca, il mercato ittico e una mal assortita legione di calafatai balcanici. Con una piroetta, concludiamo un parcheggio sotto la nuvola stratificata d’aghi di un pino marittimo, nello spiazzo di un ristorante.  Non amo i posti di riviera fatti con lo stampino, ma l’aria è pulita e limpida e finalmente sembra arrivata l’estate.

 «C’è di bello che qui c’è più cielo!» mia madre torna bambina, ride, scherza, s’intride di sole.

Nemmeno le mie lacrime la sconfortano e mi tira su di morale per i cibi meravigliosamente giapponesi che non ho potuto comprare alla boutique del biologico che hanno inaugurato in centro: «Dai, hai trovato dell’altro! E poi sono sicura che là a Tokyo avrebbero comunque un sapore diverso. Ci andrai di nuovo, non preoccuparti!» Non mi preoccupo, ma mi chiedo se sia una consolazione o un’inconsapevole aggravante salata sulle mie ferite da immobilità, infette come piaghe da decubito.

 

E intanto i barbari hanno già invaso l’ultimo avamposto. «Sono proprio un grebano» dice l’uomo con la falciatrice rotante, e nel suo tono divertito c’è quasi vanità, o forse è rassegnazione di fronte all’abisso che ci separa? Si tira su la maschera di plastica protettiva spazzolandosi con la mano la tuta macchiata d’erba. Tento d’ignorare i suoi tentativi di conversazione. L’odore del prato tagliato mi solletica le narici impedendo qualsiasi forma di concentrazione. Il terrazzo intorno a me si è riempito di trucioli sparati come proiettili e, fotografandomi da fuori, mi sento la superstite di un terremoto sudorientale che scava tra le macerie. Mentre gli argomenti languono a monosillabi unilaterali, al piano di sotto Lou sgombra le cantine trasportando un enorme zangolatrice di legno tarlato risalente al pleistocene della memoria contadina. Torno alle parole stampate sulla pagina. Non riesco a concepire il puro lavoro fisico senza traccia di uno scatto mentale. Alzo il volume della radio per contrastare il rumore delle lame che hanno ripreso a ruotare assassinando margherite e soffioni.

Centinaia di desideri spezzati.
 

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