Ultimamente il Giappone è spesso al centro delle notizie sulle pagine di cronaca estera.
1. La disputa territoriale contro la Cina per le isole Senkaku – scogli più che isole, che per le due nazioni rappresentano un punto d’onore patriottico piuttosto che un reale interesse territoriale si sta allargando a mavvhia d'olio e sta coinvolgendo anche Taiwan: a settembre, le motovedette nipponiche hanno sparato con i cannono ad acqua su 8 navi-pattiglia inviate da Taipei.. Una scaramuccia certo, che però si è trasformata in un preoccupante boicottaggio commerciale di tutti i prodotti nipponici nel Celeste Impero, con ripercussioni finanziarie considerevoli e persino delle conseguenze culturali inaspettate, perché ovviamente l’opera letteraria di Mo Yan ha pregi innegabili vista la forza della sua poesia visiva, ma il fatto che l’autore sia sempre stato dichiaratamente servile nei confronti del potere fa sospettare una piega politica del Nobel …
2. Come se il Sol Levante si stesse di nuovo chiudendo in un isolamento autoimposto, stanno esplodendo le tensioni anche nei confronti degli Stati Uniti. La questione irrisolta delle basi militari nell’arcipelago di Okinawa è costata il posto a più di un ministro da quando si è ripresentata prepotentemente nel 2009, dopo la prima vittoria dei Democratici al Parlamento dal dopoguerra, e il problema è una macchia taciuta nel curriculum dei rapporti diplomatici dell’amministrazione Obama che, senza concedere grandi spazi, ha inserito questo tassello nello scacchiere di rafforzamento bellico americano nel Pacifico. Oggi lo stupro di una donna okinawana commesso da un marine ha riaperto le vecchie ferite, riportando alla mente l’orrore del 1995 quando una ragazzina di dodici anni era stata violentata da un gruppo di soldati. La massiccia dislocazione dell’esercito in queste enclave è un problema per molti cittadini, che sono scesi in piazza per protestare e chiedere l’immediata chiusura delle basi – veri e propri mondi separati – ma altre persone rilevano i vantaggi, soprattutto economici, portati dagli stranieri in una delle regioni storicamente più disagiate del Giappone. Non si può prevedere come agirà lo Stato di fronte alla rabbia della gente perché, pur essendo un territorio strategico importante, la prefettura di Okinawa (alla periferia meridionale del Paese) è sempre stata discriminata. La crisi, quindi, apre un fronte interno oltre a quello esterno.
3. Intanto il ministro della giustizia Keishu Tanaka si è dimesso dopo ave riconosciuto i suoi legami con la yakuza. I rapporti tra malavita e politica non sono mai stata un mistero: in un Paese che si è ritrovato spaccato dai rapidissimi cambiamenti sociali dell’800, le organizzazioni erano l’ultimo baluardo di una struttura di potere gerarchica e lo sconvolgimento portato dalla sconfitta bellica del 1945 aumentò ancora di più il divario esistente tra cittadini e classi dominanti. Tale scollamento si è manifestato in maniera evidente con la tragedia del terremoto e dello tsunami del marzo 2011: in molte aree colpite è stata la yakuza a fornire i primi soccorsi.
4. E su questo punto si articola l’ultima, difficile sfida del governo che cerca di far fronte alle necessità energetiche nazionale di fronte a una popolazione sempre più critica nei confronti del nucleare. Le prime promesse di chiudere o ridurre i reattori attivi sembrano sfumare nel limbo della retorica mentre la gente scende in piazza con maschere di Halloween e cartelli contro l’uso pericoloso dell’atomo.
martedì 30 ottobre 2012
domenica 28 ottobre 2012
PIERRE SOULAGES
Born in Rodez (Aveyron) in 1919, Soulages also is known as "the painter of black" because of his interest in the colour, "...both a colour and a non-colour. When light is reflected on black, it transforms and transmutes it. It opens up a mental field all of its own". He sees light as a matter to work with; striations of the black surface of his paintings enable him to make the light reflect, allowing the black to come out from darkness and into brightness, thereby becoming a luminous colour.
Before World War II, Soulages already had toured museums in Paris seeking his vocation and after wartime military service, he opened a studio in Paris, holding his first exhibition at the Salon des Indépendants in 1947. He also worked as a designer of stage sets.
In 1979, Pierre Soulages was made a Foreign Honorary Member of the American Academy of Arts and Letters.
From 1987 to 1994, he produced 104 stained glass windows for the Romanesque Abbey church Sainte-Foy in Conques (Aveyron, France).
Soulages is the first living artist invited to exhibit at the state Hermitage Museum of St. Petersburg and later with the Tretyakov Gallery of Moscow (2001).
A composition he created in 1959 sold for 1.200.000 euros at Sotheby's in 2006.
In 2007, the Musée Fabre of Montpellier devoted an entire room to Soulages, presenting his donation to the city. This donation includes twenty paintings dating from 1951 to 2006, among which are major works from the 1960s, two large plus-black works from the 1970s, and several large polyptychs.
A retrospective of his art was held at the Centre National d'Art et de Culture Georges Pompidou from October 2009 to March 2010. In 2010, the Museo de la Ciudad de Mexico presented a retrospective of Soulages' paintings that also included an interview-video with the painter (Spanish subtitles).
Before World War II, Soulages already had toured museums in Paris seeking his vocation and after wartime military service, he opened a studio in Paris, holding his first exhibition at the Salon des Indépendants in 1947. He also worked as a designer of stage sets.
In 1979, Pierre Soulages was made a Foreign Honorary Member of the American Academy of Arts and Letters.
From 1987 to 1994, he produced 104 stained glass windows for the Romanesque Abbey church Sainte-Foy in Conques (Aveyron, France).
Soulages is the first living artist invited to exhibit at the state Hermitage Museum of St. Petersburg and later with the Tretyakov Gallery of Moscow (2001).
A composition he created in 1959 sold for 1.200.000 euros at Sotheby's in 2006.
In 2007, the Musée Fabre of Montpellier devoted an entire room to Soulages, presenting his donation to the city. This donation includes twenty paintings dating from 1951 to 2006, among which are major works from the 1960s, two large plus-black works from the 1970s, and several large polyptychs.
A retrospective of his art was held at the Centre National d'Art et de Culture Georges Pompidou from October 2009 to March 2010. In 2010, the Museo de la Ciudad de Mexico presented a retrospective of Soulages' paintings that also included an interview-video with the painter (Spanish subtitles).
... "KISS HER, KISS HER" - 21th century warriors
Inciampo nel cassetto aperto. Cado e la tazza piena di tè finisce in frantumi sul pavimento.
«Merda!»
Vorrei che qualcuno venisse a vedere cos’è successo. Vorrei che qualcuno dicesse “Tutto bene?” oppure “Dai, non è niente”.
Come può essere banale il bisogno di tenerezza!
Era successo qualcosa di simile anche quando avevo sorpreso Sylvia con Isao, il suo ragazzo di allora … No beh, più che “sorpresi”, li avevo “sentiti” al di là della porta chiusa della sua stanza … Squittii, risolini, sottomissioni consenzienti … Ero rimasta impietrita e il bicchiere mi era sfuggito in un arcobaleno di plexiglass.
Avrei voluto scappare per non essere fuori posto, ma invece mi ero fermata stupidamente a raccogliere i cocci – sottili schegge di vetro che mi ferivano le mani. Piangevo senza riuscire a fermarmi, senza sapere perché.
È ovvio che io fossi al corrente di quei suoi tentati amori senza troppo futuro, fughe a scadenza illusoriamente non programmata come yogurt lasciati apposta in fondo al frigo; il fatto è che fino a quel momento tutte le fangose storie sul sesso erano state soltanto ipotesi lontane proiettate su uno schermo, niente che potesse intaccare il mio mondo immaginario di pura amicizia, ma alla fine l’impatto doveva arrivare, violento con tutta la sua crudeltà in slow motion …
Quindi avevo tirato su ogni singolo vetro e poi ero andata via pian piano, in silenzio, senza far rumore … Le strade erano affollate della calca faticosa del sabato e il cielo prometteva pioggia mascherandosi dietro a un sole malaticcio.
In alto i gabbiani volavano in stormi disordinati lanciando grida funeste.
Una volta un’amica mi aveva raccontato una storia:
« C’era un uomo circondato da uccelli infuriati e cercava di scacciarli brandendo una katana! Se ne stava là a petto nudo e mulinava la spada in aria come un pazzo! Roba da matti, davvero».
Ho preso la metro, non perché avessi una meta ma solo per il piacere ottuso di scivolare nel buio, dentro la terraanonima. Fissavo le luci alogene delle stazioni cancellandomi i pensieri e registravo appena la presenza incongrua di un Darth Vader in ascesa stellare sulla scala mobile.
Siamo tutti eroi fuori dal tempo.
I cartelli sfrecciavano sconosciuti. Cosa ci facevo io lì, in una città troppo piatta per il mio piccolo cuore agorafobico? Sarebbe stupido pensare che davvero mi aspettassi una storia, perché ammiravo Sylvia con la muta venerazione che si riserva agli esseri superiori.
La sera prima, per il concerto, avevamo dato il meglio e lei brillava di algida gloria meccanica, con la sua giacca maschile su una minigonna ridottissima – i Doc Martinens allacciati fino al ginocchio in una posa marziale. Gli occhi cerchiati di blu pervinca brillavano nell’alternarsi di raggi stroboscopici dal palco mentre il frastuono di una canzone noise elevava il suo profilo sul piedistallo delle dee.
http://youtu.be/fn2UGBns8_E
Non avrei mai potuto sfiorarla. Lo avevo capito da subito, da quando lei aveva smesso di parlarmi direttamente per sfinirmi con attacchi subliminali che mescolavano le ricette francesi di un canale di cucina e le foto patinate di un depliant del supermercato …
In alto i gabbiani volavano in stormi disordinati lanciando grida funeste.
Se fossi stata più sicura di me, se fossi stata normale, avrei seguito il consiglio nascosto in quei versi sgraziati – Gra gra … “kiss her, kiss her” – e forse l’avrei baciata per farla tacere, come in una commedia rosa americana.
Ma potevo solo subire il diluvio d’impossibili bontà culinarie, guardarmi le dita – macchiate di sangue come quelle di una santa incompresa – e correre all’impazzata nel nero di un tunnel, assaggiando il peso della solitudine che mi piombava di nuovo addosso con il sapore nauseante della noia, con l’ipnotismo di un pezzo strumentale distorto, con la faccia sciupata e invecchiata di Kim Gordon.
«Merda!»
Vorrei che qualcuno venisse a vedere cos’è successo. Vorrei che qualcuno dicesse “Tutto bene?” oppure “Dai, non è niente”.
Come può essere banale il bisogno di tenerezza!
Era successo qualcosa di simile anche quando avevo sorpreso Sylvia con Isao, il suo ragazzo di allora … No beh, più che “sorpresi”, li avevo “sentiti” al di là della porta chiusa della sua stanza … Squittii, risolini, sottomissioni consenzienti … Ero rimasta impietrita e il bicchiere mi era sfuggito in un arcobaleno di plexiglass.
Avrei voluto scappare per non essere fuori posto, ma invece mi ero fermata stupidamente a raccogliere i cocci – sottili schegge di vetro che mi ferivano le mani. Piangevo senza riuscire a fermarmi, senza sapere perché.
È ovvio che io fossi al corrente di quei suoi tentati amori senza troppo futuro, fughe a scadenza illusoriamente non programmata come yogurt lasciati apposta in fondo al frigo; il fatto è che fino a quel momento tutte le fangose storie sul sesso erano state soltanto ipotesi lontane proiettate su uno schermo, niente che potesse intaccare il mio mondo immaginario di pura amicizia, ma alla fine l’impatto doveva arrivare, violento con tutta la sua crudeltà in slow motion …
Quindi avevo tirato su ogni singolo vetro e poi ero andata via pian piano, in silenzio, senza far rumore … Le strade erano affollate della calca faticosa del sabato e il cielo prometteva pioggia mascherandosi dietro a un sole malaticcio.
In alto i gabbiani volavano in stormi disordinati lanciando grida funeste.
Una volta un’amica mi aveva raccontato una storia:
« C’era un uomo circondato da uccelli infuriati e cercava di scacciarli brandendo una katana! Se ne stava là a petto nudo e mulinava la spada in aria come un pazzo! Roba da matti, davvero».
Ho preso la metro, non perché avessi una meta ma solo per il piacere ottuso di scivolare nel buio, dentro la terraanonima. Fissavo le luci alogene delle stazioni cancellandomi i pensieri e registravo appena la presenza incongrua di un Darth Vader in ascesa stellare sulla scala mobile.
Siamo tutti eroi fuori dal tempo.
I cartelli sfrecciavano sconosciuti. Cosa ci facevo io lì, in una città troppo piatta per il mio piccolo cuore agorafobico? Sarebbe stupido pensare che davvero mi aspettassi una storia, perché ammiravo Sylvia con la muta venerazione che si riserva agli esseri superiori.
La sera prima, per il concerto, avevamo dato il meglio e lei brillava di algida gloria meccanica, con la sua giacca maschile su una minigonna ridottissima – i Doc Martinens allacciati fino al ginocchio in una posa marziale. Gli occhi cerchiati di blu pervinca brillavano nell’alternarsi di raggi stroboscopici dal palco mentre il frastuono di una canzone noise elevava il suo profilo sul piedistallo delle dee.
http://youtu.be/fn2UGBns8_E
Non avrei mai potuto sfiorarla. Lo avevo capito da subito, da quando lei aveva smesso di parlarmi direttamente per sfinirmi con attacchi subliminali che mescolavano le ricette francesi di un canale di cucina e le foto patinate di un depliant del supermercato …
In alto i gabbiani volavano in stormi disordinati lanciando grida funeste.
Se fossi stata più sicura di me, se fossi stata normale, avrei seguito il consiglio nascosto in quei versi sgraziati – Gra gra … “kiss her, kiss her” – e forse l’avrei baciata per farla tacere, come in una commedia rosa americana.
Ma potevo solo subire il diluvio d’impossibili bontà culinarie, guardarmi le dita – macchiate di sangue come quelle di una santa incompresa – e correre all’impazzata nel nero di un tunnel, assaggiando il peso della solitudine che mi piombava di nuovo addosso con il sapore nauseante della noia, con l’ipnotismo di un pezzo strumentale distorto, con la faccia sciupata e invecchiata di Kim Gordon.
giovedì 25 ottobre 2012
SEAGULL SCREAMING ...
Reprise: «Non ti senti bene?» disse Ondine dall’altezza vertiginosamente squadrata delle sue parigine di vernice «Vuoi che chiamiamo un taxi? Possiamo sempre metterlo in conto al boss» disse l’acqua sul fondo abissale degli occhi di Béatrice . «Se aspetti ancora un minuto, ti accompagno in autobus» dissero le braccia sottilissime di Jane mentre cadevo nella spirale black-out cerebrale.
Uno strano suono riaccende la mia coscienza fluttuante.
Ancora a occhi chiusi afferro il telefono poggiato sul bidone di latta accanto al letto e mi sforzo di mettere a fuoco. No, lo schermo è nero, spento e silenzioso, ma il rumore continua metallico e stridulo: viene da un punto imprecisato oltre la cornice soleggiata della finestra. Gra Gra Gra i gabbiani volano in formazione disordinata sui tetti, le ali quasi nere contro il cielo e c’è qualcuno che urla dalla strada (Per quante ore ho dormito?).
Una volta Annie mi ha raccontato una scena al limite del surreale.
«L’altro giorno» lampo rasserenante del suo sguardo chiaro «Sulla terrazza qua vicino c’era un uomo circondato da uccelli infuriati e cercava di scacciarli brandendo una katana! Se ne stava là a petto nudo e mulinava la spada in aria come un pazzo! Roba da matti, davvero». Eravamo a casa sua, all’ultimo piano di un palazzo dei vicoli, la città stesa su vari piani fino all’orizzonte – le cupole verdi di rame, le tegole d’ardesia liscia. Tramonto. Lei beveva una birra, affacciata alla ringhiera che dava sul vuoto – incredibile tentazione gravitazionale. Agitava la schiuma bionda nella bottiglia e parlava scuotendo i riccioli color miele.
Era ancora estate e noi ci vedevamo spesso. Preparava tabulé di couscous piccante per sé e mi comprava un vasetto di yogurt greco e una mela smith per cena. Parlavamo, inventavamo futuri possibili e il tempo scorreva e lei cantava una canzone di David Bowie con la sua angolosa pronuncia britannica imparata in un’infanzia londinese. … We can be heroes / just for one day … Già, potevamo essere eroi solo per un giorno …
Ma questo è stato prima, prima che il mondo si mettesse a girare troppo in fretta. Ora tutto è diverso. Ho sentito di recente che i secondini che fanno la ronda lungo le mura del carcere devono portare e caschi speciali per difendersi dagli attacchi degli uccelli, ombre tristi e impazzite, lontani dal mare.
Questo posto non ammette più la poesia. Se qui una gabbianella si credesse un gatto, verrebbe aggredita da un branco di pantegane, nate e cresciute sul greto radioattivo di un torrente pieno di spazzatura e di alghe fluorescenti.
Annie …
Ieri sera sono uscita, cercando un po’ d’aria pulita al di là delle quattro pareti della mia stanza piena di niente. Le serate sono ancora inaspettatamente miti e la strada si è costruita con i miei passi, un nastro lucente come il sentiero che conduce alla città di smeraldo – Tutto ciò che dovevo fare era sbattere tre volte i tacchi e ordinare alle mie Etnies di portarmi dove desideravo.
Volevo andare a trovarla … Sarebbe stato un gesto davvero letterario, così la vita sarebbe diventata racconto … Ma mi sono fermata, ho riflettuto: mi avevano insegnato che non si piomba a casa delle persone senza avvisare e soprattutto non alle otto e mezza, quando i fornelli sono già spenti e si smette la fatica quotidiana di “essere sociali”, quando ormai si è rassegnati all’anestesia del telegiornale ( anche se Annie aveva abolito la tv e lo schermo giaceva spento sul pavimento: le ninfee di Monet appiccicate sul vetro catodico e la cassa dipinta con un pattern zebrato lilla – Paint your life, baby!)
Sarebbe stato bello, sarebbe stato confortante poter almeno telefonare, lasciare una nota sospesa nella quiete di quel mini-monolocale bohemien, per poi riattaccare sentendo la voce all’altro capo di una linea immaginaria.
Sono tornata indietro nella desolazione solitaria dei viali d’autunno. Dovevo contattarla perché dicembre era alle porte e lei sarebbe partita per un tour alla ricerca dei suoi mille amici sparpagliati per l’Europa dal progetto Erasmus, e poi forse si sarebbe concessa una vacanza in qualche esotico paese orientale con spiagge da cartolina («Sai, ho sentito che la Thailandia è fantastica») … E intanto me ne sto immobile, soffocata dalla sabbia della mia clessidra che si esaurice.
http://youtu.be/YYjBQKIOb-w
Uno strano suono riaccende la mia coscienza fluttuante.
Ancora a occhi chiusi afferro il telefono poggiato sul bidone di latta accanto al letto e mi sforzo di mettere a fuoco. No, lo schermo è nero, spento e silenzioso, ma il rumore continua metallico e stridulo: viene da un punto imprecisato oltre la cornice soleggiata della finestra. Gra Gra Gra i gabbiani volano in formazione disordinata sui tetti, le ali quasi nere contro il cielo e c’è qualcuno che urla dalla strada (Per quante ore ho dormito?).
Una volta Annie mi ha raccontato una scena al limite del surreale.
«L’altro giorno» lampo rasserenante del suo sguardo chiaro «Sulla terrazza qua vicino c’era un uomo circondato da uccelli infuriati e cercava di scacciarli brandendo una katana! Se ne stava là a petto nudo e mulinava la spada in aria come un pazzo! Roba da matti, davvero». Eravamo a casa sua, all’ultimo piano di un palazzo dei vicoli, la città stesa su vari piani fino all’orizzonte – le cupole verdi di rame, le tegole d’ardesia liscia. Tramonto. Lei beveva una birra, affacciata alla ringhiera che dava sul vuoto – incredibile tentazione gravitazionale. Agitava la schiuma bionda nella bottiglia e parlava scuotendo i riccioli color miele.
Era ancora estate e noi ci vedevamo spesso. Preparava tabulé di couscous piccante per sé e mi comprava un vasetto di yogurt greco e una mela smith per cena. Parlavamo, inventavamo futuri possibili e il tempo scorreva e lei cantava una canzone di David Bowie con la sua angolosa pronuncia britannica imparata in un’infanzia londinese. … We can be heroes / just for one day … Già, potevamo essere eroi solo per un giorno …
Ma questo è stato prima, prima che il mondo si mettesse a girare troppo in fretta. Ora tutto è diverso. Ho sentito di recente che i secondini che fanno la ronda lungo le mura del carcere devono portare e caschi speciali per difendersi dagli attacchi degli uccelli, ombre tristi e impazzite, lontani dal mare.
Questo posto non ammette più la poesia. Se qui una gabbianella si credesse un gatto, verrebbe aggredita da un branco di pantegane, nate e cresciute sul greto radioattivo di un torrente pieno di spazzatura e di alghe fluorescenti.
Annie …
Ieri sera sono uscita, cercando un po’ d’aria pulita al di là delle quattro pareti della mia stanza piena di niente. Le serate sono ancora inaspettatamente miti e la strada si è costruita con i miei passi, un nastro lucente come il sentiero che conduce alla città di smeraldo – Tutto ciò che dovevo fare era sbattere tre volte i tacchi e ordinare alle mie Etnies di portarmi dove desideravo.
Volevo andare a trovarla … Sarebbe stato un gesto davvero letterario, così la vita sarebbe diventata racconto … Ma mi sono fermata, ho riflettuto: mi avevano insegnato che non si piomba a casa delle persone senza avvisare e soprattutto non alle otto e mezza, quando i fornelli sono già spenti e si smette la fatica quotidiana di “essere sociali”, quando ormai si è rassegnati all’anestesia del telegiornale ( anche se Annie aveva abolito la tv e lo schermo giaceva spento sul pavimento: le ninfee di Monet appiccicate sul vetro catodico e la cassa dipinta con un pattern zebrato lilla – Paint your life, baby!)
Sarebbe stato bello, sarebbe stato confortante poter almeno telefonare, lasciare una nota sospesa nella quiete di quel mini-monolocale bohemien, per poi riattaccare sentendo la voce all’altro capo di una linea immaginaria.
Sono tornata indietro nella desolazione solitaria dei viali d’autunno. Dovevo contattarla perché dicembre era alle porte e lei sarebbe partita per un tour alla ricerca dei suoi mille amici sparpagliati per l’Europa dal progetto Erasmus, e poi forse si sarebbe concessa una vacanza in qualche esotico paese orientale con spiagge da cartolina («Sai, ho sentito che la Thailandia è fantastica») … E intanto me ne sto immobile, soffocata dalla sabbia della mia clessidra che si esaurice.
http://youtu.be/YYjBQKIOb-w
lunedì 22 ottobre 2012
BAMBINI DI PIETRA - the little red raven
La domenica scorre con insopportabile lentezza e mi arriva il profumo delle cotolette al curry che Cassy sta friggendo per Ortensia, la nostra vicina. Da quanto tempo non sentivo lo sfrigolio nell’olio nella padella e l’odore speziato della farina croccante accanto alla nota delicata del riso basmati!
Stille d’invidia in microgrammi mi circolano veloci nel sangue, dilatando le narici e riempiendo gli occhi di una tristezza pesante … almeno quanto l’annuncio dei biscotti speciali alla cannella, lasciati da parte per una merenda con le amiche. Piccoli dolori della ricerca della perfezione.
Cosa mi aspettavo?
Ieri alla mostra, la magia di lineamenti che emergevano dalla pietra mi ha fatto pensare al disperato bisogno di comunicare qualcosa e, mentre andavo da una sala all’altra affrontando il percorso catartico degli scaloni genovesi, provavo a ignorare la presenza angelicata di Béatrice e Ondine da qualche parte tra le sculture di marmo rosa del Portogallo – volti distorti dalla nostalgia del futuro.
«C’è chi ha la fortuna di nascere bella e chi deve combattere per essere un po’ meno orrida» Sorridevo, ma nell’autoironia sentivo il sapore amarognolo della sconfitta. Non importa. Mi girava un po’ la testa e forse avrei potuto svenire strategicamente ai piedi di un artista coreano per farmi soccorrere con un sorso d’acqua – perché lo zucchero è stato esiliato dai miei orizzonti papillari.
No, troppa sfacciata sicurezza non fa per me. Preferisco il balsamo dolce delle lodi «Complimenti, complimenti: un ottimo testo. Bello, davvero.» Erano gli invitati che si materializzano sempre nel microcosmo degli “eventi culturali”.
Mi serviva un momento.
Mi sono chiusa in ufficio e ho acceso il bollitore pregustando il conforto di tè verde bollente. Vacillavo e Jane mi sosteneva con le sue braccia sottili. Pantaloni neri attillati, dolcevita a costine, un filo d’ombretto e i capelli tagliati di fresco «Non ti senti bene? Vuoi che chiamiamo un taxi? Possiamo sempre metterlo in conto al boss». Maledette paranoie economiche! Le sue parole mi arrivavano ovattate come un soffio, come il suono della pioggia d’estate in un boschetto di bambù – rin-rin: gocce che cadono sul verde brillante e liscio. «Se aspetti ancora un minuto, ti accompagno in autobus».
Sono tornata a casa quando il buio era già compatto e definitivo.
Mi sono sdraiata spegnendo il cervello (e il cellulare).
Il cuore rallentava tremando: un corvo rosso esposto nella fragilità della cassa toracica.
Cercavo il filo del racconto nelle pagine di un romanzo cinese, ma lo sguardo saltava tra le righe confuse e il corpo s’intorpidiva nel gusto appiccicoso dei cinquecento tagli di un boia professionista. Persino uccidere bene è un atto di rispetto nei confronti della vittima.
Sono una Fenice incompleta, rinata mille volte dalle ceneri. Prometea senza fegato in attesa del supplizio.
Stille d’invidia in microgrammi mi circolano veloci nel sangue, dilatando le narici e riempiendo gli occhi di una tristezza pesante … almeno quanto l’annuncio dei biscotti speciali alla cannella, lasciati da parte per una merenda con le amiche. Piccoli dolori della ricerca della perfezione.
Cosa mi aspettavo?
Ieri alla mostra, la magia di lineamenti che emergevano dalla pietra mi ha fatto pensare al disperato bisogno di comunicare qualcosa e, mentre andavo da una sala all’altra affrontando il percorso catartico degli scaloni genovesi, provavo a ignorare la presenza angelicata di Béatrice e Ondine da qualche parte tra le sculture di marmo rosa del Portogallo – volti distorti dalla nostalgia del futuro.
«C’è chi ha la fortuna di nascere bella e chi deve combattere per essere un po’ meno orrida» Sorridevo, ma nell’autoironia sentivo il sapore amarognolo della sconfitta. Non importa. Mi girava un po’ la testa e forse avrei potuto svenire strategicamente ai piedi di un artista coreano per farmi soccorrere con un sorso d’acqua – perché lo zucchero è stato esiliato dai miei orizzonti papillari.
No, troppa sfacciata sicurezza non fa per me. Preferisco il balsamo dolce delle lodi «Complimenti, complimenti: un ottimo testo. Bello, davvero.» Erano gli invitati che si materializzano sempre nel microcosmo degli “eventi culturali”.
Mi serviva un momento.
Mi sono chiusa in ufficio e ho acceso il bollitore pregustando il conforto di tè verde bollente. Vacillavo e Jane mi sosteneva con le sue braccia sottili. Pantaloni neri attillati, dolcevita a costine, un filo d’ombretto e i capelli tagliati di fresco «Non ti senti bene? Vuoi che chiamiamo un taxi? Possiamo sempre metterlo in conto al boss». Maledette paranoie economiche! Le sue parole mi arrivavano ovattate come un soffio, come il suono della pioggia d’estate in un boschetto di bambù – rin-rin: gocce che cadono sul verde brillante e liscio. «Se aspetti ancora un minuto, ti accompagno in autobus».
Sono tornata a casa quando il buio era già compatto e definitivo.
Mi sono sdraiata spegnendo il cervello (e il cellulare).
Il cuore rallentava tremando: un corvo rosso esposto nella fragilità della cassa toracica.
Cercavo il filo del racconto nelle pagine di un romanzo cinese, ma lo sguardo saltava tra le righe confuse e il corpo s’intorpidiva nel gusto appiccicoso dei cinquecento tagli di un boia professionista. Persino uccidere bene è un atto di rispetto nei confronti della vittima.
Sono una Fenice incompleta, rinata mille volte dalle ceneri. Prometea senza fegato in attesa del supplizio.
venerdì 19 ottobre 2012
BORIS KUSTODIEV
Boris Michajlovič Kustodiev in russo: Борис Михайлович Кустодиев (Astrachan', 7 marzo 1878 – Leningrado, 28 maggio 1927) è stato un pittore e scenografo russo.
Kustodiev nacque ad Astrachan', nella famiglia di un professore di filosofia, storia della letteratura e logica presso il locale seminario teologico. Suo padre morì giovane, ed il peso del mantenimento della famiglia ricadde sulle spalle della madre. La famiglia Kustodiev affittò una piccola ala della casa di un ricco mercante. È qui che il ragazzo formò le sue prime impressioni sulla vita della classe mercantile nella provincia russa. L'artista scrisse successivamente: "Il modo di vivere dei ricchi e facoltosi mercanti era proprio lì, sotto il mio naso... Era come se venisse da un'opera di Ostrovskij". L'artista conservò queste impressioni giovanili per anni, ricreandole successivamente negli oli e negli acquerelli.
Studi artistici
Tra il 1893 ed il 1896, Kustodiev studiò presso il seminario teologico ad Astrachan' e prese lezioni private di arte da Pavel Vlasov, allievo di Vasilij Perov. Successivamente, dal 1896 al 1903, frequentò lo studio di Il'ja Repin all'Accademia Imperiale delle Arti di San Pietroburgo. Nello stesso periodo, frequentò lezioni di scultura, da Dmitrij Stelletskij, e di incisione, da Vasilij Mate. Espose le sue opere per la prima volta nel 1896.
Repin scrisse: "Ho grandi speranze per Kustodiev. È un artista di talento ed un uomo serio e riflessivo, con un profondo amore per l'arte; sta eseguendo un attento studio della natura...". Quando a Repin fu commissionata la realizzazione di una grande tela per commemorare il centesimo anniversario del Consiglio di Stato, invitò Kustodiev come suo assistente. La realizzazione fu estremamente complessa e richiese molto duro lavoro. Insieme al suo insegnante, il giovane artista realizzò gli studi dei ritratti per il dipinto, ed eseguì poi la parte di destra del lavoro finale. Sempre in questo periodo, Kustodiev realizzò una serie di ritratti di personaggi contemporanei che sentiva essere i propri compagni spirituali. Tra di essi l'artista Ivan Bilibin (1901) e l'incisore Mate (1902). Il lavoro su questi ritratti aiutò considerevolmente l'artista, obbligandolo ad uno studio scrupoloso del proprio modello e a penetrare il mondo complesso dell'animo umano.
Nel 1903 sposò Julia Proshinskaja (1880-1942). Visitò la Francia e la Spagna, grazie ad un sussidio dell'Accademia Imperiale delle Arti, nel 1904. Sempre nel 1904, frequentò lo studio privato di René Menard a Parigi. In seguito viaggiò ancora in Spagna e quindi, nel 1907, in Italia. Nel 1909 visitò l'Austria e la Germania, e poi nuovamente la Francia e l'Italia. Nel corso di questi anni dipinse molti ritratti ed opere di genere. Comunque, indipendentemente da dove si trovasse, nell'assolata Siviglia o nei parchi di Versailles, Kustodiev sentiva l'irresistibile attrattiva della madre patria. Dopo cinque mesi in Francia tornò in Russia, scrivendo con evidente gioia al suo amico Mate che tornava ancora una volta "nella nostra benedetta terra russa".
Carriera artistica
La rivoluzione russa del 1905, che scosse le basi della società, stimolò una pronta risposta nell'animo dell'artista. Egli collaborò con le riviste satiriche Župel (Lo spauracchio) e Adskaja Počta (La posta dell'inferno). All'epoca, incontrò per la prima volta gli artisti del gruppo Mir iskusstva (Il mondo dell'arte), composto da artisti russi innovatori. Si unì alla loro associazione nel 1910 ed in seguito partecipò a tutte le loro esposizioni.
Nel 1905, Kustodiev cominciò a lavorare anche all'illustrazione di libri, un settore a cui lavoro per tutta la vita. Illustrò molte opere della letteratura classica russa, tra cui Le anime morte, Il calesse ed Il cappotto di Gogol'; Il canto dello Zar Ivan Vasiljevič', del giovane Opričnik e del valoroso mercante Kalašnikov di Lermontov; Come il Diavolo rubò ai contadini un tozzo di pane e La candela di Lev Tolstoj.
Nel 1909 venne eletto all'Accademia Russa di Belle Arti. Continuò a lavorare intensamente, ma una grave malattia, la tubercolosi della spina dorsale, lo costrinse a curarsi. Su suggerimento dei suoi medici si spostò in Svizzera, dove passò un anno sottoponendosi a cure in una clinica privata. Sentiva però la mancanza della patria lontana, e temi russi continuarono ad essere alla base delle opere dipinte in quegli anni. Nel 1918 dipinse La moglie del mercante, che divenne il più famoso dei suoi quadri.
Nel 1916 divenne paraplegico. Scrisse: "Ora tutto il mio mondo è la mia stanza". La sua capacità di rimanere contento e vitale, nonostante la paralisi, stupiva tutti. I suoi dipinti colorati e di genere gioioso non rivelano le sue sofferenze fisiche, e forniscono al contrario l'impressione di una vita allegra e spensierata. I suoi Il martedì delle frittelle e Fontanka (1916) prendono spunto dai suoi ricordi. Ricostruiva con precisione la propria giovinezza, in una attiva città sulla riva del Volga.
Nei primi anni successivi alla Rivoluzione del 1917, l'artista lavorò con grande ispirazione in diversi campi. Temi contemporanei divennero la base dei suoi lavori, che erano usati per calendari e copertine di libri, e negli schizzi ed illustrazioni per le decorazioni stradali. Le sue copertine delle riviste "Il campo di grano rosso" e "Panorama rosso" attirarono l'attenzione grazie ai soggetti vividi e chiari. Kustodiev lavorò anche nella litografia, illustrando i lavori di Nekrasov. Le sue illustrazioni per le storie di Leskov La rammendatrice e Lady Macbeth di Mtsensk, furono pietre miliari nella storia dell'illustrazione di libri in Russia, tanto bene corrispondevano alle immagini letterarie.
Scenografia
L'artista si interessò anche di disegno di scenografie. Cominciò a lavorare in teatro nel 1911, quando disegnò le scene per Un cuore ardente di Aleksandr Nikolaevič Ostrovskij. Il successo fu tale che le proposte continuarono ad arrivare. Nel 1913, disegnò scenografie e costumi per La morte di Pažuchin di Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin al Teatro d'Arte di Mosca. Il suo talento in questo campo fu evidente soprattutto nel suo lavoro per le opere di Ostrovskij: È un affare di famiglia, Un colpo di fortuna, Lupi e pecore e La tempesta. L'ambientazione delle opere di Ostrovskij era la vita di provincia ed il mondo della classe mercantile, molto vicino al genere di pittura di Kustodiev, per cui fu in grado di lavorare facilmente e velocemente sulle scenografie.
Nel 1923, Kustodiev si unì all'Associazione degli Artisti della Russia Rivoluzionaria. Continuò a dipingere, incidere, illustrare libri e disegnare scenografie teatrali fino alla sua morte, avvenuta il 28 maggio 1927, a Leningrado.
LA BAMBINA CON GLI OCCHIALI - A yôkai in my kitchen
«Ti sei ferita, in cucina?» mi ha chiesto Cassy «C’erano un sacco di goccioline di sangue per terra»
Il profumo di “ Fresca Primavera” conferma una pulizia tardiva, uno straccio ancora bagnato in un angolo. Io stavo bene, nessun taglio sulla pelle bianca. Il gatto – “Cheshire” scritto in caratteri semi-evanesceenti sulla piastrina – aveva rovesciato una pentola sui fornelli, ma non si era fatto male e anche lo smalto rosso era rovinosamente intatto.
Da qualche giorno avevo persino messo via il “kit per il successo”, i miei attrezzi da fuochista per fiori scarlatti da disegnare sui polsi. Quando li osservavo, mi sentivo Vanessa Paradis legata al target del domatore di coltelli. Li avevo sistemati dentro a un astuccio di vernice blu con un pierrot aggrappato alla luna: tutto l’occorrente per scacciare il dolore.
«Forse c’è uno yôkai in casa.» Già, uno spirito ...
Una coppetta di ceramica per il tè che corre per le stanze per avvertire di una disgrazia imminente. Difficile credere in un periodo troppo positivo … Pare che io e Cassy siamo destinate a soffrire ma in silenzio – mi raccomando.
Sempre per cose minime che restano addosso come microfratture – cosa vedrebbe dio se potesse farmi una radiografia all’anima?
Magari nel futuro inventeranno un paio di occhiali per percepire la vera natura delle persone, il livello spirituale delle lenti per spiare sotto i vestiti delle pin up. Nel frattempo potrei comprare dei Ray Ban di plastica. Con la garanzia economica di una vista non polarizzata, sarò più neutrale in questa popolosa Terra di Nessuno. Scendo al mercato per provare i modelli allineati su un banchetto indo-musulmano ...
Il viso nascosto da una grande montatura da diva.
Alla fine tentenno e guardo il cielo carico di nuvole gravide: «Intanto prendo un ombrello».
Ho gli occhi gonfi, annaspo in un pantano e mi sembra di aver pianto tutto il giorno, anche se non ho versato nemmeno una lacrima … Ho l’impressione che, se non mi liberassi di questo peso mi verrebbe un’infezione di muco verde che, premendo nelle orecchie si trasformerebbe in un fluido salato e appiccicoso; ma ho anche paura. Paura che se dessi sfogo alla frustrazione, inonderei la mia camera con uno stagno in cui naufragare insieme a un topo, un dodo e altri strani animali, vero Alissa?
Ricorro a te quando sono sola.
Ricorro a te quando sono stanca di essere me stessa.
Ricorro a te quando ho bisogno di risposte.
Ora dimmi, quale tragedia annunciano le giravolte pazze della tazzina animata?
00.02 Faccio l’inventario delle mie disattenzioni. E ogni respiro allunga lista.
Potrei cercare nella lama calda un po’ di sollievo, potrei tagliare in superficie, sotto l’orbita. Somiglierei a una Vergine miracolosa, in piedi davanti allo specchio – click. Una polaroid da usare come santino per i prossimi auguri di Natale, se il mondo non finisce prima. Ci sono ragazze che s’incidono il viso in un rito di passaggio, ci sono quelle che vengono fregiate, ci sono quelle che per tutta la vita sono considerate oggetti. Non sono mai stata picchiata: niente lividi da giustificare a scuola dicendo di essere una sirena malata d’inquinamento, nessun segno d’amore deviante, solo la metafora perfetta di una Stockholm Syndrome platonica che mi sfiorava in punta di pensiero, perché io sono sempre stata l’ultima salvezza dopo la deriva. La mia rabbia non ha mai avuto diritto di cittadinanza e la solitudine è lentamente diventata la mia foresta personale, la mia norwegian wood piena di deboli fiammelle da accendere ai ricordi estinti.
Il profumo di “ Fresca Primavera” conferma una pulizia tardiva, uno straccio ancora bagnato in un angolo. Io stavo bene, nessun taglio sulla pelle bianca. Il gatto – “Cheshire” scritto in caratteri semi-evanesceenti sulla piastrina – aveva rovesciato una pentola sui fornelli, ma non si era fatto male e anche lo smalto rosso era rovinosamente intatto.
Da qualche giorno avevo persino messo via il “kit per il successo”, i miei attrezzi da fuochista per fiori scarlatti da disegnare sui polsi. Quando li osservavo, mi sentivo Vanessa Paradis legata al target del domatore di coltelli. Li avevo sistemati dentro a un astuccio di vernice blu con un pierrot aggrappato alla luna: tutto l’occorrente per scacciare il dolore.
«Forse c’è uno yôkai in casa.» Già, uno spirito ...
Una coppetta di ceramica per il tè che corre per le stanze per avvertire di una disgrazia imminente. Difficile credere in un periodo troppo positivo … Pare che io e Cassy siamo destinate a soffrire ma in silenzio – mi raccomando.
Sempre per cose minime che restano addosso come microfratture – cosa vedrebbe dio se potesse farmi una radiografia all’anima?
Magari nel futuro inventeranno un paio di occhiali per percepire la vera natura delle persone, il livello spirituale delle lenti per spiare sotto i vestiti delle pin up. Nel frattempo potrei comprare dei Ray Ban di plastica. Con la garanzia economica di una vista non polarizzata, sarò più neutrale in questa popolosa Terra di Nessuno. Scendo al mercato per provare i modelli allineati su un banchetto indo-musulmano ...
Il viso nascosto da una grande montatura da diva.
Alla fine tentenno e guardo il cielo carico di nuvole gravide: «Intanto prendo un ombrello».
Ho gli occhi gonfi, annaspo in un pantano e mi sembra di aver pianto tutto il giorno, anche se non ho versato nemmeno una lacrima … Ho l’impressione che, se non mi liberassi di questo peso mi verrebbe un’infezione di muco verde che, premendo nelle orecchie si trasformerebbe in un fluido salato e appiccicoso; ma ho anche paura. Paura che se dessi sfogo alla frustrazione, inonderei la mia camera con uno stagno in cui naufragare insieme a un topo, un dodo e altri strani animali, vero Alissa?
Ricorro a te quando sono sola.
Ricorro a te quando sono stanca di essere me stessa.
Ricorro a te quando ho bisogno di risposte.
Ora dimmi, quale tragedia annunciano le giravolte pazze della tazzina animata?
00.02 Faccio l’inventario delle mie disattenzioni. E ogni respiro allunga lista.
Potrei cercare nella lama calda un po’ di sollievo, potrei tagliare in superficie, sotto l’orbita. Somiglierei a una Vergine miracolosa, in piedi davanti allo specchio – click. Una polaroid da usare come santino per i prossimi auguri di Natale, se il mondo non finisce prima. Ci sono ragazze che s’incidono il viso in un rito di passaggio, ci sono quelle che vengono fregiate, ci sono quelle che per tutta la vita sono considerate oggetti. Non sono mai stata picchiata: niente lividi da giustificare a scuola dicendo di essere una sirena malata d’inquinamento, nessun segno d’amore deviante, solo la metafora perfetta di una Stockholm Syndrome platonica che mi sfiorava in punta di pensiero, perché io sono sempre stata l’ultima salvezza dopo la deriva. La mia rabbia non ha mai avuto diritto di cittadinanza e la solitudine è lentamente diventata la mia foresta personale, la mia norwegian wood piena di deboli fiammelle da accendere ai ricordi estinti.
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