lunedì 19 novembre 2012

CHANGES The smell of a Little Mermaid

Camminando si notano i sottili cambiamenti della stagione che scivola via: gli abiti pesanti che prendono il posto di quelli leggeri nelle vetrine e la vite americana, che fino a ieri era coperta di rosso dorato, oggi è un insieme sfilacciato e spettrale di tendini vegetali fitti e scuri.


E intanto gli operai – tutti senza casco di protezione – hanno finalmente aperto un varco che passa vicinissimo all’ingresso di una futura stazione della metropolitana. La promessa di quell’utopia tangibile dà un nuovo profumo all’aria di novembre, come il primo regalo di Natale, già incartato con un bel fiocco scarlatto.

Peccato che tra poco sarà quasi impossibile continuare a spostarsi a piedi. Nonostante le temperature miti l’inverno se ne sta acquattato da qualche parte aspettando di sorprenderci alle spalle, scoperti e vestiti di cotone. Per adesso, comunque, non mi dispiace affrontare la strada lucida di una pioggia che non si è vista, pronosticata soltanto dai cartelloni allarmistici della protezione civile. Non apro nemmeno l’ombrello per evitare le timide gocce che cadono a sprazzi, senza vento. Questo non si può chiamare temporale.

Forse il Boss mi riporterà a casa in macchina – vago disagio dentro un bozzolo di radica manageriale, domande che cadono nel buio dei container del porto, a metà tra la curiosità e l’interesse semi-professionale di un uomo che, con uno scarto impercettibile tra le due cose, è passato dalla scienza all’arte. Il passaggio mi farà risparmiare una mezzora sulla mia tabella di marcia fin troppo serrata, e stempererà la convinzione spiacevole di non essere riuscita a concludere niente.



Venerdì sono arrivata a casa in tempo per leggere qualche pagina prima di cena. Sdraiata su un fianco, con il viso a pochi centimetri dalle dita, sentivo l’odore metallico del mio anellino in finto-argento e scorrevo distrattamente le righe mentre il mio cervello elaborava la remota possibilità di addormentarsi in un orario non convenzionale. Avevo voglia di spegnere la luce che mi feriva gli occhi come una lampada da interrogatorio a basso costo. Non volevo pensare più a nulla per una ventina di minuti, mentre il tanto atteso temporale si trasformava in puro fragore contro il vetro della finestra e l’acqua cominciava già a filtrare pigramente sul pavimento del salotto impregnando di “cane-bagnato” il tappeto incastrato sotto il divano – impiegherà giorni ad asciugare, spandendo un lezzo di muffa in tutte le stanze: dovevo ricordare di aprire le imposte appena fossero ricomparsi il sole e l’azzurro.



Bizzarro come le recenti pazzie metereologi che dello scioglimento globale mascherino, in un secondo, la catastrofe con irragionevoli tepori primaverili!



La sveglia sarebbe suonata alle 21.54 per ricordarmi di lavarmi e mettermi il pigiama, per poi preparare tutto il necessario sul tavolino del soggiorno e mangiare di fronte al computer. Mi piace la sensazione di pulito del passarsi la spugna bagnata sul corpo e spruzzare il deodorante sulla pelle umida: Nivea Pearl & Beauty.

«… Che poi che gusto dovrebbero avere le perle?» Il tono di Sylvia era stato ironico, in un lontano giorno di primavera «Al limite sapranno di pesce, no?»

«O di sirena»

Ripenso al passato cercando nello specchio i contorni bluastri di un’ecchimosi spontanea, marchio sanguigno della mia pretesa di nobiltà. Una volta erano più frequenti, in una scala di gradazioni dal verde al nero e ritorno, ma stasera non se ne trovano sull’incerta pienezza di forme che non voglio riconoscere. Non devo giustificare qualche violenza con strane ascendenze da una stirpe acquatica, nessuna sorellina-anemone può riempire il vuoto iperbarico del mio respiro monocorde.

È meglio non riflettere e rifugiarsi nel conforto del sapone idratante, nella famigliarità delle lenzuola disfatte che ormai hanno assunto la piega delle mie curve inesistenti (o troppo evidenti?). Emozioni private accompagnate dal battito del mio cuore di giada – lento e irretito da laccetti di cuoio brunito: a volte desidero che qualcuno entri di soppiatto, volando sulla confusione di roba sparsa per terra, e mi carezzi la testa. Il lunedì, il corpo di Cassy conserva ancora una nota dolce di crema al torroncino, diversa eppure così simile al bouquet di mandorle amare che nasce dai ricci di Ortensia, ogni volta che lei si avvicina per salutarmi sulle scale, all’imbrunire.

http://youtu.be/xMQ0Ryy01yE

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