venerdì 19 luglio 2013

THE LIVES OF OTHERS / Tales from Tenochtitlán #3


 

 
 
Torno a casa.

Lentamente.

 Mi tremano le gambe.

Ho due libri-arma nello zaino e aspetto di cadere sotto “il peso della cultura”.

Chiudo gli occhi e inserisco il pilota automatico. Sbando fino a raschiare contro un muro di cinta, contro il cespuglio di rose che si arrampica sulla ringhiera.

Un cielo plumbeo si sfilaccia sui comignoli di rame dell’ex centrale elettrica – Silenziosa, abbandonata: sembra il Palazzo di qualche regno incantato, non mi stupirei di vedere la Malvagia Strega dell’Ovest che fa capolino tra le inferiate arrugginite, in mezzo ai busti di pietra di Thomas Alva Edison e William Murdoch.

La stagione non tiene conto del calendario e una pioggia sottile ritarda la fioritura degli alberi, nel cemento della città. Jane ed io volevamo festeggiare con un vero o-hanami in stile giapponese, indossando i nostri kimono e mangiando sushi da asporto sotto i petali rosati, ma sembra che dovremmo rinviare a una data più mite. Intanto, studio il menù di un nuovo ristorante nippo-radical-chic e valuto le possibilità fino a ridurle a zero, fino a ritrovarmi ancora con l’amarezza del “niente di fatto”.

Cammino. Rigiro il vortice nella mia testa. L’invidia è un serpente insidioso ed io non ho nemmeno un bastone per sconfiggerlo. «Non credo nel potere taumaturgico della psicanalisi» mormoro rivota all’asfalto « … Anche se Jung aveva un’intera corte di spiriti danzanti nel suo giardino» Per questo continuo a scrivere: per eliminare almeno un po’ del veleno che altrimenti rischierebbe d’intossicarmi ad ogni respiro “Che sia freddo o no, Dio è presente”.

 Il mio amico Tyler mi ha chiesto di portarlo a vedere Tokyo: pensa ch io possa svelargli i segreti dell’Impero e non sospetta nemmeno il dolore reiterato ogni mattina, inseguendo i sottotitoli di un anime in streaming – Ventiquattro minuti di sofferenza metafisica: un tempo le streghe si uccidevano schiacciandole sotto una pietra. Dovrò dagli la mia risposta entro maggio; e dovrà essere negativa, presumo, per preservare un pizzico di sanità mentale … O forse, al contrario, la decisione più sana sarebbe di lasciarsi trascinare buttandosi tutto alle spalle?

Persino Jane partirà per Kyôto quest’estate, persino lei che ha accantonato lo studio della lingua per un lavoro assurdamente burocratico, troppo lontano dall’arte che ti fa espandere il cervello, senza gratificazioni (o almeno così appare, visto dall’esterno); mentre io – che spendo tempo, fatica ed energia per cercare di migliorare giorno dopo giorno, una parola alla volta – rimango bloccata qui, in questo reticolo di vie sempre uguali.

E, Janis, la figlia di Hortensia? Un tempo si chiamava Opal ma in questa storia tutti cambiano nome almeno una volta e, come a voler chiudere i conti invertendo i fattori, quest’anno andrà col suo ragazzo in Messico, senza conoscere la storia, senza aver letto … («Frida chi?») .

C’è un proverbio che dice: “ Chi ha il pane non ha i denti”, che significa: “Se hai fortuna, non la sai apprezzare”. Ed io non trovo la voce “pane” nelle tabelle nutrizionali di Calorie.it. Mi dispero, mi agito, m’incupisco, resto muta.

Ancora un chilometro, ancora quaranta minuti. Le nuvole grigie diventano pioggia in sospensione, quell’acqua sottile e invisibile che t’infradicia pungendoti la pelle: l’ombrello è inutile, spazzato via dal vento.

In cucina bevo una tazza d’acqua calda con cinque gocce di limone sintetico. Spio le finestre che si accendono sulla sera: ombre ritagliate come diorami dietro i vetri – Una donna già in maniche corte, il corpo arcuato di un gatto che si stira pigro…

 Immagino lo scorrere monotono delle esistenze altrui. Mi capita spesso di costruire castelli di fantasie osservando la spesa che il mio vicino ha messo nel carrello al supermercato, per esempio.

È solo un momento, un contatto visivo nella fila annoiata dei clienti alle casse, e poi le trame delle nostre esistenze riprenderanno totalmente indipendenti. Eppure in quel singolo attimo potrei visualizzare perfettamente i bambini che mangeranno le merendine, o la coppia sposata che butterà una pasta veloce nella pentola del sugo pronto … Cose così, senza importanza.

E adesso il liquido leggermente aspro scorre giù per l’esofago e mi brucia un po’ la gola – segno tangibile che sono ancora viva – e gli edifici si trasformano in giganti muti, colossi di pietra che proteggono praticelli di un verde transgenico. Che strano: sono quasi le otto ed è ancora chiaro, i muri si tingono timidamente di lavanda mentre dappertutto si diffonde l’inconfondibile “odore di cena”. Sento il bisogno di un punto esclamativo per colorare le mie frasi mentali ma c’è un’àncora che cancella gli entusiasmi. Le tortore tubano sul filo in attesa di qualche briciola, un pappagallo brasiliano naturalizzato strilla da qualche parte tra le foglie, in quell’imitazione di campagna tropicale.

L’ultimo sorso bollente mi entra nel naso.

Tossico e sciacquo la ceramica che torna bianca, splendente, decorata con piccoli fiori rosa.
http://youtu.be/qcguxHc4hiU

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