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domenica 9 dicembre 2012

THE GRINCH FROM OUTER SPACE


C’è qualcosa che non va in questo nostro “Rispettare la Tradizione”, perché mi accorgo subito che l’atmosfera è diversa, pesante, malata.

Facendo finta di niente – Sissignore, come se fosse tutto normale – sistemo le decorazioni sull’albero – è un albero finto, di plastica verde, spruzzato di deodorante boschivo, per sembrare più naturale: da anni abbiamo rifiutato la pratica barbara di lasciar morire un vero abete confinandolo in un vaso (aculei secchi che coprivano il pavimento, simili a preghiere inascoltate).

Prima le palline più grandi – al centro e sui lati (le due bianche con la corona di peluche quasi simmetriche, una a destra l’altra a sinistra) ; poi quelle di vetro trasparente, con il filo lungo, da mettere verso il fondo; quindi le più piccole – sulla cima un po’ depressa, abbattuta.

Dove i rami artificiali pendono sul presepe, creo un cielo di stelle e angeli svolazzanti, cercando un equilibrio ideale tra rosso, dorato e argento.

«No, non lì!» la mia voce è appena troppo stridula «Non vedi che non va bene, così?» Cassy prova a piazzare un globo colorato in mezzo alle mie schiere celesti. «No, non vedo. Sto facendo uno sforzo per stare in piedi, ok?»

Il silenzio della consapevolezza esplicita cade sulla colonna sonora natalizia che romba dalle casse cinesi del computer. Fino all’anno scorso ci saremmo divertite insieme, io a cantare e lei a fare i coretti.

«Manca lo scatolone con le luci»

«Manca lo scatolone con le luci»

«Manca lo scatolone con le luci»

«Manca lo scatolone con le luci» …

La ripetizione azzera una frase e la riscrive sullo schermo bianco della memoria.

Serro le labbra e la ignoro.

I tentativi di spensieratezza si sbriciolano mentre giro la chiavetta di un carillon e Silent Night si mescola a Enter Sandman.

Il rito non è compiuto finché non appendo sulla cima l’ultima decorazione, la più povera e tenera. I vari puntali non hanno resistito – ossidati dal tempo, corrosi dalla neve artificiale che usavamo prima del cotone – ma quella minuscola sfera coperta di tessuto giallo ha attraversato la furia sottile dei Natali Passati e si è guadagnata il diritto di segnare il momento, come una bandierina sulla linea del via.

«Mi sento male. Ho la nausea»

«Ok, vai a sederti di là. Ti preparo qualcosa di caldo. Qui finisco io dopo»

L’incantesimo si è spezzato, ma provo lo stesso a recuperare un tono conviviale «Beh, è una bella compilation per la festa di domenica, no?»

(…) Esita «Non è un po’ troppo rumorosa?» L’illusione che Cassy possa davvero tornare si frantuma come uno specchio lanciato per terra: la donna che mi sta davanti, con la schiena poggiata su una pila di cuscini, è innegabilmente D e ha una smorfia amara e un colorito giallognolo che la fa somigliare più al Grinch che a Babbo Natale («Oh-Oh-Oh, Merry Christmas!»).

Mi alzo, per nascondere un tremito che minaccia di diventare pianto.

Accendo la stufa.

Da un po’, da quando il termometro ha cominciato a calare, lei dice di aver freddo e s’intabarra con scialli e coperte.

La osservo sgretolarsi lontano dalla portata delle mie mani gelate e aggiungo il poncho cileno sul piumino, sopra il pigiama di pile, per non dover attaccare il riscaldamento anche nella mia stanza. D’altronde, che altro potrei fare io per ridurre i costi? Il fantasma della Crisi ha aggravato le mie paranoie economiche e adesso mi ritrovo a vivere in continuo scontro tra risparmio e perfezionismo.

Sarà difficile sopravvivere all’inverno. Ammesso che il 21 dicembre il meteorite dei maya non risolva il problema alla radice con la forza cosmica del Giudizio Universale.

Se il Mondo intero non scompare in un cratere, appenderò alla porta di casa un cartello con scritto Survivors – Ad Art Attack, hanno spiegato come tagliare un pezzo di cartone in modo che sembri un’asse scampata al naufragio.

Immagino che già il 20 inizierà una pioggia di messaggini e mail, un rincorrersi affannoso di previsioni mentre gli americani si trincereranno dentro i loro bunker nel giardino di casa. Alla tv, i talk show avranno un display su cui scorre il conto alla rovescia (Meno 9… 8… 7…)

Il 22 ci sveglieremo cambiati: evaporati, trasformati in scarafaggi o in fito-umanoidi mazoniane. O magari con le orecchie a punta e testa oblunga.

Gli orologi si fermeranno e poi riprenderanno il loro ciclo.



Stringo la tazza bollente. Butto giù un sorso di mate rovistando mentalmente tra i possibili argomenti di conversazione, ma le parole hanno perso smalto e riecheggiano vacue, rimbalzando.

Meglio abbandonare qualsiasi accenno e posizionare ancora qualche statuina sullo scenario fisso dei monti di cartapesta. C’è un contadino con delle galline più grosse di lui, quattro re magi con dromedario ed elefante, un Totoro col suo flauto di pan, e una pecora decapitata: vanno tutti verso una sacra famigliola messicana.

A Giuseppe – José per gli amici – manca mezzo cranio. Lo spazio dietro agli occhi è vuoto e riflette il luccichio blu di un foglio stellato.

giovedì 29 novembre 2012

LE RANDEAU DE LA MÉDUSE



Dopo la pioggia, il cielo è slavato e bianco, indifferente come un occhio cieco. La perturbazione Medusa ha lasciato un sole malato.

Pietrificati e sospesi n una bolla di Tempo, corriamo verso il naufragio aspettando la Fine del Mondo su una zattera affollata di cannibali. Riempiamo le strade di lucine natalizie un po’ più fiacche e tristi.



I colori nelle vetrine mi attirano e mi respingono: “Con quel vaporoso golfino chiaro assomiglierei a Hide-sama” Sì certo, se fossi un maschio nipponico piuttosto figo …

Cerco strategie per comprare i regali di rito senza dover accendere un mutuo, passo tra gli scaffali, mi faccio tentare da un libro. È nuovo.

Profuma d’inchiostro fresco di stampa.

Semaforo verde alla cassa 6 /Semaforo rosso alla cassa 2.



Impossibile non pensare all’impeccabile impiegata giapponese che al Consolato scandiva con precisione meccanica i numeri di clienti e sportelli come se annunciasse la tombola.

Allora era tutto più semplice perché ero davvero sola con Me Stessa.

Allora era tutto più difficile perché ero davvero sola con Me Stessa.

Mi guardo intorno.

Appena uscita dal negozio, dovrò correre in bagno.

Quattro porte e l’insegna di McDonald’s lampeggia carica di energia calorica.

Scendo le scale a precipizio verso il traguardo segnato da una donnina stilizzata sulla porta di simil-legno a spinta. Non tolgo nemmeno l’auricolare. Che effetto fa liberarsi con il Duca Bianco che ti canta nell’orecchio? “Ashes to ashes / Funk to Funky … “.

Nel Paese dei Crisantemi, il cinguettio degli uccellini si attiva quando ti siedi sulla tazza e un pannello illustrato ti spiega cortesemente come usare tutti i possibili confort idroriscaldanti. Una strana interpretazione della purezza spinge a nascondere la verità del corpo, un’eleganza aristocratica che mi fa tornare in mente i giardini solitari del Palazzo Imperiale: una cortigiana che scrive con il pennello, una madre che stringe il fazzoletto nel pugno per non mostrare le lacrime, un intellettuale che sistema un mazzo di gigli in un vaso …

La finzione contenuta cancella i sentimenti e le loro ragioni profonde e, per cercare le radici, alcuni si perdono nei paradisi artificiali gestiti dagli psicoterapeuti, trasformandosi in caricature bovine dell’essere umano.



Io mi sono divincolata dalle capsule di monitoraggio e osservo la realtà muovendo lo sguardo verso l’interno buio della coscienza, analizzando il movente d’inattese reazioni chimiche.

Perché la foto di Norman e Momoka – così innegabilmente INSIEME – mi ha turbato?

Per me, la gentilezza dell’amicizia è l’apice di un rapporto, dopodiché – questa volta sì – si apre uno sconosciuto empireo abissale d’impurità non necessarie, talmente indesiderabili da apparire lontane anni luce, come l’ipotesi della riproduzione aliena.

Norman e Momoka.

Adesso è lampante: le stesse passioni, la stessa pettinatura da manga, gli stessi vestiti presi a Harajuku … Eppure c’è qualcosa che mi sfugge …

giovedì 22 novembre 2012

WALKING IN MY SHOES

È confortante uscire in pigiama per andare al mercato, indossando sopra la maglia di flanella il piumino a orsetto che mi ha regalato Altair in quell’ultimo Natale silenzioso.


Ricordo l’atmosfera tesa e strana, e la speciale tenere innaturale che nasce tra due persone che, per non ammettere i propri sbagli, si parlano rivolgendo brevi monosillabi al frigorifero. Adesso non saprei dire come è iniziata la resistenza cocciuta del mutismo, o meglio, non so se valeva davvero la pena di difendere uno stupido baluardo ideologico. «Se è così che vuoi condurre la cosa, perché non ti suicidi subito?» Già, “Continua a passare per le finestre aperte” disse uno scrittore in un hotel del New Hampshire.

«Se tu fossi nata con qualche problema, avrei chiesto di staccare le macchine». A sentirlo, avevo pensato che fosse crudele, ma forse era solo dannatamente realista- Non potevo tollerare che la mia trasparenza da diafana Principessa passasse così inosservata, così fraintesa da sembrare pazzia. “Cosa vuoi da me? Che mi alzi e faccia una giravolta, e poi la faccia un’altra volta?”.

Dopo la riverenza, forse ero arrivata alla fase della penitenza e lui, con quella sua preoccupazione mascherata goffamente da cinismo, credeva che fosse meglio essere odioso e lasciare tutto sulle spalle curve di Cassy piuttosto che guardarmi negli occhi e starmi a sentire.



E allora non vedo nulla di sbagliato nella mia piccola trasandatezza e non mi cambio per uscire a comprare frutta e verdura. E margherite viola per mio padre – anche se in realtà vorrei dei crisantemi giapponesi, gonfi e aperti come damigelle aristocratiche nelle stanze proibite dello Shôgun – e lilium amaranto per K.

Anche lui andava in giro in pigiama, semplicemente per stare più comodo. A chi gli domandava perché fosse sempre imbronciato, rispondeva «Sono sveglio: non è sufficiente?»



Mi fermo dai casalinghi a prendere un pelapatate per sbucciare le fuji che mi servono per sopravvivere: un modo gentile e preciso per strappare la pelle sottile e mettere a nudo la polpa bianca – Ogni analogia con il mio sistematico metodo del dolore fisico è puramente casuale ma estremamente suggestivo.

Come un dio della morte con una mela rossa nelle mani grigie, penso di poter continuare in un assurdo regime di frutti succosi, zucchine, yogurt e poco altro …

Se a tutto questo aggiungete un po’ di curry, avrete la ricetta dell’amore!

Se conoscessi il nome e il volto di quelli che mi hanno fatto del male, li ucciderei in quaranta secondi scrivendo sul mio nero quaderno!



Rievocando la cucina (i suoi odori e le sue implicazioni affettive), guardo l’ora sul cellulare e stringo i pugni contro i manici di plastica dei sacchetti: è tardi ma Cassy non sarà ancora rientrata. Non vale la pena di affrettarsi, però devo ancora fare la doccia e selezionare, nella cascata vomitata dagli armadi, i vestiti da mettere per il lavoro.

Le vetrine del centro sono una sfilata di tentazioni e mi sono ritrovata a fare mille foto a oggetti del desiderio che si allontanano sempre di più man mano che mi ripeto che è meglio aspettare i saldi. Persino un paio di scarpe da donna è comparso in questa galleria di cartamodelli virtuali. La zeppa alta e il colore impossibile mi hanno fatto venire in mente Sylvia: sarebbero perfette per lei mentre probabilmente io sembrerei ridicola e traballante su quelle zattere senza un approdo.



martedì 20 novembre 2012

COLD IS AN ANIMAL

Il freddo è un animale difficile da sconfiggere. Da un giorno all’altro la stessa gente che fino a ieri girava in maniche di camicia prenderà d’assalto i negozi cinesi in cerca di stufette elettriche e trapunte termiche. Necessità che nascono improvvise ogni anno, in congruamente inaspettate.


Cammino tenendo i pugni chiusi sotto il collo ampio del maglione. Stingo le spalle. Il segreto, forse, è mantenere in circolo il calore prodotto dal movimento. Se mi fermo, il vento mi taglia le orecchie sotto la lana morbida del cappello.

Ci sono anche angoli inondati di sole quasi tiepido, come la piazza, brillante per luce polverizzata dell’acqua che ricade convergendo nella vasca, o il marciapiede della farmacia, dove finisce il budello tortuoso del borgo. Messaggi che lampeggiano di verde / blu / verde-verde: OMOGENEIZZATI IN OFFERTA – MISURATORE DI PRESSIONE A 29.90… Segue l’ora che segna il ritmo dei passi. Ho i miei punti di riferimento sparsi sul percorso: l’orologio della stazione (ci vogliono quaranta minuti), il display attaccato sulla facciata vicino alla tabaccheria (ancora venti minuti). Mi affretto, il respiro diventa quasi affanno di fiato concentrato. Una campana, da qualche parte batte sette rintocchi e mezzo e diventa indispensabile arrivare a casa presto.



Presto (Riverbero della mia anima che già al primo eco ha il sapore della ripetizione).

Per preparare le recensioni di questo mese mi sono data una regola che ottimizza i tempi: tutte le andate ruggiscono nel motore un po’ vintage di un Seattle Sond nostalgico e tutti i ritorni sono ovattati di testi islandesi piacevolmente bright pop.



Avrei voluto entrare un attimo da Tiger, con quel suo confortante odore di grande magazzino scandinavo e la sua lieta atmosfera precocemente natalizia. Devo iniziare a cercare dei regali (piccole cose, gadget, decorazioni di ceramica e angioletti con i capelli di paglia e le ali di stoffa).

Chissà se le vie di Copenhagen sono piene dello stesso profumo di fiaba organizzata? Lo chiederò a Chris nella prossima mail.

Da quando si è trasferito ci scriviamo spesso.

Se sei circondato da un perenne biancore o da una perenne tenebra, ti abitui a dormire quando hai sonno, senza guardare il colore del cielo. Ti abitui a convivere con i Mumin – mansuete creature ippo-Troll – nascosti nei boschi di conifere subito oltre il confine di candide città da cartolina. O almeno, io immagino che sia così. Ma penso anche alle micro-punture della neve che ti gela le mani e il naso, e alla follia di andare in bicicletta con dieci gradi sotto zero.

La mia è una mite città di mare, però non è facile restare in equilibrio sul ponte, dove il vento soffia mordendo i sassi del torrente e i gabbiani risalgono lungo il greto con le loro urla stridule e nessun gatto alato a far loro compagnia – tento di seguire per gioco la linea retta dell’ombra del parapetto sul marciapiede ma sono spinta con forza in là, verso le macchine in coda come bestie incolonnate nella steppa.

Nei pressi dello stadio si ammassano i tifosi e i poliziotti all’ingresso della partita. È facile ritrovarsi presi tra le due fazioni, con un vago senso d’inquietudine, come se fluttuasse il sentore di un incidente imminente.

Non ho mai capito come si possa coscientemente desiderare di restare per novanta minuti buoni esposti alle intemperie solo per vedere (da lontano) dei tizi che corrono dietro a un pallone. Parlando antropologicamente, è una rappresentazione ludica dello scontro fra clan, ma trovo più esteticamente poetica la potenza  degli All Blacks, che Una Volta Erano Guerrrieri e ora sono fluidi giocatori del terzo tempo.

Non ho problemi ad attraversare l’alienamento alogeno del tunnel che va dal centro alla mia strana prima periferia, eppure ferma tra un drappello di ultrà e una camionetta delle Forze del Disordine, non so bene di chi avere più paura: da un lato gridano invettive contro l’altra squadra – che forse vincerà o forse no, poco importa – dall’altro un gruppetto di omini Playmobil sta in posa in attesa dei colleghi – una mano sul pacco, una mano sul mitra, un occasionale controllata al tonfa lungo e minacciosamente fallico.

Il semaforo diventa verde, conto le strisce sull’asfalto come le righe di una partitura da imparare a memoria e divento un punto, una nota gregoriana che vibra e si spegne, una fiammella smorzata.

E distinguo già il mio quartiere: la sobria eleganza dei palazzi, la falsa allegria dell’insegna floreale del supermercato con la fila di taxi addormentati.

lunedì 19 novembre 2012

CHANGES The smell of a Little Mermaid

Camminando si notano i sottili cambiamenti della stagione che scivola via: gli abiti pesanti che prendono il posto di quelli leggeri nelle vetrine e la vite americana, che fino a ieri era coperta di rosso dorato, oggi è un insieme sfilacciato e spettrale di tendini vegetali fitti e scuri.


E intanto gli operai – tutti senza casco di protezione – hanno finalmente aperto un varco che passa vicinissimo all’ingresso di una futura stazione della metropolitana. La promessa di quell’utopia tangibile dà un nuovo profumo all’aria di novembre, come il primo regalo di Natale, già incartato con un bel fiocco scarlatto.

Peccato che tra poco sarà quasi impossibile continuare a spostarsi a piedi. Nonostante le temperature miti l’inverno se ne sta acquattato da qualche parte aspettando di sorprenderci alle spalle, scoperti e vestiti di cotone. Per adesso, comunque, non mi dispiace affrontare la strada lucida di una pioggia che non si è vista, pronosticata soltanto dai cartelloni allarmistici della protezione civile. Non apro nemmeno l’ombrello per evitare le timide gocce che cadono a sprazzi, senza vento. Questo non si può chiamare temporale.

Forse il Boss mi riporterà a casa in macchina – vago disagio dentro un bozzolo di radica manageriale, domande che cadono nel buio dei container del porto, a metà tra la curiosità e l’interesse semi-professionale di un uomo che, con uno scarto impercettibile tra le due cose, è passato dalla scienza all’arte. Il passaggio mi farà risparmiare una mezzora sulla mia tabella di marcia fin troppo serrata, e stempererà la convinzione spiacevole di non essere riuscita a concludere niente.



Venerdì sono arrivata a casa in tempo per leggere qualche pagina prima di cena. Sdraiata su un fianco, con il viso a pochi centimetri dalle dita, sentivo l’odore metallico del mio anellino in finto-argento e scorrevo distrattamente le righe mentre il mio cervello elaborava la remota possibilità di addormentarsi in un orario non convenzionale. Avevo voglia di spegnere la luce che mi feriva gli occhi come una lampada da interrogatorio a basso costo. Non volevo pensare più a nulla per una ventina di minuti, mentre il tanto atteso temporale si trasformava in puro fragore contro il vetro della finestra e l’acqua cominciava già a filtrare pigramente sul pavimento del salotto impregnando di “cane-bagnato” il tappeto incastrato sotto il divano – impiegherà giorni ad asciugare, spandendo un lezzo di muffa in tutte le stanze: dovevo ricordare di aprire le imposte appena fossero ricomparsi il sole e l’azzurro.



Bizzarro come le recenti pazzie metereologi che dello scioglimento globale mascherino, in un secondo, la catastrofe con irragionevoli tepori primaverili!



La sveglia sarebbe suonata alle 21.54 per ricordarmi di lavarmi e mettermi il pigiama, per poi preparare tutto il necessario sul tavolino del soggiorno e mangiare di fronte al computer. Mi piace la sensazione di pulito del passarsi la spugna bagnata sul corpo e spruzzare il deodorante sulla pelle umida: Nivea Pearl & Beauty.

«… Che poi che gusto dovrebbero avere le perle?» Il tono di Sylvia era stato ironico, in un lontano giorno di primavera «Al limite sapranno di pesce, no?»

«O di sirena»

Ripenso al passato cercando nello specchio i contorni bluastri di un’ecchimosi spontanea, marchio sanguigno della mia pretesa di nobiltà. Una volta erano più frequenti, in una scala di gradazioni dal verde al nero e ritorno, ma stasera non se ne trovano sull’incerta pienezza di forme che non voglio riconoscere. Non devo giustificare qualche violenza con strane ascendenze da una stirpe acquatica, nessuna sorellina-anemone può riempire il vuoto iperbarico del mio respiro monocorde.

È meglio non riflettere e rifugiarsi nel conforto del sapone idratante, nella famigliarità delle lenzuola disfatte che ormai hanno assunto la piega delle mie curve inesistenti (o troppo evidenti?). Emozioni private accompagnate dal battito del mio cuore di giada – lento e irretito da laccetti di cuoio brunito: a volte desidero che qualcuno entri di soppiatto, volando sulla confusione di roba sparsa per terra, e mi carezzi la testa. Il lunedì, il corpo di Cassy conserva ancora una nota dolce di crema al torroncino, diversa eppure così simile al bouquet di mandorle amare che nasce dai ricci di Ortensia, ogni volta che lei si avvicina per salutarmi sulle scale, all’imbrunire.

http://youtu.be/xMQ0Ryy01yE

domenica 28 ottobre 2012

... "KISS HER, KISS HER" - 21th century warriors

Inciampo nel cassetto aperto. Cado e la tazza piena di tè finisce in frantumi sul pavimento.


«Merda!»

Vorrei che qualcuno venisse a vedere cos’è successo. Vorrei che qualcuno dicesse “Tutto bene?” oppure “Dai, non è niente”.

Come può essere banale il bisogno di tenerezza!



Era successo qualcosa di simile anche quando avevo sorpreso Sylvia con Isao, il suo ragazzo di allora … No beh, più che “sorpresi”, li avevo “sentiti” al di là della porta chiusa della sua stanza … Squittii, risolini, sottomissioni consenzienti … Ero rimasta impietrita e il bicchiere mi era sfuggito in un arcobaleno di plexiglass.

Avrei voluto scappare per non essere fuori posto, ma invece mi ero fermata stupidamente a raccogliere i cocci – sottili schegge di vetro che mi ferivano le mani. Piangevo senza riuscire a fermarmi, senza sapere perché.

È ovvio che io fossi al corrente di quei suoi tentati amori senza troppo futuro, fughe a scadenza illusoriamente non programmata come yogurt lasciati apposta in fondo al frigo; il fatto è che fino a quel momento tutte le fangose storie sul sesso erano state soltanto ipotesi lontane proiettate su uno schermo, niente che potesse intaccare il mio mondo immaginario di pura amicizia, ma alla fine l’impatto doveva arrivare, violento con tutta la sua crudeltà in slow motion …

Quindi avevo tirato su ogni singolo vetro e poi ero andata via pian piano, in silenzio, senza far rumore … Le strade erano affollate della calca faticosa del sabato e il cielo prometteva pioggia mascherandosi dietro a un sole malaticcio.

In alto i gabbiani volavano in stormi disordinati lanciando grida funeste.

Una volta un’amica mi aveva raccontato una storia:

« C’era un uomo circondato da uccelli infuriati e cercava di scacciarli brandendo una katana! Se ne stava là a petto nudo e mulinava la spada in aria come un pazzo! Roba da matti, davvero».



Ho preso la metro, non perché avessi una meta ma solo per il piacere ottuso di scivolare nel buio, dentro la terraanonima. Fissavo le luci alogene delle stazioni cancellandomi i pensieri e registravo appena la presenza incongrua di un Darth Vader in ascesa stellare sulla scala mobile.



Siamo tutti eroi fuori dal tempo.



I cartelli sfrecciavano sconosciuti. Cosa ci facevo io lì, in una città troppo piatta per il mio piccolo cuore agorafobico? Sarebbe stupido pensare che davvero mi aspettassi una storia, perché ammiravo Sylvia con la muta venerazione che si riserva agli esseri superiori.

La sera prima, per il concerto, avevamo dato il meglio e lei brillava di algida gloria meccanica, con la sua giacca maschile su una minigonna ridottissima – i Doc Martinens allacciati fino al ginocchio in una posa marziale. Gli occhi cerchiati di blu pervinca brillavano nell’alternarsi di raggi stroboscopici dal palco mentre il frastuono di una canzone noise elevava il suo profilo sul piedistallo delle dee.

http://youtu.be/fn2UGBns8_E

Non avrei mai potuto sfiorarla. Lo avevo capito da subito, da quando lei aveva smesso di parlarmi direttamente per sfinirmi con attacchi subliminali che mescolavano le ricette francesi di un canale di cucina e le foto patinate di un depliant del supermercato …

In alto i gabbiani volavano in stormi disordinati lanciando grida funeste.

Se fossi stata più sicura di me, se fossi stata normale, avrei seguito il consiglio nascosto in quei versi sgraziati – Gra gra … “kiss her, kiss her” – e forse l’avrei baciata per farla tacere, come in una commedia rosa americana.

Ma potevo solo subire il diluvio d’impossibili bontà culinarie, guardarmi le dita – macchiate di sangue come quelle di una santa incompresa – e correre all’impazzata nel nero di un tunnel, assaggiando il peso della solitudine che mi piombava di nuovo addosso con il sapore nauseante della noia, con l’ipnotismo di un pezzo strumentale distorto, con la faccia sciupata e invecchiata di Kim Gordon.

giovedì 25 ottobre 2012

SEAGULL SCREAMING ...

Reprise: «Non ti senti bene?» disse Ondine dall’altezza vertiginosamente squadrata delle sue parigine di vernice «Vuoi che chiamiamo un taxi? Possiamo sempre metterlo in conto al boss» disse l’acqua sul fondo abissale degli occhi di Béatrice . «Se aspetti ancora un minuto, ti accompagno in autobus» dissero le braccia sottilissime di Jane mentre cadevo nella spirale black-out cerebrale.




Uno strano suono riaccende la mia coscienza fluttuante.

Ancora a occhi chiusi afferro il telefono poggiato sul bidone di latta accanto al letto e mi sforzo di mettere a fuoco. No, lo schermo è nero, spento e silenzioso, ma il rumore continua metallico e stridulo: viene da un punto imprecisato oltre la cornice soleggiata della finestra. Gra Gra Gra i gabbiani volano in formazione disordinata sui tetti, le ali quasi nere contro il cielo e c’è qualcuno che urla dalla strada (Per quante ore ho dormito?).



Una volta Annie mi ha raccontato una scena al limite del surreale.

«L’altro giorno» lampo rasserenante del suo sguardo chiaro «Sulla terrazza qua vicino c’era un uomo circondato da uccelli infuriati e cercava di scacciarli brandendo una katana! Se ne stava là a petto nudo e mulinava la spada in aria come un pazzo! Roba da matti, davvero». Eravamo a casa sua, all’ultimo piano di un palazzo dei vicoli, la città stesa su vari piani fino all’orizzonte – le cupole verdi di rame, le tegole d’ardesia liscia. Tramonto. Lei beveva una birra, affacciata alla ringhiera che dava sul vuoto – incredibile tentazione gravitazionale. Agitava la schiuma bionda nella bottiglia e parlava scuotendo i riccioli color miele.

Era ancora estate e noi ci vedevamo spesso. Preparava tabulé di couscous piccante per sé e mi comprava un vasetto di yogurt greco e una mela smith per cena. Parlavamo, inventavamo futuri possibili e il tempo scorreva e lei cantava una canzone di David Bowie con la sua angolosa pronuncia britannica imparata in un’infanzia londinese. … We can be heroes / just for one day … Già, potevamo essere eroi solo per un giorno …

Ma questo è stato prima, prima che il mondo si mettesse a girare troppo in fretta. Ora tutto è diverso. Ho sentito di recente che i secondini che fanno la ronda lungo le mura del carcere devono portare e caschi speciali per difendersi dagli attacchi degli uccelli, ombre tristi e impazzite, lontani dal mare.

Questo posto non ammette più la poesia. Se qui una gabbianella si credesse un gatto, verrebbe aggredita da un branco di pantegane, nate e cresciute sul greto radioattivo di un torrente pieno di spazzatura e di alghe fluorescenti.

Annie …

Ieri sera sono uscita, cercando un po’ d’aria pulita al di là delle quattro pareti della mia stanza piena di niente. Le serate sono ancora inaspettatamente miti e la strada si è costruita con i miei passi, un nastro lucente come il sentiero che conduce alla città di smeraldo – Tutto ciò che dovevo fare era sbattere tre volte i tacchi e ordinare alle mie Etnies di portarmi dove desideravo.

Volevo andare a trovarla … Sarebbe stato un gesto davvero letterario, così la vita sarebbe diventata racconto … Ma mi sono fermata, ho riflettuto: mi avevano insegnato che non si piomba a casa delle persone senza avvisare e soprattutto non alle otto e mezza, quando i fornelli sono già spenti e si smette la fatica quotidiana di “essere sociali”, quando ormai si è rassegnati all’anestesia del telegiornale ( anche se Annie aveva abolito la tv e lo schermo giaceva spento sul pavimento: le ninfee di Monet appiccicate sul vetro catodico e la cassa dipinta con un pattern zebrato lilla – Paint your life, baby!)

Sarebbe stato bello, sarebbe stato confortante poter almeno telefonare, lasciare una nota sospesa nella quiete di quel mini-monolocale bohemien, per poi riattaccare sentendo la voce all’altro capo di una linea immaginaria.



Sono tornata indietro nella desolazione solitaria dei viali d’autunno. Dovevo contattarla perché dicembre era alle porte e lei sarebbe partita per un tour alla ricerca dei suoi mille amici sparpagliati per l’Europa dal progetto Erasmus, e poi forse si sarebbe concessa una vacanza in qualche esotico paese orientale con spiagge da cartolina («Sai, ho sentito che la Thailandia è fantastica») … E intanto me ne sto immobile, soffocata dalla sabbia della mia clessidra che si esaurice.

http://youtu.be/YYjBQKIOb-w

lunedì 22 ottobre 2012

BAMBINI DI PIETRA - the little red raven

La domenica scorre con insopportabile lentezza e mi arriva il profumo delle cotolette al curry che Cassy sta friggendo per Ortensia, la nostra vicina. Da quanto tempo non sentivo lo sfrigolio nell’olio nella padella e l’odore speziato della farina croccante accanto alla nota delicata del riso basmati!


Stille d’invidia in microgrammi mi circolano veloci nel sangue, dilatando le narici e riempiendo gli occhi di una tristezza pesante … almeno quanto l’annuncio dei biscotti speciali alla cannella, lasciati da parte per una merenda con le amiche. Piccoli dolori della ricerca della perfezione.

Cosa mi aspettavo?

Ieri alla mostra, la magia di lineamenti che emergevano dalla pietra mi ha fatto pensare al disperato bisogno di comunicare qualcosa e, mentre andavo da una sala all’altra affrontando il percorso catartico degli scaloni genovesi, provavo a ignorare la presenza angelicata di Béatrice e Ondine da qualche parte tra le sculture di marmo rosa del Portogallo – volti distorti dalla nostalgia del futuro.

«C’è chi ha la fortuna di nascere bella e chi deve combattere per essere un po’ meno orrida» Sorridevo, ma nell’autoironia sentivo il sapore amarognolo della sconfitta. Non importa. Mi girava un po’ la testa e forse avrei potuto svenire strategicamente ai piedi di un artista coreano per farmi soccorrere con un sorso d’acqua – perché lo zucchero è stato esiliato dai miei orizzonti papillari.

No, troppa sfacciata sicurezza non fa per me. Preferisco il balsamo dolce delle lodi «Complimenti, complimenti: un ottimo testo. Bello, davvero.» Erano gli invitati che si materializzano sempre nel microcosmo degli “eventi culturali”.

Mi serviva un momento.

Mi sono chiusa in ufficio e ho acceso il bollitore pregustando il conforto di tè verde bollente. Vacillavo e Jane mi sosteneva con le sue braccia sottili. Pantaloni neri attillati, dolcevita a costine, un filo d’ombretto e i capelli tagliati di fresco «Non ti senti bene? Vuoi che chiamiamo un taxi? Possiamo sempre metterlo in conto al boss». Maledette paranoie economiche! Le sue parole mi arrivavano ovattate come un soffio, come il suono della pioggia d’estate in un boschetto di bambù – rin-rin: gocce che cadono sul verde brillante e liscio. «Se aspetti ancora un minuto, ti accompagno in autobus».

Sono tornata a casa quando il buio era già compatto e definitivo.

Mi sono sdraiata spegnendo il cervello (e il cellulare).

Il cuore rallentava tremando: un corvo rosso esposto nella fragilità della cassa toracica.

Cercavo il filo del racconto nelle pagine di un romanzo cinese, ma lo sguardo saltava tra le righe confuse e il corpo s’intorpidiva nel gusto appiccicoso dei cinquecento tagli di un boia professionista. Persino uccidere bene è un atto di rispetto nei confronti della vittima.

Sono una Fenice incompleta, rinata mille volte dalle ceneri. Prometea senza fegato in attesa del supplizio.

venerdì 19 ottobre 2012

LA BAMBINA CON GLI OCCHIALI - A yôkai in my kitchen

«Ti sei ferita, in cucina?» mi ha chiesto Cassy «C’erano un sacco di goccioline di sangue per terra»


Il profumo di “ Fresca Primavera” conferma una pulizia tardiva, uno straccio ancora bagnato in un angolo. Io stavo bene, nessun taglio sulla pelle bianca. Il gatto – “Cheshire” scritto in caratteri semi-evanesceenti sulla piastrina – aveva rovesciato una pentola sui fornelli, ma non si era fatto male e anche lo smalto rosso era rovinosamente intatto.

Da qualche giorno avevo persino messo via il “kit per il successo”, i miei attrezzi da fuochista per fiori scarlatti da disegnare sui polsi. Quando li osservavo, mi sentivo Vanessa Paradis legata al target del domatore di coltelli. Li avevo sistemati dentro a un astuccio di vernice blu con un pierrot aggrappato alla luna: tutto l’occorrente per scacciare il dolore.

«Forse c’è uno yôkai in casa.» Già, uno spirito ...

Una coppetta di ceramica per il tè che corre per le stanze per avvertire di una disgrazia imminente. Difficile credere in un periodo troppo positivo … Pare che io e Cassy siamo destinate a soffrire ma in silenzio – mi raccomando.

Sempre per cose minime che restano addosso come microfratture – cosa vedrebbe dio se potesse farmi una radiografia all’anima?

Magari nel futuro inventeranno un paio di occhiali per percepire la vera natura delle persone, il livello spirituale delle lenti per spiare sotto i vestiti delle pin up. Nel frattempo potrei comprare dei Ray Ban di plastica. Con la garanzia economica di una vista non polarizzata, sarò più neutrale in questa popolosa Terra di Nessuno. Scendo al mercato per provare i modelli allineati su un banchetto indo-musulmano ...

Il viso nascosto da una grande montatura da diva.

Alla fine tentenno e guardo il cielo carico di nuvole gravide: «Intanto prendo un ombrello».

Ho gli occhi gonfi, annaspo in un pantano e mi sembra di aver pianto tutto il giorno, anche se non ho versato nemmeno una lacrima … Ho l’impressione che, se non mi liberassi di questo peso mi verrebbe un’infezione di muco verde che, premendo nelle orecchie si trasformerebbe in un fluido salato e appiccicoso; ma ho anche paura. Paura che se dessi sfogo alla frustrazione, inonderei la mia camera con uno stagno in cui naufragare insieme a un topo, un dodo e altri strani animali, vero Alissa?

Ricorro a te quando sono sola.

Ricorro a te quando sono stanca di essere me stessa.

Ricorro a te quando ho bisogno di risposte.

Ora dimmi, quale tragedia annunciano le giravolte pazze della tazzina animata?



00.02 Faccio l’inventario delle mie disattenzioni. E ogni respiro allunga lista.

Potrei cercare nella lama calda un po’ di sollievo, potrei tagliare in superficie, sotto l’orbita. Somiglierei a una Vergine miracolosa, in piedi davanti allo specchio – click. Una polaroid da usare come santino per i prossimi auguri di Natale, se il mondo non finisce prima. Ci sono ragazze che s’incidono il viso in un rito di passaggio, ci sono quelle che vengono fregiate, ci sono quelle che per tutta la vita sono considerate oggetti. Non sono mai stata picchiata: niente lividi da giustificare a scuola dicendo di essere una sirena malata d’inquinamento, nessun segno d’amore deviante, solo la metafora perfetta di una Stockholm Syndrome platonica che mi sfiorava in punta di pensiero, perché io sono sempre stata l’ultima salvezza dopo la deriva. La mia rabbia non ha mai avuto diritto di cittadinanza e la solitudine è lentamente diventata la mia foresta personale, la mia norwegian wood piena di deboli fiammelle da accendere ai ricordi estinti.



domenica 14 ottobre 2012

THE LIZARD QUEEN in a dollhouse


20:08

Passo nella luce alogena di un bancomat, e la telecamera registra la mia presenza – click. La polizia potrebbe usare il filmato, se mai succedesse qualcosa in questo buio troppo periferico. Eppure io sono qui e non ci sono già più – Tutto scorre: Panta Rei. Il mio spirito si sdoppia in un’esperienza extracorporea e rimango indietro.

Una bambina continua a camminare verso il silos-parcheggio sotto lo sguardo di pietra di Thomas Alva Edison.

Credo si chiami Alissa.

Prosegue quasi volando, come se cogliesse dei fiori dal marciapiede di cemento, e canta con il tono distorto dei fantasmi … But first, are you experienced? Have you ever been experienced? Well, I have …: è un ologramma della Psychic TV che splende contro l’oscurità.

In quella forma eterea posso giocare a essere una principessa vestita di organza.

Posso fingere di non essere stata abbandonata.

Posso riavvolgere il tempo.

Da qualche parte arrivano i bagliori catodici di un telegiornale e una voce in off riferisce di un ragazzino trascinato via come un agnellino al macello. Lo porteranno in un istituto perché possa “decantare”. E la sua rabbia crescerà con la paura, fino a riempire di mostri tutti gli armadi. Anche lui vorrebbe scappare per tornare indietro – ci devono essere stati dei giorni felici da qualche parte, sepolti nella memoria – a quando non era ancora una cosa, una merce di scambio in un gioco di potere. Per me non è mai stato così, vero Alissa?

C’era calore nel nostro strano tipo di famiglia e se Altair entravain soggiorno, pareva che non se ne fosse mai andato, con il suo odore di sale e tabacco: sapore di porti lontani. Si sedeva in poltrona e mi raccontava le avventure di Ulisse mentre Daria  preparava qualcosa in cucina.

Una volta mi aveva portato una bambola, e sulla stoffa bianca c’era scritto il mio nome con un pennarello. A leggerlo piano aveva la delicatezza di una sinfonia primaverile: sono rinata in maggio, Mio Capitano.

Portavano in tavola il vassoio – caffettiera, zucchero, latte e tre tazzine di porcellana con il bordo dorato delle grandi occasioni – e anch’io bevevo due dita di caffè allungato con l’acqua; poi mi alzavo e recitavo parole in un inglese inventato, in modo che lui fosse fiero di me

Tutto solo perché fosse fiero di me – ma chi è nostro padre, la persona che ci conquista o quella che si prende cura di noi?

Absence disembodies – so does Death /Hiding individuals from the Earth /Superstition helps, as well as love – / Tenderness decreases as we prove –

Armonia triste, fuori luogo sulla bocca di una bimba. Forse

L’avevo sentita una sera passando per il parco. Una ragazza declamava con la convinzione di un’eroina nefritica arrampicata sull’intelaiatura metallica dei cubi colorati – un papavero rosso tra i capelli. Pur senza capirle, quelle parole mi erano restate dentro come una musica perfetta …

Arrivavo alla fine e loro mi applaudivano.



Ignoravamo la solitudine e costruivamo la nostra preziosa casa di bambole.



Ma capitava che Daria dicesse qualche frase che spezzava il sigillo: «Non fate rumore che svegliate la piccola» ci sgridava. E calava un silenzio pesante perché sapevamo benissimo che l’altra stanza era vuota.



Adesso mi chiedo cosa avrebbero fatto loro se mi avessero perso, come avrebbero reagito se un uomo avesse spinto la mia madre  giù dall’autobus per strapparmi dalle sue braccia. E se io fossi semplicemente scomparsa nell’abbondanza plastificata di un centro commerciale, magari ingoiata dalle palline di gomma del kindergarten? Sarei diventata eterna: un’altra lacuna da spiegare, un’illusione spezzata – l’accessorio mancante della felicità.

Per questo esiste Alissa.

Mi sfiora con le sue dita di brezza e si riaddormenta nella mia coscienza mentre apro gli occhi e intorno a me la notte si è fatta un po’ più nera.

Non c’è più nessuno in giro, anche il pakistano che da mesi suona il tamburo nel tunnel vicino alla stazione dev’essere andato via da un pezzo. È ora di tornare a casa ma devo abituare la vista a quella distesa di Nulla prefabbricato. Un’insegna lampeggiante esala i suoi ultimi watt.

Sbatto le palpebre.

Sul muro di fronte, mi appare una lucertola, bianca di fibre fluorescenti, e subito corre a nascondendosi nel regno dell’invisibile.

… Era un sogno? Mostrerò al mondo il mio marchio ereditato alla nascita, il tatuaggio che si muove sulla pelle.

I’m the Lizard Queen / I can do anything.

http://youtu.be/HgI6CMdlHM0

giovedì 11 ottobre 2012

B-PICTURES

Quando cade la polvere, alcuni la spazzano via con un semplice gesto della mano, altri invece ci finiscono dentro. ZHE CHEN




Ancora e ancora … da una settimana questi piccoli fiori rossi sono l’unico modo per tenermi ancorata e ben salda alla realtà, una via di fuga che mi consente di resistere alla nausea. Si potrebbe chiamare solitudine, forse il DSM la inserirebbe facilmente in una delle sue caselline prestampate. Non importa, per adesso ho solo bisogno di due minuti di bruciore che mi facciano dimenticare, please.

Dopo giorni, la pelle è ulcerata, di un arancione quasi trasparente sul bianco pallido del polso. Alcuni pensaranno a un impulso suicida deviato per errore, ma non è questo.

Cerco un bracciale di borchie da metterci sopra perché il ferro prema sulle croste ancora troppo fragili.

Scelgo quello che mi ha portato Megami da Londra, quand’eravamo bambine … nell’epoca gloriosa in cui per procurarti delle punte super-killer dovevi arrivare almeno fino a Milano e ogni ritrovamento era una conquista da mostrare con un orgoglio accompagnato da mille aneddoti avventurosi. Oggi basta andare in un qualsiasi negozio che vende piercing per sentirsi alternativa in mezzo a una vasta esposizione di spunzoni da tortura.

Il cuoio del cinturino nero è un po’ consumato. Stringo la cinghia fino all’ultimo buco e il freddo del contatto si annulla nel calore della ferita riaperta. Magari dovrei rinunciare a questo martirio da anacoreta e regalarmi il morbido sollievo di una polsiera di spugna (Sapevate che in portoghese “mórbido” significa “morboso”? Assimilate l’informazione e fatela girare nella vostra mente). Quand’è che io e Megami siamo cambiate? Nell’estate dei nostri diciassette anni eravamo state in vacanza insieme– le nostre mani allacciate sul bracciolo del sedile sul pullman, le braccia identiche cariche di cianfrusaglie di plastica erano la promessa di un solo futuro. Poi qualcosa si è rotto sull’asse del tempo e ci siamo ritrovate sbalzate in due mondi paralleli.



Leggins fucsia sotto un vestito un po’ troppo corto, calze coperte di stelline luminose.

Cammino per strada ostentando una sicurezza che non ho più da mesi. Mi fermo di fronte alle vetrine guardando cose che non mi comprerò, solo per spiare il mio riflesso stampato in sovraimpressione in un angolo del vetro. Un maglione verde attira la mia attenzione: è corto e voluminoso e mi fa pensare a Irma la Dolce, la ragazza di quel vecchio film di Billy Wider (da quanto non ridevo di gusto davanti alla tv?), ma la modella della foto ha qualcosa di sbagliato. Ha una pettinatura improbabile, a metà fra Morticia Addams e Marge Simpson, e occhi troppo grandi, anche se le hanno detto di sembrare seducente o aggressiva o non so che altro. La osservo in tutta la banalità di un megaposter pubblicitario. La trovo oscena. Disperata. Mi chiedo perché il mainstream accetti quell’esposizione indecente e poi condanni chi svela segreti scomodi. Ripenso al caso di quella ballerina della Scala licenziata per aver parlato di Anoressia – proprio così, con un’intonazione maiuscola – Ero andata a una conferenza per ascoltare la sua storia ma ora il profilo delicato da Fata Lina si sovrappone a quello di una ragazza seduta per terra in terza fila: pantaloni marroni, i piedi tesi come se stesse provando un esercizio. I capelli color miele raccolti in uno chignon con una retina la facevano risplendere di luce dorata. In un angolo del mio cuore avevo deciso che l’avrei chiamata Tinker Bell e che sarebbe stata la mia Musa del Coraggio.

http://youtu.be/itHZ8P5icSw

domenica 7 ottobre 2012

THE RINGER UPSODE DOWN

http://www.youtube.com/watch?v=MJRIY9U4zhQ

Il poeta è un fingitore / Finge tanto completamente / Che giunge a fingere che è dolore / Il dolore che davvero sente.




Emergo dal mio secondo sonno alle 10.33.

Mi sento la testa pesante come un blocco di marmo con al centro un nido di vespe, come i volti di down di marmo decostruiti dallo scultore coreano che ho recensito ieri: espressioni pacifiche di Divinità della Fortuna dell’era post-Matrix, visi in cui si aprono vuoti impossibili da colmare.

Il terzo occhio è stato cavato per sempre.

E poi ci sono le figure sdraiate di un altro artista, con tutta la loro placida calma zen. Ho l’impressione che questi siano i due poli di uno stesso discorso, come in quel film in cui il ragazzo che entrava nelle case disabitate impara l’invisibilità nella concentrazione delle arti marziali.

Rimango immobile per qualche minuto, a occhi chiusi, cercando di orientarmi nell’alveo infinito del letto.



La mano destra su cuore – spasmi lenti e densi come se tutte le parole che non sono ancora riuscita a scrivere si accalcassero in un’aura di polvere intorno al muscolo tremante. Provo a tracciare un contorno delicato chiudendo leggermente le dita – Appena l’otto per cento dei pazienti sopravvive per più di un mese dopo una rianimazione cardiopolmonare. Di questi solo il tre per cento potrà svolgere una vita quasi normale.

La mano sinistra su un fianco. Tasto la sporgenza aguzza che dovrebbe essere il bacino. Una volta ero trasparente come una radiografia. Poi mi hanno costretto ad accettare centinaia di minuscoli compromessi. Una lista interminabile di piccoli passi che includono colpe quasi inconfessabili, e piatti che di certo non compaiono nel Manuale della Brava Anoressica (di prossima pubblicazione).

Se mi metto seduta, dopo un po’ il coccige comincia a farmi male – Al tramonto mi crescerà una coda da Marsupilami.



Camminare in centro all’ora di pranzo è una tortura di odori e sapori irraggiungibili. Come fa la gente a passeggiare addentando un kebab? Come si fa a chiacchierare disinvolte mentre si lecca un gelato? Potrei fermarmi in un panificio e rompere le catene, potrei entrare in una pasticceria e ordinare come se niente fosse. Non arriverò mai a tanto ma ho i miei segreti da non rivelare a nessuno, come un prestigiatore di Las Vegas … Il poeta è un fingitore …



Le mie notti si sono notevolmente accorciate. Tre ore di sonno dall’1.20 alle 4.45 poi la sveglia, il caffè e un anime con sottotitoli in inglese (Appunti nell’apposito file sugli spiriti giapponesi) e venti pagine di un romanzo che cadono come gocce di mercurio sulla coscienza ancora annebbiata.

Ogni due-tre ore, dovrei fare una pausa.

Oggi ho acceso la TV. Dopo un po’ di anni, le facce passano da un telefilm all’altro ed è come ritrovare una vecchia foto di famiglia: la scena ha qualcosa di rassicurante, ma certi attori restano troppo legati ai loro ruoli e, guardando un episodio di The Ringer ti aspetti che da un momento all’altro Sarah Michelle Gellar tiri fuori un’arma da cacciatrice di vampiri. Il suo corpicino biondo non mi convince del tutto, ma va bene come diversivo, giusto per distrarsi un po’.





sabato 6 ottobre 2012

SAINT SEBASTIAN'S SPELLS


Ottobre.

Credo di aver visto le prime foglie diventare rosse sugli alberi, ma nel verde generale hanno un aspetto sciatto e marcio, nemmeno paragonabile alla sobria eleganza dei momiji nel giardino di una casa da tè. Anche i giacinti comprati da Cassy hanno un che di deprimente.

Appena sbocciati, sono stati trasferiti in vasi più grandi e legati stretti a paletti di sostegno, cercando di tener ben dritta la loro monumentale armatura floreale.

Un tripudio, uno spreco ingiustificato di magnificenza botanica costretta e impettita.

Sono condannati in attesa dell’esecuzione (Muchos años después, frente al pelotón de fusilamiento, el coronel Aureliano Buendía había de recordar aquella tarde remota en que su padre lo llevó a conocer el hielo). “Devo fotografarli” ho pensato ammirando la stoica resistenza degli steli – comici spaventati guerrieri, Santi trafitti dai dardi, piccoli Don Quijote con il fiero Elmo di Mambrino.

Teneri boccioli nel mattino,

Esuberanza di corolle bianco viola nel pomeriggio.

Tragico collasso la sera.

Pare la sintesi di una vita minuscola: tre scatti a colori in successione. Con un click vario la luminosità e il contrasto delle immagini e poi resto ferma sulle mattonelle di cotto della cucina con l’improvvisa voglia di ascoltare una voce stridula che canta di diversità luccicanti e solitarie.

Se ora gettassi un’occhiata oltre il davanzale, il cielo non sarebbe azzurro.

Ho l’impressione di aver dimenticato da qualche parte l’incubo che ho fatto ieri, intrappolato nelle ombre del dormiveglia e in forndo devo valere proprio poco se sono sempre qui sola. Nel Vuoto.

Ho un solo modo per sciogliere la maledizione.



 La lama è tiepida e confortante sulla pelle – Questo è sbagliato (Since I was born I started to decay /

Now nothing ever ever goes my way).

 Strappo delicatamente la protezione di piastrine agglomerate – è curioso che vista da fuori questa pellicola sembri molto più resistente: sarà l’influenza di certi cartoni animati sul corpo umano che ti mostravano un affastellarsi volenteroso di grassi ometti rossi impegnati a chiudere le falle, tentando di evitare il naufragio. – È come se mi fosse rimasta solo la dolcezza di questa cieca routine (It's so relieving to know that you're leaving as soon as you get paid )

 Richiamo il primo fiore di fuoco – mi piacerebbe usare il giapponese, con l’espressione così poetica delle sue pirotecniche esplosioni vegetali ma … mi sono stancata della Poesia e non pretendo di salvare nessuno (tanto meno me stessa).

 Gocce rosse sul candore del fazzoletto, come haiku ricamati sulla carta assorbente – Non è moralmente accettabile ma ha una sua poesia, e qualcuno dovrà pur scrivere di questa Primavera Imperfetta.

 Applico un cerotto – striscia di plastica con sopra stampata la faccia assonnata di Gintoki Sakata: anima d’argento e palle d’oro.





Come un petardo difettoso, giro, fremo, scoppietto per la casa. Salto sulla poltrona, mi arrampico e cado rincantucciata sul sedile.

Torno nel grembo protettivo di una madre.

Abbasso le palpebre e intorno si fa buio, ma sono così stordita da non riuscire a dormire.

Avrei bisogno di un momento, un momento soltanto per capire se sono io a sognare il Re degli Scacchi o se è lui a sognare me.

Resto immobile.

Prima o poi qualcuno verrà ad accarezzarmi i capelli, a calmare i miei pensieri in Tempesta.

E allora potrò finalmente staccare la spina.

http://www.youtube.com/watch?v=FYQhM4WoSeY

lunedì 1 ottobre 2012

OPEN LOCKS

Ogni riferimento a persone e fatti reali NON è puramente casuale. Spero che nessuno si senta infastidito dalla sincerità.




REPRISE: Ortensia è la persona più simile a quest’idea di maternità casalinga. Ortensia, con un nome che ricorda le schiere di zie incrociate dei romanzi latinoamericani, ha sacrificato quasi tutto alla ricerca di un caldo nucleo famigliare, esprimendosi solo con la morbidezza dei suoi abbracci e le sfumature delle sue matite che sanno disegnare donne forti come un sogno, trasparenti e floride come decorazioni di Mucha.

Ho l’impressione che Cassidaria sia un po’ gelosa: non di lei ma dell’immagine che io ho costruito intorno a lei. Credo, cioè, che la ferisca non essere parte di quel quadro rassicurante che profuma di sapone alla mandorla, di cucina e di torta paradiso.



«Anch’io avevo cominciato a non mangiare» disse la bella figlia del primario di chirurgia, commentando senza sapere. Durante l’ora di educazione fisica indossava una maglietta dei Nirvana perché il bambino di Nevermind era “tanto carino!” «Ma poi la mamma ha iniziato a prepararmi tutti i miei piatti preferiti e allora non ho saputo resistere». Rideva, in un copia incolla di opinioni lette su Vogue: impossibile che ci fosse qualcosa di davvero personale (Spring is here again / Reproductive glands). Eravamo al liceo e si finiva immancabilmente a parlare di ragazzi. E mentre Rose e Iris raccontavano a bassa voce dettagli pieni di fango, io me ne stavo in un angolo con Megami.

A quell’epoca lei era “la mia persona”, la mia “anima gemella”, la mia “sorella cosmica”: nessun dubbio che sarebbe stato così per sempre.

Per cui, quando aveva cominciato a uscire con Demian avevo avuto sul serio paura di perderla. Pensavo che si sarebbe allontanata, che mi avrebbe lasciato da sola (la tipa sfigata nascosta nell’ombra), ma non è stato così, o almeno non così traumatico. Andavamo in giro in tre, passeggiavamo sui monti cantando canzoni stonate e fermandoci a fotografare le lumache che ciondolavano sugli steli ancora verdi, pronte a diventare dolci cuccioli da compagnia per ragazzini sbandati, o i corvi scuri sul marmo muschioso di angeli abbandonati sul retro di una chiesa. Cercavamo lucchetti dimenticati aperti, appesi a cancelli di legno fatiscenti e rubavamo frutti maturi dagli alberi, come se gli orti incolti di Messer Bastoncello fossero già senza padrone.

Non ricordo tensione tra noi e ora mi rendo conto che forse, se il mio percorso fosse stato meno rannuvolato, saremmo arrivati a un destino triangolare in stile Luminal (perché ancora adesso, pur avendo letto migliaia di libri sull’Amore e altri Demoni, credo che quello sia il vero romanticismo). Anzi, probabilmente avremmo smerigliato gli angoli più acuti per cercare il calore del quadrato, rassicurante come una stanza nella quale rifugiarci: io, Megami, Demian e Iris.

Ero felice.

Anche se capivo che c’erano spazi grigi e timidi fuochi fatui di cui Meg non mi parlava, per pudore o per delicatezza …

Ero felice?



Poi tutto è svanito, come un sogno interrotto bruscamente dalla sveglia.

Lui se n’era andato. «Meglio tenerlo lontano per un po’» I genitori s’interrogavano inquieti sulla quieta ribellione del figlio. Meg aveva iniziato l’università e si era trasferita in un appartamento bohémien con Iris e a loro amico regista, sempre chiuso in una stanza nera / rosa (dark / glam). Lentamente, senza accorgercene ci siamo diversificate, come due organismi in grado di crescere da soli dopo un lungo periodo di simbiosi. Ci sentivamo spesso, ma eravamo cambiate, ognuna con il suo modesto abisso quotidiano.

Di Iris non ho più saputo nulla ma conservo ancora una sua foto. È con il suo ragazzo di allora. Lui le solleva il mento e bacia la sua bocca alla ciliegia – in primo piano unghie laccate sulla pelle pallida. In quello scatto c’è la passione e il dominio, o qualcosa che dovrebbe somigliare all’Amore e poco importa se poi Demian è scappato per sempre e quasi definitivamente su un altro pianeta. Non quello marginale e disperato che gli adulti temevano tanto ma quello controllato e rassicurante della famiglia. Mi hanno riferito che sta bene e che si è addirittura sposato ma non ha rinnegato il passato, la musica e l’arte di restare in equilibrio sul filo del Destino.

http://www.youtube.com/watch?v=QKjSTugOAAA

sabato 29 settembre 2012

I MELONPAN DI MUCHA






Ecco arriva l’alba. So che è qui per me, meraviglioso come a volte ciò che sembra non è.




4.45 L’allarme del cellulare comincia a trillare con la sua allegria fuori luogo, quando il buio oltre la finestra semiaperta è ancora troppo fitto.

Apro gli occhi come un robot che deve oliare gli ingranaggi prima di funzionare e mi colpisce di nuovo, netta, la voglia di una colazione “normale” (con una brioche calda e un caffè macchiato alla cannella). Ogni tanto mi capita: mi alzo con la sicurezza che sia il giorno buono, pensando che potrei anche uscire e cercare un bar o un forno aperto e fregarmene di tutte le paure, e dei numeri, e delle conseguenze, e delle seghe mentali.

Poi però l’impulso torna indietro. Forse Eloisa, con i suoi turni di notte per le strade della città addormentata, saprebbe dirmi dove trovare un posto per comprare qualcosa di dolce a quell’ora impossibile, ma mi pare davvero complicato: telefonare, superare gli imbarazzi del segreto svelato, chiedere, magari farmi accompagnare …

No, faccio scaldare l’acqua nel bollitore, peso il Nescafé e intanto m’illudo che se fossi in Giappone sarebbe più semplice.

Nell’estate delle piogge, arrivavo al Lawson’s infondo alla strada, ancora in pigiama, e prendevo una bottiglietta di tè e un onigiri (splendido cosa ti consenta di fare un involucro con delle rassicuranti cifre stampate sopra!) e tornavo alla mia stanzetta per prepararmi ad affrontare la giornata. Dal lunedì al venerdì salivo sulla metropolitana fino a Gotanda ed entravo al Consulado Geral do Brasil per le mie interviste; il sabato mi dedicavo a qualche faccenda domestica con la goffaggine di una single che non ha mai caricato una lavatrice e improvvisamente assapora la soddisfazione di svelare il mistero di una lavanderia a gettoni e scopre la formula magica per la raccolta differenziata dei rifiuti.

Adesso, mangiando una fetta di melone maturo, rivedo gli scaffali del konbini pieni di merendine e di melonpan soffici e coperti di biscotto fruttato. Se fossi là, potrei trovare il coraggio. Per precauzione, rimarrei fuori con il mio bottino, accanto ai cestini di metallo con l’imboccatura cerchiata di rosso / verde /blu. Così potrei tornare dentro nel caso che la crisi di rigetto fosse troppo violenta. Le due commesse erano diventate come vice-mamme per me, uccellino smarrito nella grande metropoli. Avevo imparato a cinguettare una frase che avrebbe dovuto suonare tipo: «Susi, non posso mangiare né zuccheri né carne. Questo va bene?». In cento occasioni mi avevano aiutato a uscire quasi indenne da un’intricata foresta di segni.

L’8 maggio, avevo tentato di spedire un biglietto d’auguri dall’Italia, ma nemmeno i volenterosi postini nipponici erano riusciti a decifrare il mio concetto d’indirizzo creativo scarabocchiato sul retro della busta; la lettera era tristemente tornata al mittente sfregiata da un timbro, sigillata da un fuuin

Come se mi avessero restituito i miei demoni, senza appello.

Da quel giorno sono stata di nuovo sola e mi sono resa conto che non avevo mai domandato il nome alle due donne che mi avevano salvato, con la cortesia della loro educazione endemica e la calma della loro divisa a strisce biancazzurre. Se avessi tirato a indovinare, la più giovane sarebbe stata Noriko (che può scrivere con l’ideogramma di “occupato” o con quello di “carità”).

Lei e Shizu passavano la vita in una stanza illuminata di biancore artificiale e sistemavano le confezioni sulle scansie ordinate, in un turno infinito. Ma mi sembrava di vederle trascorrere il giorno libero (perché un giorno libero doveva pur esistere) a tagliare wüstel a forma di polpo sorridente da mettere nel bentô.

Ortensia è la persona più simile a quest’idea di maternità casalinga. Ortensia, con un nome che ricorda le schiere di zie incrociate dei romanzi latinoamericani, ha sacrificato quasi tutto alla ricerca di un caldo nucleo famigliare, esprimendosi solo con la morbidezza dei suoi abbracci e le sfumature delle sue matite che sanno disegnare donne forti come un sogno, trasparenti e floride come decorazioni di Mucha.

Ho l’impressione che Cassidaria sia un po’ gelosa: non di lei ma dell’immagine che io ho costruito intorno a lei. Credo, cioè, che la ferisca non essere parte di quel quadro rassicurante che profuma di sapone alla mandorla, di cucina e di torta paradiso.

http://www.youtube.com/watch?v=DVRf6zoFbyE  

martedì 25 settembre 2012

RED FOUNTAIN

24 SETTEMBRE.


Ormai è autunno anche per i calendari più sballati, non ci sono appelli.

Qualche tentazione dalle nuove collezioni nelle vetrine. Due signore discutono compunte della raffinatezza di un paio di francesine color tortora mentre io m’innamoro senza appello di un assurdo golfino d’angora rosa. È il genere di cosa che starebbe bene a Jane, di quei maglioncini che fanno tanto collegiale inglese … Con Jane avevamo fantasticato di andare celebrare i momiji che in questa stagione diventano rossi alle pendici del monte Hiei, a Kyôto, là dove si è rifugiata la leggendaria geisha Mille Draghi (ammesso che alle pendici del monte Hiei ci siano davvero degli aceri). In giapponese, la parola “autunno” si scrive con un carattere che combina “albero” e “fuoco”. Con rispetto riverenziale avremmo fatto insieme kanpuukai, godendoci quelle fiammate vegetali che vestono il paesaggio come pennellate pazze.

Me la immagino, Jane, a comprare wagashi in scatole di legno laccato, kimono di seta con obi altissimi e soffocanti e geta dalla zeppa impossibile (Molto, molto rock & roll baby!) mentre io girerei con un completo da sacerdotessa miko preso ai grandi magazzini Don Quijote e indagherei sui mostri dell’antica capitale, annotando formule sul mio taccuino di Kitty-chan.

Ma per ora siamo qui e per un provocatorio attacco d’arte performativa l’acqua della fontana in centro è diventata rossa come il sangue.

È autunno e, passando nel reparto pasticceria della Coop, mi viene voglia di mangiare un dolce. Un dolce purché sia … Ossignore … paste alla frutta, brioches al miele e cornetti al cioccolato, cannoli siciliani e soprattutto torte alla mela con sopra una spolverata di cannella … Getto un’occhiata al banco forno illuminato da neon bassi e spingo avanti il carrello … Potrei portare una primizia alle mie amiche: un gateau di Douche – così snobbisticamente francese … Da Grom è arrivato il gelato alla castagna (sesonal flavour). Rabbrividisco un po’.

È autunno e la prima zuppa dell’anno me lo conferma inconfutabilmente: zucca e porro. Potrei aggiungerci un pezzettino di zenzero, pesandolo con la frutta: non mi concedo la minima distrazione, ogni variazione aumenta i miei sensi di colpa. D’altra parte sotto al bricco di ceramica degli accendini, accanto ai fornelli, c’è il tappo di un passato di verdura della Plasmon, a mettere ben in chiaro che l’indipendenza è lontana chilometri, mentre salgo e scendo sulle montagne russe della mia percezione distorta.

È autunno. Le boutique lanciano nuove collezioni: mattone contro marrone scuro. Se penso alla sfumatura testa di moro, mi viene in mente il dottor Sam Bennett, con la sua flessuosa eleganza inequivocabilmente sessuale come quella di certi atleti neri delle Olimpiadi … Non ci posso fare niente, anch’io apprezzo la bellezza! E allora ancora una volta mi ritrovo di fronte alla bruciante ingiustizia dell’imperfezione. Oggi ho indossato un vestito di sintetico con motivi grigio-verdazzurri, troppo troppo fasciante. Prima di uscire ho consultato lo specchio. Forse mi dovrei vergognare, ma il mio armadio adesso comincia a restituirmi l’abbigliamento a maniche lunghe, e volevo sfoggiare la borsa di Alice, dopo che Cassy l’ha scroccata ottenendo quasi il cinquanta per cento di sconto. Ho infilato una maglia indiana per mitigare il probabile effetto insaccato e ho scattato un paio di foto – tanto per sicurezza. Fuori la gente non si è ancora arresa al brusco calo della temperatura: ci sono donne in canottiera e fighette che si baciano in punta di dita su strati e strati di cipria (Taffettà, caro. Taffettà!), conciate come se dovessero andare al mare. E poi una bambina bionda, così splendida che mi sembra accecante, che cammina all’indietro di fianco alla madre per salutare il disegno di un pollo in una gabbia che qualcuno ha fatto con la bomboletta sull’architrave del tunnel della stazione. Meraviglioso quadretto della famigliola felice che mi è venuto incontro nel pomeriggio ma le giornate si stanno accorciando e, quando esco dalla riunione, è già buio.

Non mi piace tornare in una casa sempre vuota. Mi sento soffocare. E così misuro i passi, inventando una strada che è sempre la stessa, ma di sera è meglio allungare un po’ il tragitto perché nel sottopassaggio non c’è più un’anima, e i graffiti sui muri gialli hanno un’aria minacciosa, dopo che anche il tizio pakistano che chiede l’elemosina ha smesso di suonare. Restano solo pozze d’acqua marcia e una luce artificiale da stupro che ricorda una canzone dei Cure con un ossessivo giro di basso. Sarà la suggestione di un racconto di Ondine (“Corri, cori che tanto ti prendiamo!”), ma preferisco passare per la galleria carrabile tirandomi la maglia fin sul naso per filtrare le polveri sottili che sottilmente mi sporcano il respiro.



24 SETTEMBRE, 21:16. Se nonostante la mia lentezza volutamente cadenzata, le luci dovessero ancora essere spente, andrò in camera mia, avvierò il computer e ascolterò a tutto volume le prime tracce di Nevermid [Deluxe Edition]. Poi selezionerò un altro programma per mixarci sopra i timpani possenti della Sinfonietta di Janacek. Esperimento interessante: cosa succede quando accanto alla luna ne sorge un’altra verde, malata e deforme?
 Osservo il cielo che minaccia pioggia. Se nonostante tutto, la porta dovesse essere ancora chiusa a doppia mandata, inserirò il disco nel lettore cd e lo lascerò scorrere fino alle bonus track.

If I die before I wake / Hope I don’t come back a slave” o forse era “Better to reign in Hell / than serve in Heaven”? Non importa. Procedo per caotiche associazioni d’idee. In un mondo in cui Nessuno accendeva le lampade, anche i più piccoli frammenti di cuore prendono vita.

http://www.youtube.com/watch?v=PjiCXtklPSA
http://www.youtube.com/watch?v=NCXRqgXiARA
http://www.youtube.com/watch?v=w7U_c1_EmV8

domenica 23 settembre 2012

L'AMORE È UNA FESTA A SORPRESA


«Le feste a sorpresa sono la cosa peggiore: sembrano fatte apposta per farti sentire a disagio. Gli amici non parlano di preparativi per il tuo compleanno e così pensi che se ne siano dimenticati e, se cerchi di organizzare qualcosa all’improvviso tutti hanno da fare. Poi vedi che bisbigliano tra di loro ma, quando arrivi tu, smettono all’istante. E per cosa? Per potersi riunire in una stanza buia da qualche parte con l’unico scopo di spaventare la festeggiata, ormai del tutto depressa e in paranoia mettendosi a urlare “Sorpresa!”. È assurdo» disse Addison Montgomery «L’amore non fa quell’effetto» disse la superstar della chirurgia neonatale con un corpo da modella.

E mangia cheeseburger per superare il “trauma” di essere stata lasciata. E ride ¬«Il mio solo obiettivo era diventare grassa»

Non posso fare a meno di sentirmi vagamente presa in giro. Non so perché ripenso a quell’episodio di Private Practice mentre il cantante si siede sul bordo del palco rappando su melodie metal in chiave armonica armena. Un ragazzo gli si avvicina e lo prende per i capelli spingendogli la testa contro il pacco solo per lasciarlo andare all’ultimo momento.

Riflettendoci, forse “l’amore” somiglia di più a questo. Ricordo che una volta, quando mio fratello era piccolo, mi ha dato un pugno (probabilmente solo per vedere che effetto faceva). Con la freddezza scientifica di un entomologo sadico io non l’ho sgridato, anzi ho cristianamente porto l’altra guancia e ho visto una rabbia rossa infiammare gli occhi trasfigurati in una miniatura di un demone che sferrava una grandine di colpi impotenti.

La tenerezza dell’infanzia è solo un’ipotesi azzardata. Quando aspetti un figlio, la tua fantasia è tutta fiocchi azzurri e prime parole. Nessuno pensa mai alle mille contrarietà quotidiane, ai pannolini da pulire, ai bavaglini macchiati, alle delusioni della crescita. Le stagioni hanno sempre una patina poetica, come se il futuro dovesse per forza essere migliore dei cento passati che hai già vissuto.

Se penso alle mie amiche che pian piano stanno costruendo il loro nucleo di famiglia, devo per forza riflettere sul mistero del mio orologio biologico inceppato. Non sento il bisogno di un Altro da me, e sarebbe arrogante aggrapparsi a uno stato di dipendenza affettiva Non potrei e non vorrei essere il deus ex machina di qualcuno, io che non sono mai stata in grado di allevare nemmeno un tamagochi. Nei telefilm americani e nei discorsi dei conservatori del nostro parlamento la maternità sembra soprattutto una questione di carne e vasi sanguigni comunicanti. Per un po’ di tempo ho giocato con l’idea dell’adozione ma poi sono tornata ad essere realista: io, una single disoccupata e mentalmente poco stabile … non sarei certo il prototipo di genitore ideale anche se, ragionando così chi lo sarebbe? Se le esasperazioni televisive sono lo specchio iperbolico della società, si direbbe che gli uomini siano spinti esclusivamente dalle loro pulsioni primordiali mentre le donne chiedono solo la protezione virile e un letto per non pensare. Se il quadro dev’essere questo, preferisco tornare alle speculazioni sui nomi da consigliare alle mie simpatiche conoscenti in attesa. Yuri è un bel nome femminile, aggraziato come un giglio, ma mi rendo conto della confusione di genere e delle allusioni al sottobosco della cultura omosessuale che potrebbe comportare. Meglio allora la purezza di qualcosa tipo Sumi. Se nascessero due gemelle si potrebbe fare la coppia Sumi e Fumi (scritto con il kanji di “due”: semplice, lineare), ma suonerebbe tautologico come Pixie e Dixie o Evy Emy ed Ely.



Che effetto fa avere una sorella gemella e vivere un’esistenza omozigotica di vestitini sempre uguali e gite negli stessi posti per compleanni con una sola torta e la metà delle candeline?

Ho sentito dire che i gemelli sono legati da un’affinità telepatica, come se fossero le due perfette metà combacianti della stessa emozione. Deve essere come stare in un costatante effetto specchio, come quando cerchi di evitare una persona che ti viene incontro e d’istinto quella scarta nella tua stessa direzione.

E allora, da brava creatrice di tragedie, provo a immaginare una storia. Una storia in cui la famiglia sale in macchina al completo dopo un viaggio a Disneyland – cappelli con le orecchie di Topolino, popcorn e caramelle. L’autostrada scorre liscia. Il sole sta calando dietro alle colline, fermandosi appena sulla carrozzeria cromata di un camion a otto ruote che all’improvviso impazzisce come un serpente, invadendo la corsia opposta.

Le lamiere lasciano squarci caldi nella carne, i vetri riempiono la fronte di mille piccoli diamanti: Fumi ha un diadema di disperazione ben diverso dai gioielli di una principessa addormentata nel bosco, ma le sembra comunque di avere qualcosa incastrato il gola, qualcosa di rosso e duro che blocca le sue urla. In realtà non sente dolore. Si volta sull’asfalto per cercare con gli occhi mamma e papà. Sono vicini ma troppo silenziosi. Forse dormono.

E poi vede Sumi incastrata in una scatola di metallo compresso. Schiacciata. Come ci si sente a ritrovarsi di colpo sbalzati in un mondo incompleto, con un nome che ti ricorderà per sempre quel vuoto che non si potrà mai colmare?

mercoledì 19 settembre 2012

UMEBOSHI

«Cosa ne diresti se provassi a fare le umeboshi?» mi ha chiesto Cassy ieri sera «Le prugne in salamoia» ha aggiunto, come se la mia espressione perplessa fosse stata una richiesta di spiegazioni. In realtà io avevo capito perfettamente di cosa stava parlando, ma adoravo le vere umeboshi e sapevo che quella versione fatta in casa, per rispettare tutti i crismi delle mie gabbie numeriche, sarebbe stata solo una pallida imitazione deprimente. Meglio evitare.


Una volta, accompagnando Eloisa tra gli scaffali di una boutique di alimenti biologici, ho trovato un vasetto di frutti pallidi e gonfi di sale. L’ho rigirato tra le mani come se fosse la più preziosa delle tazze da tè del servizio imperiale, ma non c’erano numeri a rassicurare le mie ansie sugli apporti energetici e quei pezzi di frutta se ne stavano lì, a fissarmi, morti come anomali teratomi in formaldeide. Ho posati di nuovo il barattolo.

La mia immaginazione è decisamente troppo malata!



Adesso, lungo la strada mi fermo. C’è una specie di festa di piazza con banchetti di propaganda comunista vetusto-cubana e una band che suona su un palco improvvisato sotto gli alberi, sulla pista ciclabile. Non sono un granché ma ho bisogno della potenza di decibel che ti entra nelle ossa e ti fa tremare dall’interno. Mi sembra quasi di capire il vicino, con quel suo fastidioso rumoreggiare disco: a volte hai bisogno di decibel che purifichino la mente spazzando via i pensieri, come un mantra buddista per scacciare il male. Non conta che si tratti dei bassi di un pezzo ripetitivo o delle grida di una cover band metal / crossover.

Il mio primo impulso è quello di gettarmi nella mischia mentre il cantante sta provando a trasmettere la rabbia rivoluzionaria di Killing in the name of ma questa versione proprio non funziona: quel ragazzino delle medie ha poca forza nella voce, nonostante l’entusiasmo dei sostenitori. Sono tutti energumeni che si dedicano all’head banging tra una spallata e l’altra e per me non sarebbe consigliabile buttarmi là in mezzo, tanto più che ho la gonna.

Mi appoggio allo schienale di una panchina – eleganza in ferro battuto e legno finto-liberty – e muovo anch’io la testa avanti e indietro guardando la gente e provando a fare ipotesi sulle strutture relazionali dei gruppi che si sono formati nel frastuono del momento (Non riesco mai a spegnere del tutto il cervello e riflessioni del genere affiorano continuamente senza che me ne renda conto).

Ai margini del pogo, tre delle bambole del Club dei Sette Peccati Capitali osservano distaccate.

Revy /Rage fuma una Gauloise macchiata di rossetto. I leggins neri corti al ginocchio lasciano intravedere un drago circondato da una tempesta di fiori di ciliegio e i complicati disegni sulle sue unghie americane si muovono nell’aria come una Divinità Elettrica.

E poi Emilie/ Vice con mezzo cranio rasato e una cascata di deadlocks di lana rosso /fucsia che spuntano da sotto il cappello a cilindro – grossi occhiali da aviosaldatore incollati sulla tesa e occhi cerchiati di cajal color fumo, come se ogni sguardo venisse da una nebbia lontana.

E per ultima, quasi in disparte, Ruby /Jealous stretta in una camicia a quadri, pallida, enormi occhi abissali e labbra di fragola matura: è una Capuccetto Mannaro ignara del suo passato. È quello che avrei voluto essere, almeno in parte.

Anni fa, al mio negozio preferito di Harajuku avevo comprato una scamiciata rosa con bottoncini dorati e un delicato ricamo sulla pettorina. Indossandolo davanti allo specchio, con due commesse infiocchettate a farmi da vallette – mi ero sentita come una principessina, avevo fatto un lieve inchino curvando un po’ le gambe all’infuori e non avevo potuto fare a meno di pensare che, se mi avesse vista così, Altair sarebbe stato fiero di me. Razionalmente sapevo che se n’era andato e non ero così sciocca da credere davvero al Meraviglioso Paese Oltre le Nuvole dove si mangiano le pesche dell’Immortalità.

Non poteva esistere un posto in cui non si faceva altro che contemplare la luce riflessa di un dio annoiato, come la neve di uno schermo gigante. Non poteva esistere e quindi nessuno poteva vedermi né sentirmi, ma mi capitava spesso allora (e mi capita ancora) di tornare con la mente alle persone che ho perso per cercare di riallacciare rapporti irrimediabilmente lacerati, e finisco addirittura per scegliere dei libri da regalare a Natale, solo per accumularli sulla mensola della libreria, leggerli e sentirmi sdoppiata, estranea a me stessa.

Ora, dall’altro lato di uno spiazzo che odora di salciccia alla brace, guardo le karakuri-dôji e l’estetica dei loro corpi meccanici. Altair non avrebbe approvato, come non avrebbe approvato la mia idea di un nuovo tatuaggio. Forse in attesa di conoscere il destino da riservare al mio braccio sinistro, avrei potuto farmi incidere una piccola stella onmyôji sulla spalla destra, con una farfalla Ulysses al centro e cinque segni in sanscrito sulle punte.

http://www.youtube.com/watch?v=U7IUA8W8xuM

http://www.youtube.com/watch?v=rR4mTqq80I8

domenica 16 settembre 2012

TEEN-SHIRT

La gente mi viene incontro in gruppi disordinati: è la confusione del centro il sabato pomeriggio. Delle ragazzine bionde si avvicinano in un coro cacofonico di risate squillanti e colori mal abbinati che seguono la malsana moda delle “mutande di jeans”. Alcune mettono in mostra, con disinvoltura quasi pornografica, quarti di carne debordanti da striscette di stoffa e top di Toki-Doki ultra deformati da seni quinta misura; altre mi fissano e sghignazzano (“Che figa!”, rivolte ironicamente al mio abitino di pizzo nero).


È facile ridere quando hai curve da pin up anoressica e stringi la mano di un tipo che sembra Seeley Booth in bermuda, neanche fossimo a Miami. Assomigliano a tante Skipper, sorelline adolescenti di Barbie – per sempre intrappolate in una pubertà provocante da lolite.

Da bambina non mi piaceva giocare con le mie compagne. Mi annoiavano le loro zuccherose storie di matrimoni, casalinghe e mariti innamorati che portavano a casa mazzi di fiori freschi ogni sera. Io avevo un solo Ken, circondato da un harem di belle sventole, e una Skipper (l’avevo chiamata Jennifer), pronta a rispondere ai desideri più perversi di quell’unico uomo di plastica.

Ho scritto che “ho riservato a K tutto l’amore che può esistere in questo triste mondo”, ma non è ontologicamente corretto e io "amo troppo i fatti per permettermi di distorcerli".

Mentre ascoltavo le mie coetanee scambiarsi le loro esperienze, con dovizia di particolari ingenuamente sgradevoli, mi domandavo perché a me non capitasse mai nulla di anche lontanamente erotico o sentimentale. Avevo sognato le nozze in bianco, la torta alla panna con gli sposini di zucchero e il bouquet da lanciare voltandomi all’indietro. Chi l’avrebbe preso? Immaginavo un capannello di amiche al mio fianco, pronte a gettare confetti rosa, riso e petali. Poco importa chi fosse il mio lui in quelle fantasie.

Poi il tempo è passato e le possibilità si sono allontanate come pagine sbiadite di un brutto racconto e di quell’innocenza mi è rimasto solo il piacere di cercare un nome per i figli delle mie conoscenti, che nascevano come la punteggiatura nel flusso regolare dei giorni. Appena mi giungeva la notizia mi mettevo a riflettere e provavo a immaginare il sorriso di una nuova persona. Facevo i miei calcoli e stabilivo quando sarebbe nato il bimbo, m’informavo sul colore del fiocco e poi cercavo nel magazzino della mia memoria un nome che suonasse adeguato, come la nota di un campanellino individuale. Per le femmine non c’erano problemi: Alice era sempre la mia prima scelta; e poi c’era il fascino dei nomi giapponesi legati alle stagioni: Fuyumi (冬実) se fosse arrivata in inverno, Natsumi (夏美) per l’estate, Harumi (春美) per la primavera, forse Akimi (秋未) per l’autunno (ma le possibilità erano pressoché infinite). Per i maschietti era un po’ più difficile ma sfidavo la mia mente a trovare la parola giusta. Il fatto è che quasi mai le mie amiche mi davano retta ed io ero costretta a guardare in faccia una realtà distorta, in cui avevo sostituito la vita pratica con quel gioco intellettuale.

Solo una volta mi è passato accanto un barlume di proposta, ma era ormai troppo tardi: quando è successo avevo già smontato me stessa e idealizzato Iris oltre qualsiasi limite umano, tanto che mi aveva scioccato scoprire che anche lei dormiva e mangiava come chiunque altro. Guardandola risvegliarsi con la bocca semi-aperta, avvolta in un pigiama di flanella, ero scoppiata a piangere senza riuscire a fermarmi e la poverina si era scossa da quel primo torpore che appesantisce le palpebre e mi aveva indirizzato uno sguardo pieno di apprensione interrogativa.

Allora, avevo sentito un peso sul cuore, poi un vuoto, poi il piacere maligno di vedere quella strana tristezza su un viso che avevo considerato perfetto e che invece si era rivelato pieno di pecche, nella luce implacabile del mattino (Mi piacerebbe sai /
sentirti piangere / Anche una lacrima / per pochi attimi).

C’era stato un altro sbalzo nelle mie emozioni, un sottile passaggio dalla malinconia alla crudeltà.

http://www.youtube.com/watch?v=HDmB-90q4ok