venerdì 25 gennaio 2013
WILLIAM EUGENE SMITH
William Eugene Smith (Wichita, 30 dicembre 1918 – Tucson, 15 ottobre 1978) è stato un fotografo documentarista statunitense.
Cominciò a fotografare giovanissimo, ma degli scatti dell'allora quattordicenne Smith non rimase traccia: fu lui stesso distruggerli anni dopo, giudicandoli troppo scarsi. Qualche anno dopo iniziò a collaborare con il giornale della sua cittadina e, nel 1936, fu ammesso alla Notre Dame University dove un corso di fotografia fu istituito appositamente per il promettente giovane fotografo.
Abbandonata l'università, inizio a collaborare con il settimanale Newsweek, da cui fu allontanato per aver rifiutato di lavorare con le macchine Graphic 4x5.
Nel 1939 viene contattato dalla rivista Life, con cui inizia una collaborazione che lo porterà, nel corso degli anni successivi, a coprire come fotografo di guerra il teatro bellico del Pacifico: alcune delle immagini scattate durante queste operazioni divennero vere e proprie icone della seconda guerra mondiale, e dimostrarono la capacità di Smith di raccontare la storia in fotografia.
Il 23 maggio 1945 venne ferito al volto dall'esplosione di una granata: nei due anni successivi fu costretto a dolorosi interventi e a una lunga riabilitazione, in un periodo in cui si domandò più volte se avrebbe mai ripreso a fotografare. La fotografia "A walk to Paradise Garden" fu la prima realizzata dopo la malattia, e simboleggiò perfettamente la rinascita dell'autore unita alla speranza del mondo dopo il termine del secondo conflitto mondiale.
Negli anni successivi Smith torna a collaborare con Life e realizza alcuni dei reportage più celebri pubblicati dalla rivista americana: su tutti "Spanish Village", in cui è raccontata una cittadina spagnola in pieno franchismo, e "Country Doctor", narrazione fotografica dell'attività di un medico generico nella campagna americana.
Il rapporto con Life finì per deteriorarsi, e con esso - più in generale - crollò la fiducia di Smith verso il sistema dell'informazione americano. Nonostante questo, nel 1971 realizzò uno dei suoi reportage più riusciti, "Minamata", in cui fotografò i tragici effetti dell'inquinamento da mercurio in Giappone.
Grazie all'interessamento di Ansel Adams, ottenne nel 1976 una cattedra all'Università dell'Arizona, ma una grave forma di diabete lo portò prima al coma e successivamente alla morte, che lo colse nel 1978
MAX PECHSTEIN
Dopo aver frequentato la scuola d’arte di Zwickau, dal 1902 al 1906 studiò all’accademia d’arte di Dresda.
Nel 1906 incontrò Erich Heckel, uno dei fondatori del gruppo espressionista Die Brücke (Il Ponte).
Nel 1906 incontrò Erich Heckel, uno dei fondatori del gruppo espressionista Die Brücke (Il Ponte).
Nel 1907 fece un viaggio in Italia, poi visitò Parigi, dove ebbe modo di ammirare da vicino le opere dei Fauves, di Matisse e di Van Gogh.
In questi anni il suo stile cessa di rifarsi all’impressionismo per evolvere verso un espressionismo dal cromatismo acceso ma allo stesso tempo temperato: a differenza di molti altri espressionisti, Pechstein ha uno stile con minore violenza drammatica.Dopo essersi trasferito a Berlino nel 1908, si fece promotore della Nuova Secessione, per poi avvicinarsi al gruppo del Blaue Reiter.
Nel 1913 tornò in Italia per un lungo soggiorno a Firenze e in Liguria e nel 1914 si recò alle isole Palau, nel Pacifico del sud; questo mondo totalmente nuovo, senza le costrizioni delle convenzioni europee, sarà da lui romanticamente idealizzato come un paradiso terrestre.
In questi anni, ispirato dai suoi viaggi, crea i suoi lavori migliori, pieni di violenta sensualità, di fascino per l’esotico e di ideali di comunione con la natura.
Le sue opere tendono a diventare sempre più primitive, in cui la componente decorativa finisce per prevalere su quella puramente emotiva.
Il colore è ricco e modulato, ma più morbido rispetto ad altri pittori espressionisti, ed incorpora spesse linee nere che bloccano le forme in una strana immobilità, carica di stupore e contemplazione.
Negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale si guadagnò un considerevole successo, ottenendo anche numerose commissioni per mosaici e vetrate; nel 1922 fu nominato membro dell’Accademia di Berlino.
In questi anni la sua pittura si fa più naturalistica, senza però raggiungere i picchi artistici e gli slanci emotivi del passato.
Nel 1933, con l’avvento dei nazisti, Pechstein fu destituito dall’Accademia e le sue opere furono rimosse dai musei tedeschi; molte di esse furono mostrate nella mostra d’arte degenerata del 1937.
Dopo la seconda guerra mondiale fu reintegrato all’Accademia.
mercoledì 23 gennaio 2013
SONNO PROFONDO (Banana Yoshimoto)
In quel momento ebbi l’impressione di cogliere tante cose nel colore dei suoi occhi, più cupi del mare, che sembravano guardare l’infinito (p. 25).
Ma anche nei momenti migliori, quando ero con lui, c’era sempre quella tristezza. Chissà perché quel senso d’inspiegabile malinconia non si staccava mai da me, come il pensiero di una luna che brilla lontano mentre m’immergo nel fondo della notte, una notte che mi tinge di blu fino alla punta delle dita (p. 30).
Quando stavo con lui, ero una donna muta (p. 30).
“Mi chiedo perché quando sono a letto con lui, ho questa sensazione d’inverno” (p. 30).→
In quel momento m’immaginavo tutte le cose dolci che forse sarebbero potute nascere tra noi, eppure, non so perché, le immagini che mi venivano erano tutte invernali. […] E in questo c’era già qualcosa di triste (p. 54).
“Almeno per il momento, tu per lui non sei nulla: sei un giudizio sospeso, il bottone premuto su PAUSA, una riserva, un optional (pp. 30-31).
Quella notte in casa di Shiori il silenzio era davvero assoluto. Era come stare dentro a una casa fatta di neve. Il tono lieve della voce di Shiori accentuava la tranquillità (p. 32).
“Chi, io?” […] La domanda parve ruotare sul pavimento debolmente illuminato dalle luci di fuori, e in un attimo il passato, il presente e tutti i miei ricordi si confusero. […] Per un istante tutti i miei ricordi prima di stare con lui, mi sembrarono cancellati (p. 38)
A dormire accanto a qualcuno, vicino fino a diventare la sua ombra, si può finire col riprodurre dentro di sé la sua anima, con l’assorbirne tutte le tenebre. Com’è successo a te che a furia di conoscere i sogni di tante persone, alla fine senza accorgertene eri arrivata a un punto in cui non potevi più tornare indietro, in una situazione così pesante da non aver altra scelta che morire (p. 39).
Il mio sogno […] era un’altra realtà che attirava in modo irresistibile chi la guardava e dove i colori, la prospettiva, le sensazioni erano più veri del vero (p. 42).
In quale lontano strato della notte dove si trovava sua moglie? E il luogo dov’è Shiori sarà in quelle vicinanze? È lì, dove le tenebre devono avere una densità inimmaginabile, che anch’io ogni tanto vago nel sonno? (p. 43).
Il mio nemico, evidentemente, sono io. / Nella mia coscienza che svaniva, ne ebbi la certezza. Il sonno assorbiva la mia forza vitale, soffocandomi dolcemente come una coltre di ovatta. Black-out (p. 45).
Aveva occhi che parevano guardare incredibilmente lontano, grandi e misteriosi (p. 47).
Essere solo una donna che dorme mi faceva così paura che tutto mi si oscurava davanti, ma mi sforzavo di non pensarci (p. 51-52).
Il cielo della sera, di un indaco intenso, sembrava non avere confini (p. 57).
Credo che la forza si stesse impercettibilmente rigenerando dentro di me. Anche se era stata solo una piccola onda, una piccola storia di resurrezione vissuta dal mio cuore provato dalla perdita di un’amica e dalla quotidiana stanchezza di vivere, mi fece pensare a quanto l’uomo sia fondamentalmente sano […] Nell’affrontare il buio che ognuno ha dentro di sé dopo una ferita profonda, distrutta dalla stanchezza, all’improvviso un’energia sconosciuta aveva cominciato a riemergere (p. 57).
Or volevo solo ritrovare un amore vivo, pieno di energia. […] Avrei voluto mettermi di fronte alle cose più disparate, tutte le miriadi di cose che sarebbero arrivate da quel momento in poi, per bloccarle, afferrarle al volo col mio corpo maldestro. […] Nel pensare così, tutto mi sembrò talmente perfetto che le lacrime cominciarono a salirmi pericolosamente agli occhi (p. 58).
Il mio stato d’animo era come una preghiera: “Che tutti i sonni del mondo possano essere pieni di pace” (p. 58).
mercoledì 2 gennaio 2013
KÔHSKU UTA GASSEN - The Red & White Song Battle
L’ulcera di K grida rabbiosa contro gli squallidi trenini di Carlo Conti in diretta da Courmayeur, circondato da starlet in reggiseno e finte brasiliane “cacao meravilhao”.
Disperazione e angoscia dal fondo del suo stomaco.
Tutto l’amore del mondo in quegli occhi così fottutamente blu.
Come as you are /As you were/ As I want you to be.
… Come on baby, light my fire!
«Comunque per conto mio questa non è musica» La critica di Thelma arriva ovattata da dentro il fagotto di flanella di una vestaglia poco cerimoniale.
Stringo la mano di Cassy per non replicare subito con un tono troppo sgarbato. Quando ho acceso il computer percorrendo i perigliosi canali della connessione mobile, lei si è seduta accanto a me seguendo a stento le parole del karaoke che scorrevano sul mio piccolo schermo, sfidando uno Zucchero sempre più etilico e Gigi D’Alessio imbacuccato di pelo catarifrangente.
Sulle note di un rock di fine d’anno, lei è tornata e questa è la nostra personale Kôhaku Uta Gassen, la nostra battaglia canora rossa e bianca per abbattere la bruttezza del mondo.
«I Nirvana e i Doors sono stati fondamentali nella storia della musica perché hanno saputo trasmettere i sentimenti di un’intera generazione»
La risposta alla provocazione non può essere che la compiutezza di un sussidiario e, anche se K non voleva essere considerato un eroe, archivio la vittoria e lo inserisco mentalmente nel mio pantheon mentale.
Intanto provo a immaginare il calore elettrico di un kotatsu e la visita mattutina in un tempio a 9.453 chilometri da qui, dove le luci esplodono in una pioggia di petali di fuoco – i miei desideri legati al filo di un palloncino trasparente…
Ma se i megascreen di Shibuya sono troppo lontani, potremmo almeno salire in macchina e correre a Monte-Carlo per vedere le decorazioni splendenti nei giardini del casinò e le signore in abito da cocktail che scommettono i loro diamanti sul numero tredici, sotto il segno del Serpente Senza Piume. Se fosse solo un sogno, io potrei mangiare polpette lunari di riso e torroncini ricoperti di cioccolato mentre Cassy, con i capelli lunghi e neri scompigliati dal vento, alzerebbe un calice di champagne verso il futuro.
E invece siamo bloccate in una dimensione sbagliata in cui io disseziono con cura millimetrica i tre gamberoni che mi sono concessi dalla freddezza dei numeri, e lei getta un’occhiata distratta alla pornodiva che sculetta in tv nel suo vestitino da cotechino di lamé.
Una preghiera triste mi chiede perché questo luogo così quieto, che era stato un rifugio, oggi porta soltanto malinconia: «Continuo a rivedere i miei genitori seduti in cucina, mia sorella immersa in uno dei suoi noiosi libri di filosofia … Tutto è perduto!» Persino il paesaggio è cambiato: nell’orto, i limoni che d’estate sono di un bel giallo vivo, sembrano vecchi attaccati a una flebo dal letto di un ricovero e sopravvivono all’inverno grazie alla loro buccia dura, livida, arcigna. La fascetta di terreno sotto la strada, punteggiata di sacchetti putridi, si è trasformata in una discarica. I ricordi sono l’unica scintilla nelle pupille spente.
Ascolto Thelma e i suoi amici recitare una litania di acciacchi e penso ai centootto rintocchi delle campane buddhiste. Eccolo, il nuovo anno, sul ponte del Sumida-gawa.
Resisteremo alle tentazioni materiali per raggiungere il paradiso? O magari, più semplicemente, dovremmo arrenderci e assaporare la gioia di un edonismo transitorio? Beh, se questa è la realtà … “Meglio bruciare che spegnersi lentamente”, scrisse una volta un poeta canadese.
“Meglio bruciare che spegnersi lentamente”, scrisse una volta un ragazzo spaventato.
http://youtu.be/wEnwU5UGVYs
http://youtu.be/6O6x_m4zvFs
http://youtu.be/LQ123T3zD2k
mercoledì 26 dicembre 2012
ALFRED STEVENS
Alfred Émile Stevens nacque a Bruxelles, dove fu iniziato alla pittura da François-Joseph Navez, a sua volta allievo di Jacques-Louis David. Stevens fu soprattutto attivo a Parigi, dove si stabilì nel 1844. Iniziò la sua attività dipingendo quadri sulla vita miserabile delle infime classi sociali parigine, finché un suo quadro ("Ciò che viene chiamato vagabondaggio") attirò l'attenzione di Napoleone III che lo vide in occasione dell'Esposizione universale del 1855. Quell'opera spinse l'Imperatore a rivedere il modo con cui l'esercito arrestava i vagabondi, che andava certamente a beneficio dell'immagine dei soldati, ma non di quella dei vagabondi.
Per un certo tempo i suoi temi storici ed il suo gusto per il kitsch orientalista ne fecero un pittore accademico, ma, a partire dal 1860, Stevens cambiò radicalmente soggetti e raggiunse un enorme successo grazie a quadri di giovani donne vestite all'ultima moda, che posavano in eleganti ambienti interni. Le sue scene di interni borghesi lo avvicinarono alla pittura di Henri Gervex, e venne anche soprannominato il "Gerard Terborch" francese per la sua perizia nel riprodurre i dettagli e le stoffe sontuose.
L'Expo di Parigi del 1867 fu per lui un trionfo, anche perché ricevette per l'occasione la Legion d'Onore. Stevens si trovava a suo agio tanto alla corte di Napoleone III e nell'alta società, quanto negli ambienti artistici e "bohemiens" della capitale. Fu amico intimo di Édouard Manet - al quale presentò il mercante d'arte Paul Durand-Ruel - e della sua cerchia di conoscenze: da Edgar Degas a Berthe Morisot, a Charles Baudelaire. Ebbe anche una certa influenza su James Whistler, col quale condivise la passione per le stampe giapponesi.
Dipinse inoltre delle "marine" e dei paesaggi costieri, in uno stile però assai più libero, si direbbe quasi impressionista, prossimo a quello di Eugène Boudin o di Johan Barthold Jongkind.
Negli ultimi anni il suo stile somigliò molto a quello del suo contemporaneo John Singer Sargent. Nel 1886 Stevens pubblicò anche "Impressions sur la peinture", un libro che ebbe una considerevole diffusione, e nel 1900 fu il primo artista vivente a cui fu dedicata una mostra personale presso la "Scuola di Belle arti" di Parigi.
Smise di dipingere dopo il 1890, per ragioni di salute, e morì a Parigi nel 1906 alla rispettabile età di 83 anni.
I suoi quadri sono stati molto popolari anche in America, dove la potente famiglia Vanderbilt ne acquistò diversi. La maggior parte di queste opere, però, rimase comunque in Francia o in Belgio.
martedì 25 dicembre 2012
MAWARU PENGUIN-XMAS
Accendo una candela al lampone. Una lama anestetizza la tristezza di un’apocalisse mancata – “KYUU!” disse il Pinguino Numero Due. Vorrei che qualcuno mi avesse trovato salvandomi dall’oblio.
Sorseggio un tè caldo e nero nella nera solitudine intermittente delle lampadine sull’albero – “KYUU!” disse la piccola Numero Tre, tricottando la sciarpa rosa del Destino.
Annullo il dolore con il rumore di una compilation poco natalizia. – “KYUU! KYUU!” disse Esmeralda, la numero quattro, preparando una biglia esplosiva per cancellarmi la memoria.
Poi miracolosamente il campanello gira trillando, appena udibile tra le onde distorte «Questa sarebbe una canzone d’amore perfetta!» Meg è sulla soglia illuminata.
È un susseguirsi di baci e abbracci e applausi.
Improvvisamente sono circondata di gente e per un attimo non sento il vuoto. Quel vuoto illegittimo, che aspetta in un angolo pronto a strisciare fuori invadendomi.
Nuovi amici, nuovi visi e discorsi animati; ma non ci sono le facce note, il conforto di sapere che il passato esiste ancora, relegato in un cassetto, e che non ha portato solo sofferenza.
Nemmeno Josh è venuto (nome di risacca e voce di fumo).
Eppure ieri sera mi era parso che indicasse proprio me, mentre cantava le antiche canzoni grunge del nostro paleolitico musicale.
Eppure gli avevo anche ricordato l’appuntamento.
Il mio telefono resta in silenzio. Nessun avviso di messaggio in arrivo.
Lascio che una Wiston Light si consumi a metà nel posacenere e apro la porta per fare gli auguri alla foto di K appesa al battente in versione Santa Claus.
Norman e Momoka stanno salendo le scale in una nuvola di tulle e jabots e riempiono la serata della gioia delle visite inaspettate, fluttuando dagli anime da consigliare alle tesi sull’esistenzialismo. Persino il ragazzo di Megami sembra preso come Socrate nell’agorà ateniese, e si accalora parlando del valore filosofico dei fughi, che diventano velenosi se finiscono sotto zero. Di solito LockE è una persona più schiva ma l’effetto folla dello “ultimo shopping” e qualche bicchierino di grappa, sciolgono la lingua e le inibizioni. È piacevole buttar lì una frase ogni tanto e farsi scorrere addosso le parole, ma gli spettri sono sempre pronti a colpire.
«Ti vedo meglio. Due anni fa eri davvero troppo magra!» “Che significa?” “Ti prego Brandon, fermati qui, non aggiungere altro”. D’accordo forse un po’ di tempo fa non avrei resistito a un party per nove ore consecutive, forse non sarei riuscita a sorridere con la costanza di una Monnalisa cyberpunk, ma non so quanto valgono la libertà e tutto il futuro che mi sono giocata.
«Devi fregartene degli specchi e romperli tutti!» Gabriela mi stringe forte contro il suo petto che profuma di cucina e fiori di stoffa. Poi ricomincia a parlare in portoghese con un bimbetto di undici mesi (l’ospite più giovane che abbia mai avuto) – è una cantilena dolce, pioggia armoniosa sul tetto.
Passo leggera tra i tavoli imbanditi. – “Cosa succederebbe se mangiassi un tramezzino vegetale?” “In fondo non contiene grassi animali …” “Cosa succederebbe se …” . – “KYUU! Mi rivolgo a te che non otterrai mai niente dalla vita” disse la Bambina Anatroccolo travestita da Principessa dei Girasoli, sussurrando nella mia testa.
Avrei desiderato un principe che spezzasse le sbarre della mia gabbia d’argento morto. Se questo fosse stato un mondo perfetto, mi avrebbe scelto infilandomi al dito un gettone di plastica da luna park, e io mi sarei addormentata, innocentemente aggrappata al suo collo e sarei partita con lui su di uno splendente cavallo da giostra, appoggiata alle finiture dorate, al bianco vintage del dorso di legno – monotono dondolio di un organetto francese sulla storia che si sfilaccia in petali cremisi.
Visualizzo la mia bestiolina-guida e scivolo. “KY-UUUUUUUUUUUUUUUUUUU!”
Mi scuoto e sono sempre davanti a un buffet estraneo. Azzardo una piroetta visuale per individuare Cassy, persa in un crocchio di donne armate di spumante e convenevoli.
Anch’io adesso sono capace d’indossare una corazza e di calarmi nel ruolo della padrona di casa. Volteggio e afferro il capo di una conversazione sciolta. Posso addirittura pensare che sto bene. E, in effetti, sto bene perché ogni gesto d’attenzione chiude un buco dell’anima, ma qualcosa si strappa in profondità e lascia vedere un oceano oleoso di errori.
“I Love You All”
domenica 9 dicembre 2012
THE GRINCH FROM OUTER SPACE
C’è qualcosa che non va in questo nostro “Rispettare la Tradizione”, perché mi accorgo subito che l’atmosfera è diversa, pesante, malata.
Facendo finta di niente – Sissignore, come se fosse tutto normale – sistemo le decorazioni sull’albero – è un albero finto, di plastica verde, spruzzato di deodorante boschivo, per sembrare più naturale: da anni abbiamo rifiutato la pratica barbara di lasciar morire un vero abete confinandolo in un vaso (aculei secchi che coprivano il pavimento, simili a preghiere inascoltate).
Prima le palline più grandi – al centro e sui lati (le due bianche con la corona di peluche quasi simmetriche, una a destra l’altra a sinistra) ; poi quelle di vetro trasparente, con il filo lungo, da mettere verso il fondo; quindi le più piccole – sulla cima un po’ depressa, abbattuta.
Dove i rami artificiali pendono sul presepe, creo un cielo di stelle e angeli svolazzanti, cercando un equilibrio ideale tra rosso, dorato e argento.
«No, non lì!» la mia voce è appena troppo stridula «Non vedi che non va bene, così?» Cassy prova a piazzare un globo colorato in mezzo alle mie schiere celesti. «No, non vedo. Sto facendo uno sforzo per stare in piedi, ok?»
Il silenzio della consapevolezza esplicita cade sulla colonna sonora natalizia che romba dalle casse cinesi del computer. Fino all’anno scorso ci saremmo divertite insieme, io a cantare e lei a fare i coretti.
«Manca lo scatolone con le luci»
«Manca lo scatolone con le luci»
«Manca lo scatolone con le luci»
«Manca lo scatolone con le luci» …
La ripetizione azzera una frase e la riscrive sullo schermo bianco della memoria.
Serro le labbra e la ignoro.
I tentativi di spensieratezza si sbriciolano mentre giro la chiavetta di un carillon e Silent Night si mescola a Enter Sandman.
Il rito non è compiuto finché non appendo sulla cima l’ultima decorazione, la più povera e tenera. I vari puntali non hanno resistito – ossidati dal tempo, corrosi dalla neve artificiale che usavamo prima del cotone – ma quella minuscola sfera coperta di tessuto giallo ha attraversato la furia sottile dei Natali Passati e si è guadagnata il diritto di segnare il momento, come una bandierina sulla linea del via.
«Mi sento male. Ho la nausea»
«Ok, vai a sederti di là. Ti preparo qualcosa di caldo. Qui finisco io dopo»
L’incantesimo si è spezzato, ma provo lo stesso a recuperare un tono conviviale «Beh, è una bella compilation per la festa di domenica, no?»
(…) Esita «Non è un po’ troppo rumorosa?» L’illusione che Cassy possa davvero tornare si frantuma come uno specchio lanciato per terra: la donna che mi sta davanti, con la schiena poggiata su una pila di cuscini, è innegabilmente D e ha una smorfia amara e un colorito giallognolo che la fa somigliare più al Grinch che a Babbo Natale («Oh-Oh-Oh, Merry Christmas!»).
Mi alzo, per nascondere un tremito che minaccia di diventare pianto.
Accendo la stufa.
Da un po’, da quando il termometro ha cominciato a calare, lei dice di aver freddo e s’intabarra con scialli e coperte.
La osservo sgretolarsi lontano dalla portata delle mie mani gelate e aggiungo il poncho cileno sul piumino, sopra il pigiama di pile, per non dover attaccare il riscaldamento anche nella mia stanza. D’altronde, che altro potrei fare io per ridurre i costi? Il fantasma della Crisi ha aggravato le mie paranoie economiche e adesso mi ritrovo a vivere in continuo scontro tra risparmio e perfezionismo.
Sarà difficile sopravvivere all’inverno. Ammesso che il 21 dicembre il meteorite dei maya non risolva il problema alla radice con la forza cosmica del Giudizio Universale.
Se il Mondo intero non scompare in un cratere, appenderò alla porta di casa un cartello con scritto Survivors – Ad Art Attack, hanno spiegato come tagliare un pezzo di cartone in modo che sembri un’asse scampata al naufragio.
Immagino che già il 20 inizierà una pioggia di messaggini e mail, un rincorrersi affannoso di previsioni mentre gli americani si trincereranno dentro i loro bunker nel giardino di casa. Alla tv, i talk show avranno un display su cui scorre il conto alla rovescia (Meno 9… 8… 7…)
Il 22 ci sveglieremo cambiati: evaporati, trasformati in scarafaggi o in fito-umanoidi mazoniane. O magari con le orecchie a punta e testa oblunga.
Gli orologi si fermeranno e poi riprenderanno il loro ciclo.
Stringo la tazza bollente. Butto giù un sorso di mate rovistando mentalmente tra i possibili argomenti di conversazione, ma le parole hanno perso smalto e riecheggiano vacue, rimbalzando.
Meglio abbandonare qualsiasi accenno e posizionare ancora qualche statuina sullo scenario fisso dei monti di cartapesta. C’è un contadino con delle galline più grosse di lui, quattro re magi con dromedario ed elefante, un Totoro col suo flauto di pan, e una pecora decapitata: vanno tutti verso una sacra famigliola messicana.
A Giuseppe – José per gli amici – manca mezzo cranio. Lo spazio dietro agli occhi è vuoto e riflette il luccichio blu di un foglio stellato.
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