giovedì 3 ottobre 2013

MAGIK WITHOUT TEARS


Giovedì.

Apro gli occhi sullo schermo liquido del cellulare, che vibra segnando le 5.30. Quella mezzora, rubata rispetto alle solite 6, mi lascia stordita, con la testa piena di piombo fuso e lapilli. I trenta minuti per prendere la pastiglia sono attimi strappati a un sogno intermittente come il posteriore di una lucciola l’ultimo giorno d’estate. Il mondo fuori è ancora color lavanda.

 

«Quanto ne hai ancora?» ha chiesto Cassy ieri, estraendo dal cassetto due blister cominciati di alendronato. «Probabilmente pensavo di averlo finito e mi sono fatta dare una scatola nuova … Con ‘sta storia delle marche che cambiano ogni volta, non ci capisco più niente!» Io condividevo il destino di milioni di vecchiette confuse, in fila al banco, ognuna con un tessera sanitaria in mano e un’ indicazione controfirmata dal luminare di turno: smarrite, rassegnate e rabbiose quanto le donne ai mercati annonari della guerra di Russia. In coda paziente tra le matrone sgomitanti, ho pensato di smettere del tutto la cura e la stessa idea torna insistente anche ora, mentre lavo i piatti della cena che non ho consumato, aspettando che le lancette girino a sufficienza e un avviso mi consenta di preparare la colazione.

Chiudo l’acqua e butto via il detersivo che schiuma sull’inox spandendo un profumo sintetico di lime e menta. “Che senso ha tanta abnegazione per un inesistente miglioramento sulle percentuali di sbriciolamento delle ossa?” anzi, se guarissi sul serio – forte e invincibile come Popey –lo Stato mi toglierebbe anche la misera indennità vidimata da una commissione di Esperti. A causa della follia certificata dalla MOC, sono stata bandita e maledetta con beneficio d’inventario: dicono che il mio sacrificio garantirà l’equilibrio sociale dell’ipocrisia. Sempre sia lodata la Legge dell’Apparenza, se mi garantisce uno stipendio!

 

Tempo rimanente: un quarto d’ora. È buffo, basterebbe sedermi perché adesso l’acido sfoderasse il suo effetto collaterale perforandomi l’esofago. Sarebbe più semplice che bussare dal medico per farmi prescrivere del pentobarbital, ammesso che nel mio caso qualcuno conceda l’eutanasia del sonno (ma se un terrorista americano può ottenere una clemenza anestetizzante, per quale motivo non dovrei averla io che sono lontana anni luce dal farmi esplodere?).  Se solo mi sdraiassi, un cupido ecuadoriano – con una coroncina di candide piume – scoccherebbe la sua freccia al curaro aprendo una sacrosanta falla nel mio flusso ematico per offrirmi una morte veloce come il desiderio.  

L’autonomia della scelta corrosiva mi seduce e mi spaventa, limpidissima nei riflessi verdi dell’alba che sorge, ma poi – driiiin – mi riprendo dalla trance e la finestra delle ipotesi si richiude su un altro scatto della routine settimanale.

Sono così diligente che peso due grammi di polvere d’orzo solubile per facilitare l’assorbimento cellulare delle sostanze chimiche. In cucina ho una bilancia elettronica che spesso lampeggia erroneamente lanciandomi senza pietà in balìa della sorte. Mi piacerebbe vedere gli strumenti che usa Aleister nel retrobottega. “Bisogna che ordini delle altre bustine”. Se decido di continuare la terapia, devo farlo bene, e la connivenza del farmacista è un elemento essenziale dell’alchimia. Dentro a un bricco turco per il caffè, i pacchettini di calcio avvolti nella carta sembrano micro-dosi di droga purissima, senza l’aggiunta peccaminosa di eccipienti, edulcoranti o borotalco per farne aumentare il gusto e il peso.  L’imbroglio sarebbe inutile dato che, per reverenza gerarchica, il povero dottore non mi fa pagare niente per sua fatica di precisione arcaica. “Mi ricorderò di compragli un regalo per il prossimo Natale. O magari anche prima.” Che cosa può piacere a una persona del genere, gentile al limite della trasparenza, col camice abbagliante e lo stemma del caduceo sul taschino, giusto sotto il fermaglio di un Parker sponsorizzata? Domani pomeriggio potrei fermarmi in erboristeria e cercare una saponetta con un buon profumo maschile (qualcosa tipo rum e cioccolato) e registrare una compilation di jazz raffinato che induca una piacevole esperienza extra-corporea nel calore svedese di un bagno caldo. Ce lo vedo, sfumato nel vapore dopo una giornata di lavoro senza pause.

Recuperare il gap finanziario scavato dall’alluvione sta diventando una missione impossibile per tutti i negozi del quartiere, compresa la farmacia che occupa un intero isolato, con i corridoi aeroportuali contrassegnati dalle insegne “BEAUTY” e “BABY”. Aleister non conosce più il concetto di “fine turno” ma in un anno di massacro non ha mai perso quel sorriso vago e vagamente britannico né la vocazione occultista celata nel nome stampato sul cartellino.

Con una capriola mentale che ha il prodigio delle intuizioni mattutine, rispolvero l’immagine di copertina di un album dei Beatles e focalizzo l’attenzione sul mago che sbuca tra le star dalla fila superiore. Cerco nell’archivio digitale e una piccola gemma pop, inconfondibilmente targata “Lennon McCartney”, rimbalza sui vetri colorando il clima morbido di maggio.

“Per ora ho intenzione di godermi la primavera: credo che rimanderò il finale a data da destinarsi.”

 

 

 

 

 

 

 
http://youtu.be/waImFgAm7Cc
 

 

 

 

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